La nascita di Federico


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 Ciao, Capitan Fratellino!
Volevo regalarti una storia, quella della tua nascita.
Non è di cimento, natura, trionfo del grido di chi si fa madre.
È una storia ovattata, tranquilla, dolce.
Il guaio è che tre anni fa, nel tepore dell’estate, ho avuto il gelo dell’angoscia durante il travaglio per il cucciolo che ti ha preceduto fra le mie braccia.
Ebbene, nella pioggia e nel grigio di questo febbraio, invece, ho voluto che il tuo biglietto d’ingresso alla vita fosse di carta colorata; che il mio ricordo fosse pieno di cose belle e senza dolore.

Nella sala d’attesa del Grande Ospedale mi ero rassegnata al ritardo, e confesso che me lo godevo pure. Le mani sulla pancia, tonda a luna piena per l’ultima volta, ero incantata dai tuoi guizzi dentro di me e dai miei sogni su di te, prossimi a scontrarsi con la realtà.

Dovevamo aspettarcelo, che se il Grande Ospedale ti dice: “Venite alle sette, alle otto e mezza si nasce”, è una bugia.
Alle undici siamo ancora lì, per giunta ci passa davanti il “tour” del corso pre-parto. Ci sono un’ostetrica-cicerone e forse una dozzina di coppie di futuri genitori trepidanti. Si fermano vicino alla sala d’attesa. L’ostetrica  ci indica e descrive le procedure del cesareo programmato. Mi sento un po’ un pesce nell’acquario, davanti all’occhio attento dei visitatori, ma tant’è… Migrato altrove il “tour”, guardo l’orologio, mando qualche sms, sbadiglio, torno a coccolare la curva sotto al maglione nero ove tu sei nascosto.
Ancora non ci credo.
Sapere con certezza come e quando (disguidi da Grande Ospedale a parte) nascerai, elimina molte paure, ma lascia un’inquietudine, uno stupore che non ci si aspetta. È come se qualcuno ti avvertisse: “Domani, proprio domani, è giorno d’epocale rivoluzione, preparati”. Ed ecco, alla rivoluzione ci arrivi. Impreparata. E quel benedetto/maledetto ritardo finisce per darti fiato. Suppongo di dover ringraziare il ritardo, infatti, se quando vengono a chiamarmi ho solo un vago batticuore. Avanzo senza vacillare.

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