La deriva della scuola italiana

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la deriva della scuola italianaCome ogni genitore sa, tranne rare eccezioni la scuola italiana versa in terribili condizioni. Abbiamo pensato di condividere con voi questo editoriale di Curzio Maltese apparso su Venerdì di Repubblica, che fotografa perfettamente lo stato delle cose soprattutto in rapporto a paesi del Nord Europa dove all’Istruzione è stata data l’importanza che merita.

Per salvare la scuola, basta andare a Helsinki

È davvero curioso come l’Italia, che ha espresso alcuni fra i più influenti pedagogisti del mondo, da Maria Montessori a Lorenzo Milani, da Gianni Rodari a Loris Malaguzzi, riesca a discutere di scuola in maniera tanto misera e superficiale.

In genere a scatenare la discussione è un episodio, che diventa caso emblematico soltanto se qualcuno l’ha filmato e messo in rete.

Quindi, senza riflettere troppo, ci si divide in due fazioni, pro e contro, bianchi e neri, bartaliani e coppiani, insomma la solita storia.

Mai un colpo d’ala, una visione un po’ più larga.

Il declino della scuola italiana ha in realtà spiegazioni piuttosto semplici. Le molte riforme degli ultimi decenni, promosse in genere da governi che non stimavano l’istruzione (“Con la cultura non si mangia”), sono andate nella direzione esattamente opposta a quella dei Paesi dove la scuola funziona.

L’ideologia di fondo era che la scuola dovesse essere trattata come un’azienda da inserire in un piano industriale. Idea già sballata di suo, che è diventata catastrofica considerando la decrepitezza dei piani industriali escogitati.

Tutti fondati non sull’ammodernamento del sistema per reggere la concorrenza internazionale, ma sui tagli di personale e costi sull’aumento del carico di lavoro per i lavoratori, in questo caso docenti e studenti.

La stessa ricetta adottata per la grande industria, che infatti è sparita.

Le ricerche Ocse dicono che gli studenti italiani sono i più stressati al mondo perchè studiano troppo. Aggiungiamo pure: inutilmente. Perchè il livello di apprendimento è fra i più bassi.

Prendiamo in primi della classe, i finlandesi. Uno studente finlandese comincia le elementari a sette anni compiuti, quando in Italia se un bambino non va a cinque è già un perdente. Non si prevedono interrogazioni a scadenze fisse, ma lavori collettivi ed esami finali.

Aula di una scuola finlandese
Scuola Saunalahti a Espoo, Finlandia
Photo by Andreas Meichsner for Verstas architects

Dopo ogni lezione, i ragazzi finlandesi godono di un quarto d’ora di pausa. Il tempo di studio a casa è meno della metà dei coetanei italiani. Molte lezioni sono interdisciplinari e gli studenti hanno diritto a proporre un piano di studi personalizzato, secondo interessi.

Come dice il loro ministro dell’Istruzione, che non assomiglia alla Fedeli: “Ogni studente ha un talento e compito della scuola è valorizzarlo“.

Il risultato finale è il più alto livello di apprendimento mondiale.

Certo, la Finlandia investe tre volte l’Italia nella scuola, paga oltre il doppio i docenti, l’inglese è insegnato fin dalle materne, le scuole somigliano a campus californiani e il numero per classe è assai limitato.

E quindi, per carità, teniamoci lo stress, gli ultimi posti in classifica, l’abbandono scolastico e un futuro da camerieri.

Però prima di dare fiato al prossimo grandioso dibattito su un filmato col telefonino, fatevi un bel giro a Helsinki, o a Copenaghen, o a Stoccolma, per dare aria alla testa.

Bellissime città, fra l’altro.

Di Curzio Maltese – Venerdì di Repubblica – 4 maggio 2018

La deriva della scuola italiana
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