L’autosvezzamento

yogurt.jpgIl mio secondo figlio non ha mai mangiato una pappa "tradizionale" fatta di farine, passato di verdura, liofilizzati o omogeneizzati (questi poi li aborriva). Era esattamente lo stesso se gli veniva offerta carne fresca cotta e triturata in mille modi diversi dalle mie mani amorevoli, o pastina micron, più o meno cotta, più o meno brodosa, più o meno tiepida.
Insomma, ho sperimentato tutto lo sperimentabile mentre lui continuava a crescere a latte di mamma oltre i sei mesi e poi oltre gli otto.
Gradiva solo la frutta e il pollo a pezzettini. Ha iniziato a mangiare qualcosa (sempre desolatamente poco in base agli schemi tradizionali di svezzamento e ai parametri dei nonni, che non se ne facevano una ragione) quando gli è stato concesso di assaggiare, a tavola e su sua richiesta, le cose che mangiavamo noi.
Le quantità sono leggermente aumentate alle soglie dell’anno ma tutt’ora (a 18 mesi) sono altalenanti e il latte materno continua a essere una parte importante della sua alimentazione.

Damiano si è autosvezzato. Non ho avuto scelta ma mi sono sentita serena, dandogli il mio latte ogni volta che lo chiedeva, vedendo che era sano e vivace, facendolo visitare regolarmente. Inoltre ho scoperto che c’è chi ritiene che sia questo il modo corretto per accompagnare i bambini verso l’alimentazione "da grandi" (poi non tutti sono difficili come mio figlio quindi è probabile che molti procedano più velocemente di lui anche con questo metodo).

Indubbiamente le scoperte mediche degli ultimi due secoli hanno migliorato molto la qualità della vita, ma in una società in cui madri e figli dopo la nascita vengono separati, e si pensa di dar da mangiare ai bambini quantità e qualità precise di alimenti, a determinati orari, come fossero medicine, probabilmente si è andati un po’ oltre.
Fortunatamente c’è un’inversione di tendenza e c’è chi sta ritrovando la fiducia nel nell’istinto e nelle competenze del neonato.
Ho atteso con curiosità l’uscita del libro "Io mi svezzo da solo" di Lucio Piermarini, un pediatra che, lavorando in un consultorio, ha messo in discussione il modo in cui i medici (e lui stesso, nella sua precedente attività di pediatra ospedaliero) impartiscono direttive su aspetti della cura del bambino che dovrebbero essere competenza dei genitori e del bambino stesso.
Del resto avrete notato, parlando con altre mamme, che ogni pediatra ha le sue idee circa la distanza fra le poppate, l’età di introduzione degli alimenti, il metodo di preparazione del brodo, l’indispensabilità di omogeneizzati e liofilizzati, l’età di inizio dello svezzamento (e potrei continuare). Come possiamo affidarci rigorosamente a qualcosa che non ha basi scientifiche? (Se le avesse, ci sarebbe uniformità nelle prescrizioni.)

Da qualche anno anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di iniziare lo svezzamento ai sei mesi del bambino e, per la precisione, non parla di svezzamento ma di "alimenti complementari", complementari al latte materno s’intende, che dovrebbe rimanere la base dell’alimentazione del bambino fino all’anno, per poi essere protratto, sempre a richiesta, fino a "almeno due anni".
È evidente che anche l’organismo internazionale che si occupa di alimentazione dà indicazioni diverse da quelle che molti pediatri (sulla base di vecchie pratiche appresa da colleghi più anziani) continuano a dare.

Grazie a questo libro ho appreso che alimenti per l’infanzia e schemi di svezzamento avevano senso quando lo svezzamento avveniva troppo presto, ben prima dei sei mesi. Il bambino non era pronto per deglutire alimenti solidi e a causa dell’immaturità dell’intestino, che ha un’importante funzione di filtro fra l’organismo e le sostanza estranee, l’introduzione troppo precoce di alcuni alimenti aumentava il rischio di sviluppare allergie.
A sei mesi, i riflessi che impediscono la deglutizione di alimenti diversi dal latte sono scomparsi. Solo a quel punto il bambino è pronto per assaggiare altri tipi di cibo (con qualche variabilità individuale, s’intende: qualcuno sarà pronto prima, altri dopo).
In quello stesso periodo il bambino inizia a manifestare curiosità e volontà di imitazione quando vede i genitori a tavola.

Secondo Piermarini c’è un consenso pressoché unanime delle più importanti istituzioni pediatriche mondiali sul fatto che non sia necessario posticipare l’introduzione di alcuni alimenti, se lo svezzamento avviene dopo i sei mesi.
Non sarebbe necessario nemmeno utilizzare alimenti finemente sminuzzati come negli omogeneizzati e nei liofilizzati, né la quantità di aria che può rimanere incorporata nell’alimento utilizzando semplici utensili casalinghi potrebbe avere effetti significativi sul pancino del bebè.
Sarebbe ormai scientificamente appurato, inoltre, che "i lattanti svezzati e alimentati con alimenti preparati in casa con ingredienti di uso comune crescono altrettanto bene, quantitativamente e qualitativamente, di quelli per i quali vengono utilizzati prodotti dell’industria specializzata".
La raccomandazione è quella di cogliere l’occasione dello svezzamento del bambino per informarsi e introdurre un’alimentazione sana e corretta per tutta la famiglia. Tutti ne gioveranno e il bambino potrà liberamente assaggiare le stesse cose che mangiate voi.
Per quanto riguarda il sale, basta farne un uso moderato, come dovremmo fare tutti.
Non avrebbe senso ritardare il glutine in quanto la celiachia insorge nei soggetti geneticamente predisposti indipendentemente dall’età di introduzione del glutine, anzi pare che si riconosca meglio nel bambino più piccolo: prima si fa la diagnosi, prima si inizia la cura.
Le consistenze dovranno, com’è ovvio, essere rese adatte all’ingestione da parte del bambino (in natura le mamme probabilmente premasticavano e poi davano al bambino qualsiasi alimento avessero a disposizione), ma ricordate che i bambini masticano con le gengive ben prima di avere i molari. Cose morbide, come pollo lesso, pezzi di verdura lessa o di banana, per intendersi.

Questo, a grandi linee, il contenuto del libro, che si sofferma in particolare sull’inutilità (e peggio sui danni) delle lunghe e estenuanti lotte, tattiche, sotterfugi, messi in atto per far mangiare ai bambini qualche cucchiaino in più di "pappa", quando in realtà i bambini crescono adeguatamente e sani anche lasciati liberi di scegliere quando iniziare e cosa mangiare (tra una rosa di alimenti semplici e sani, precisiamolo).
Spassosi i dialoghi immaginari, all’apertura dei vari capitoli, di una coppia di genitori che compie un percorso di consapevolezza in questo senso.

  

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