Il 25 Aprile delle donne. Storia di una partigiana.


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Nei mesi scorsi si è tanto parlato di Ségolène Royale: donna, socialista, candidata alla presidenza della repubblica in Francia, diventata un caso più umano che politico proprio per il suo essere donna.

E non posso fare a meno di pensare all’Erminia Mattarelli, l’amica di Fiero Romagnoli nome di battaglia Nerone, il nonno della nostra Stefania, nome di battaglia Befy.
E non posso fare a meno di commuovermi, pensando alle parole dell’Erminia, a quel libricino regalatomi un anno fa da Stefania, S’atâurn indrì  (senza noi donne, la resistenza ve la potete anche scordare).

Resistenza, socialismo, noi donne, lotta partigiana, 25 aprile.

Voglio scrivere queste poche righe perché non si faccia scempio della memoria anche qui, come altrove, perché qualcuno ha lottato perché all’Italia fosse assicurata la democrazia, perché domani si possa festeggiare la giornata della "liberazione" e fra questi un ruolo fondamentale lo hanno svolto le donne.

Erminia nasce nel 1908 alle Molinelle (BO). Figlia di contadini cresce in una famiglia numerosa.
La casa dove abitano i suoi familiari, prima della sua nascita, così come i terreni che coltivano, sono di proprietà della Chiesa.
Una Chiesa che di cristiano ha poco o nulla, che costringe i contadini a lavorare dall’alba al tramonto e a vivere in miseria. Una Chiesa che si impossessa ogni giorno delle primizie: uova, polli, latte, frutta, verdura; che istituisce la decima: una tassa iniqua che rende i poveri ancora più poveri, che li riempie di debiti per tenerli legati a doppio filo a quelle terre, a quei padroni.
Lo fa sfruttando la paura, la religione, l’analfabetismo; ma lo zio Onorato si ribella, impara a leggere e scrivere, tiene il conto degli oboli e il giorno di San Martino li presenta al parroco, per richiedere il credito.
I Mattarelli vengono sfrattati nell’arco di 24 ore.

Sono tra i primi contadini ribelli e provano a ricostruirsi una vita.

Erminia cresce in questo clima di lotta, laddove la falce e il martello sono il simbolo del lavoro nei campi e nelle fabbriche, laddove si intonano canzoni di lotta, laddove si alzano i pugni chiusi con orgoglio.

Nella sua famiglia si insegna il risparmio e l’umiltà, si insegna l’accoglienza ospitando bambini meno fortunati, si insegna che tutti siamo fratelli, si insegna il Cristianesimo nell’ateismo e nella laicità.
Insegnamenti che poi passa ai suoi figli, che sono il fondamento della sua vita partigiana, della lotta clandestina, del suo essere "contro" il regime.

È fra le fondatrici, tra il 1919 e il 1920, della prima cooperativa socialista di contadini: una coop di consumo che crea una sicurezza contro la miseria perché i prodotti vengono divisi tra i lavoratori.
Vengono occupate le terre incolte e polverose di proprietà dei latifondisti che appositamente non le coltivavano, creando ancora più povertà.
Si comincia a lavorare queste terre, a dissodarle, a bonificarle e a renderle produttive.

Sin dal 1921 è costretta a combattere le squadre fasciste il cui unico scopo è quello di distruggere la cooperativa, è in quell’anno che prende le sue prime botte.
Nel 1923 viene barbaramente ucciso il padre e poi inscenato un finto suicidio, non le sarà permesso di tumularne il corpo per ore e ore.
Per tutto il ventennio si occupa di lotta clandestina, fa da staffetta e lavora come mondina. Entra a far parte della brigata partigiana "Irma Bandiera", della VII GAP.

Nel 1943, con la diffusione alla radio della caduta del fascismo, guida una manifestazione popolare. I festeggiamenti sono però prematuri e dopo due giorni viene condannata a pagare un’ammenda di 2.800 lire per avere provocato danni agli edifici pubblici dai quali erano stati tolti i simboli del passato regime.
Partecipa alla lotta di liberazione e nel giugno 1944 viene nuovamente arrestata e condannata a un anno di campo di concentramento.
Riesce a fuggire ma viene di nuovo arrestata e a lungo torturata.
Viene liberata dai partigiani il 22 aprile del 1945.

La sua odissea e quella degli altri compagni di lotta finisce in quei giorni, attorno a quel 25 aprile del 1945, finisce in una giornata come oggi, il principio di una primavera.

Quando leggo di queste storie è inevitabile che mi chieda, da donna e madre, se saprei mai fare altrettanto: mettere a repentaglio la mia sicurezza e quella dei miei figli per un ideale di libertà.

Ed è quindi alle donne e alle mamme come Erminia che mi piacerebbe dedicare questo 25 aprile, a tutte quelle donne che hanno lottato contro i regimi totalitari, senza distinzioni; a quelle donne, che con il loro impegno, hanno assicurato ai loro figli e ai nostri la possibilità di gridare, di scendere in piazza, di votare, di essere "contro".

Perché la storia siamo noi.
Nessuno si senta offeso.

Buon 25 aprile.

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