Quando si giunge alla preadolescenza


Salve Chiara,

ti scrivo riguardo la situazione di mio nipote.

Marco ha 11 anni e frequenta la prima media, non ha mai dato grossi problemi fino al novembre scorso quando sono cominciati i guai, non studia più, colleziona brutti voti e quel che peggio per confermare il fatto che non abbia compiti non scrive più nulla sul diario per cui mia sorella non può nemmeno verificare se non contattando compagni per così dire “più diligenti”.

Come ti ho detto, Marco non ha mai dato grossi problemi, frequenta anche un corso per imparare a suonare la tromba scelto da lui in completa autonomia e senza che nessuno lo forzasse in alcun modo. L’unica cosa che è successa in questo periodo è il licenziamento di mio cognato (attualmente ancora in cerca di lavoro).

Da quel che so i due non hanno un gran rapporto (il padre lo vorrebbe campione di calcio o qualche altro sport e penso non gli vada molto a genio il fatto che il bambino preferisca la musica). Questo tipo di atteggiamento in un bambino di 11 anni può essere attribuito ad una fase della crescita o piuttosto può essere sintomo di un disagio? E di conseguenza come intervenire?

Grazie, Daniela

Buongiorno Daniela,

Purtroppo la preadolescenza, fase dello sviluppo che va dagli 11 ai 14 anni circa, ed in cui si trova tuo nipote, non è stata ancora sufficientemente indagata nei suoi aspetti caratteristici e pregnanti quanto invece sono state infanzia ed adolescenza. E così ci si ritrova sovente a dover affrontare la crescita improvvisa di un figlio, o nipote, senza sufficienti strumenti teorici e pratici per comprenderla.

La tua domanda in merito all’alternativa crescita o disagio, secondo me dovrebbe avere questa risposta: crescita E disagio, o meglio crescita È disagio. Vale a dire, che le caratteristiche di sviluppo legate a questa età sono correlate ad una sorta di disagio fisiologico, di incertezza identitaria, di crollo dei valori familiari e dell’autorità delle figure genitoriali.

È in questo quadro che inserirei il rapporto non ottimo tra padre e figlio e la perdita del lavoro paterno, due elementi che mi fanno propendere per ipotizzare una sorta di delusione di tuo nipote nei confronti del padre ma anche di paura per l’incertezza economica. Sarebbe davvero utile che padre e figlio stessero insieme, che tuo cognato spiegasse al ragazzo cosa sta succedendo con parole sincere e chiare ma che anche lo rassicurasse sul futuro. Di certo l’atmosfera in casa non sarà delle più allegre, com’è naturale che sia, ma la stima reciproca, tra padre e figlio, non dovrebbe venir meno.

Certamente aiuterebbe molto che il papà comprendesse i desideri e le attitudini di un figlio che ama la musica e non il calcio, che lo rinforzasse in questa passione per accrescere in lui l’autostima. Il dialogo intergenerazionale non è prodotto dal caso ma è frutto di tanta osservazione, attenzione, ascolto e rispetto. Porsi in ascolto dei figli fa sì che non si perdano di vista in un momento delicato come la preadolescenza. Porsi in ascolto significa anche riuscire a comprendere il perché dei loro comportamenti, in questo caso anche quelli scolastici, senza sanzionare come prima soluzione, ma invece entrando nell’ottica di un ragazzo di 11 anni, che può comunque già prendersi la responsabilità di non fare i compiti, sempre che gli venga spiegato il concetto di responsabilità e scelta, e delle conseguenze di questa scelta.

I genitori dovrebbero anche chiedere un colloquio agli insegnanti per trovare una strategia comune che possa aiutarlo: spesso di fronte a famiglie presenti e collaborative, i docenti sono più propensi a venire incontro alle difficoltà degli allievi.

 

Cordiali saluti, Chiara Rizzello


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