Trauma e paure dopo un ricovero in ospedale

Dottoressa buongiorno,

mio figlio di quattro anni, dopo una malattia, è diventato più fragile e ha molte paure.

La malattia ci ha riportati nuovamente all’ospedale dove qualche mese fa è stato ricoverato per una situazione analoga ma molto più grave. Ha passato qualche settimana in cui era molto irritabile… Ora sta meglio, appare più tranquillo, ma sono insorte molte paure, anche solo per andare in bagno richiede la mia presenza.

Sono consapevole che il vissuto dell’ambiente ospedaliero gli abbia fatto rivivere momenti terribili. Per questo il mio atteggiamento è stato sempre quello di sostenerlo e rassicurarlo perché credo che il suo animo sia popolato di fantasmi. Tuttavia non so come incoraggiarlo, come aiutarlo a riprendersi la sua serenità.

Lo ascolto, lo aiuto a esprimere la sua angoscia ma non so che altro fare.

Anche alla scuola materna che prima andava più sicuro di sé ora mi chiede di accompagnarlo dalla maestra e le sta accanto senza più muoversi.

Grazie per i suoi sempre utili consigli.


Un ricovero in ospedale costituisce sempre un trauma non indifferente per un bambino, soprattutto se ancora molto piccolo. Quando un ricovero è programmato, come può essere, per esempio, un intervento chirurgico senza carattere di urgenza, il bambino andrebbe preparato adeguatamente già alcuni giorni prima, tanti più giorni quanti sono gli anni del bambino; gli andrebbe spiegata tutta la verità con parole semplici ma vere e, ovviamente, una volta ricoverato, tutto l’ambiente ospedaliero dovrebbe avere sensibilità e preparazione tali da permettere al bimbo di sentirsi il più possibile protetto e come a casa sua.

Ma le malattie arrivano senza preavviso e, spesso, il ricovero viene deciso lì per lì, senza curarsi di parlare adeguatamente al bimbo per informarlo. In ogni caso, comunque, il disagio è inevitabile e il bambino lo vive, in parte come una punizione, una violenza, un momento in cui sperimenta una realtà minacciosa che non può modificare e per la quale non vi è scampo, in parte come una angosciosa ingiustizia.

Lo stress può durare per un periodo anche non troppo breve alla dimissione, finché il bambino non riesce ad elaborare sufficientemente l’accaduto, a riprendere fiducia negli adulti e nel mondo, ma soprattutto in se stesso, visto che il vissuto della malattia regala al bambino una esperienza di particolare fragilità e impotenza fisica che si traduce in insicurezza, angoscia e disistima di sé.

Bisogna avere molta pazienza e lavorare con il bambino su più fronti: sul fronte della fisicità, con coccole, manipolazioni corporee piacevoli come il massaggio (possibile a qualsiasi età e non solo nei lattanti, come viene solitamente propagandato), vicinanza corporea più intensa perché il bambino vive una situazione psicologica di relativa regressione e sente il bisogno di essere trattato come quando era più piccolo; favorendo anche in lui l’elaborazione del suo vissuto ansiogeno, sia facendolo parlare molto dei suoi ricordi, dei suoi sogni e delle sue fantasie e ascoltandolo con interesse e pazienza, sia favorendo la drammatizzazione di quanto gli è accaduto facendolo disegnare, giocare al dottore e all’ammalato, dove il bimbo è il dottore e l’adulto l’ammalato; distraendolo dalla sua routine quotidiana con qualche esperienza rilassante in mezzo alla natura, assieme agli animali, come in campagna in una fattoria, agriturismo o altro, comunque fuori dall’ambiente consueto e, infine, lavorando molto sul recupero della sua autostima, cioè della sua sicurezza interiore con molti rinforzi positivi e lodi quando si comporta bene o fa qualche progresso.

Se noti miglioramenti settimana dopo settimana, puoi tranquillamente proseguire in questo modo.

Se, invece, il bimbo dovesse mostrare di tendere ad adagiarsi su tutte queste premure e diventare un po’ viziato e approfittatore, dopo uno o due mesi puoi, piano, piano, diventare ogni giorno un po’ più esigente, continuando sempre a lavorare sulla sua autostima, ma diventando piano piano più severa e ferma nei tuoi propositi. Ascolto e rinforzi positivi, in ogni caso, non devono mai mancare.

Un caro saluto,

Daniela