Manifesto di una mamma

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2127500121_912ebb2436.jpgCara amica,
è trascorso un po’ di tempo dal nostro colloquio telefonico.
Mi ritrovo spesso a riflettere su quanto tu in quella occasione affermasti con decisione.
Al momento misi molto in discussione le mie convinzioni, come spesso mi è accaduto durante questo primo anno da mamma e come in realtà è mio costume fare in generale.
Con il tempo sono spesso ritornata sulle tue parole, che mi sono parse sempre meno aderenti alla realtà che ho sperimentato e sperimento quotidianamente.

Vorrei ritornare su un paio di punti, perché mi tornano alla mente alcune frasi che meritano una riflessione.
È stato un anno molto duro per me.
E lo è stato non tanto per le fatiche inerenti la cura di Isabella, che pure è stata una neonata faticosissima, quanto per la solitudine e il senso di ingiustizia sperimentati durante questo anno e il precedente.
Le voci, le opinioni, si sono rincorse e affastellate intorno a me dai primi giorni dopo la nascita, mettendo alla prova la mia persona in tanti sensi.
Dalla cruciale questione del latte materno (c’è… non c’è…non è sufficiente… non è abbastanza nutriente… ne va regolamentata l’assunzione… non devi fare da "ciuccio"… non è opportuno fare addormentare i bimbi al seno…), sulla quale potrei oggi scrivere se non un libro degli interessanti articoli (sui costumi e sulla loro evoluzione, intendo, oltre che sul versante scientifico-empirico), alla questione del pianto (dal famoso"si aprono i polmoni" dell’anziana vicina di casa al "deve capire che non è onnipotente" del genitore "collega" di consultorio), alla spinosa questione del sonno.
Oggi, dopo aver passato al vaglio, messo sotto inchiesta e vivisezionato le mie sentite personali convinzioni e i miei "istinti" in materia, posso dire delle cose:

1. Si può finire per non allattare per mille motivi. Ma certamente, dopo tre mesi di letterale martirio e altri tre di dolore cronico, so che il latte c’è sempre (tranne forse casi molto particolari) se si ha la pazienza e la convinzione necessaria per superare ostacoli a volte anche molto grandi.

2. La parola "pediatra" (ma vedasi pure "ginecologo"e "psicologa del consultorio") definisce molto spesso persone che ignorano, a volte in maniera sorprendente, le caratteristiche dell’oggetto di cui dovrebbero essere esperti. Posso ricordare, purtroppo, molti "professionisti" e relativi strafalcioni (quando non criminali affermazioni), di cui sarebbe lungo qui dare conto.

3. La questione del "vizio" che un neonato acquisirebbe se preso troppo in braccio o troppo assecondato nei suoi capricci (ma a me sembra più realistica la parola "bisogni") denota non solo non conoscenza di cosa sia un neonato, ma ancor più un grande timore: quello di essere fagocitati, privati per sempre della propria libertà, di essere dominati dal fatale bambino tiranno, senza tenere conto che i bambini si evolvono, che il periodo di "investimento" così massiccio è relativamente breve rispetto al tempo futuro, che ciò che si semina oggi fiorirà domani (e lo dico perché vedo i primi splendidi e colorati fiori).

4. Tutte le culture della terra, a tutte le latitudini e in qualunque tempo, salvo casi particolari (tipo Sparta nell’antica Grecia?) hanno considerato il neonato nella sua simbiosi con la madre fino a un’età ben più avanzata di quanto non facciamo noi dal secondo dopoguerra ad oggi.
L’essere portati addosso anche durante le faccende quotidiane o il lavoro nei campi è la norma in tante culture diverse dalla nostra. L’essere allattati fino a spontaneo svezzamento anche. Il dormire accucciati presso la propria madre pure.

Noi siamo figli di un momento di transizione. Ci si è allontanati da tante consolidate abitudini per rimettere TUTTO in discussione. Questo ha portato grande destabilizzazione, tante domande e tanti nuovi quanto effimeri "guru" (il fiorire della manualistica nel campo della crescita dei bambini ne è un chiaro segno). Io credo che sia in atto un’evoluzione. Sulle rovine di Cartagine rasa al suolo ognuno cerca, raccogliendo i frammenti che più gli sembrano adatti, la sua personale strada nel rapporto di coppia, nella socialità, nel modo di allevare i figli… Non tutto era da buttare.
Molte cose vanno riviste. Ma alcuni concetti inerenti l’umana natura e i suoi bisogni persistono oggi come allora. E da questi è bene a mio avviso partire per considerare un essere che si affaccia al mondo.
Un bambino ha bisogno che la realtà gli venga mediata da sua madre o da chi se ne prenda cura.
Ha bisogno, se vuol diventare una persona indipendente e equilibrata, di avere calore, affetto, protezione, di sapere che se ha bisogno e se chiama qualcuno lo ascolta e lo soccorre.
Ha bisogno di interiorizzare la propria madre in un luogo dal quale trarrà per tutto il tempo a venire sicurezza in se stesso e alimento per la sua visione fiduciosa nella vita.

Ho preso a scrivere per punti, ma vado a braccio e vorrei tornare più precisamente a ciò che tu dicevi tempo fa.

Una frase su cui ho continuato a riflettere e che tu riferivi al fatto di lasciar piangere Isabella è: "Non è possibile fare un passo avanti nella crescita senza passare per il dolore".

Posto che negli anni della mia lunga gioventù io di dolore (psichico) credo di averne vissuto molto, in modo cronico, nonché molto profondo (questa è anche una diagnosi ufficiale, non solo un’opinione), non credo che la frase in questione risponda a verità.
Anzi…lo dicevi tu stessa nel corso della nostra conversazione: "Tu noti di più gli aspetti dolorosi delle cose perché ti sei formata sul dolore".
In realtà io mi sono sformata sul dolore. DOPO ho dovuto cercare la mia forma. E crescere, finalmente.
Ma lasciamo questo caso-limite e torniamo alle tappe evolutive normali di un essere umano.
Io sono profondamente convinta che per affrontare anche il dolore, che la vita non sembra COMUNQUE risparmiare a nessuno, sia opportuno avere una solidità, un equilibrio, una fiducia di base per acquisire la quale i primi mesi e anni di vita sono importantissimi.

La crescita passa per altri canali, non quelli della sofferenza, che al contrario spesso la bloccano.
Certamente, alla luce del poi, tendiamo a dare un aspetto più umano e magari utile ad alcuni vissuti dolorosi, anche per dare senso e compattezza al nostro attuale modo di essere.

Le crisi di crescita sono necessarie, fisiologiche, naturali.
Altro è non rispondere a quelli che sono altrettanto fisiologici bisogni di un bambino piccolo o di un neonato, come l’essere accudito e confortato, in nome di una supposta educazione alla vita e alla frustrazione.
La storia personale nostra e di chi ci circonda ci insegna tutto il contrario: il bambino acquista indipendenza trovando RISPOSTA ai suoi bisogni. Pena, al contrario, un anelito sempre inappagato e un’incertezza nelle proprie capacità di autonomia che si protrae nei casi più tristi (oggi parecchi) per tutta la vita.

Mi hai anche detto "…di certo non vuoi farne una persona poco indipendente!"

Certamente no. Solo che la mia visione della strada verso l’indipendenza sembra essere differente.
So, per esperienza diretta, che l’allenamento alla frustrazione e al dolore non hanno funzione di vaccino o di cura fortificante per un bambino.
So, per esperienza diretta, che forzare il momento dell’autonomia e delle molteplici tappe che ad essa conducono, può dare esiti opposti a quelli auspicati.
I tempi in cui ci è dato vivere, la società e la cultura ad essi relativa non sembrano a me essere in aderenza, per moltissimi aspetti, a uno svolgimento armonico della vita umana, bambina quanto adulta. È sorprendente come nel giro di un paio di generazioni (dal secondo dopoguerra ad oggi o giù di lì) siano stati obliati saperi e modalità sociali consolidatesi nei secoli!
A me è stato negato supporto e conforto persino al consultorio di zona, in nome del fatto che "…tutte si sono occupate da sole dei propri figli", come mi è stato detto niente di meno che dalla psicologa che si era inizialmente proposta di seguire per un anno il percorso di noi neogenitori.

A me risulta, al contrario, che in un passato ancora recente le donne non fossero sole nel loro percorso di maternità: nonne, mamme, sorelle, comari, vicine… tutte partecipavano con naturale impegno tanto alla fase precedente la nascita, quanto al parto e all’allevamento dei bambini, che venivano spesso sorvegliati ora dall’una ora dall’altra mamma al bisogno.
Chi già sapeva, passava all’altra le proprie conoscenze in materia di gravidanza, allattamento, svezzamento,…

Adesso ciascuna è sola.
E riparte da capo in questo percorso infestato da medici incompetenti e superficiali, inutili trafile medico-burocratiche, ignoranza dilagante e grotteschi luoghi comuni.
Ma le mamme si cercano.
Isolate, si cercano sul Web. Condividono storie, letture, esperienze e cultura. Quando riescono si incontrano. A me è capitato di piangere commossa per ciò che qualcuna aveva scritto. Ho sentito che ciò che intuivo era giusto, che non ero la sola a pensarla in un certo modo. Ti potrei rimandare a decine e decine di articoli, libri, pubblicazioni in rete che mi sono stati di grande aiuto nei momenti più difficili di questo primo anno da mamma. Se avrai voglia te ne farò leggere almeno un paio, così…per curiosità.

Spero di non averti annoiato o infastidito con questa lunga lettera.
Sentivo la necessità di non tenere per me queste riflessioni.
Un abbraccio. Anna

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