Parlatore tardivo

Gent.le Dott.ssa Sannicandro,
sono a scriverle perché credo che la mia bambina di 27 mesi rientri in quelli che vengono definiti “bambini parlatori tardivi”: difatti non parla ancora, dice solo “mamma”, papà”e “ciao”, anche se capisce tutto quello che le si dice (anche ordini semplici ecc.). Quello che le vorrei chiedere è come posso aiutare concretamente la mia bambina a sviluppare il linguaggio e se, magari, potesse darmi qualche consiglio pratico, da applicare nella quotidianità. Non so se dovrei sentirmi in colpa di questo ritardo (magari non riesco a stimolare adeguatamente la bambina), ma le diro’ che, sin dai primi mesi, le parlavo continuamente, le leggevo delle fiabe (cosa che faccio tuttora). Vorrei anche chiederle se il suo ritardo nel linguaggio puo’ dipendere dal fatto che non frequenta ancora il nido (in cui puo’ magari trovare gli stimoli giusti) e nessun coetaneo (di mattina è a casa con la baby sitter, mentre il pomeriggiolo passa con noi). La mia pediatra non mi è di nessun aiuto, perché quando le faccio notare questo problema, lei mi risponde al solito: “parlerà, vedrà che prima o poi parlerà”. Secondo lei debbo rivolgermi ad un logopedista o aspettare ancora e magari inserire la bambina al nido, per vedere se fa progressi ?
La ringrazio anticipatamente per i consigli che vorrà darmi e Le auguro buon lavoro !

Piero

Gentile Signore, per dire che un bambino è un parlatore tardivo bisogna avere chiaro in mente come si dovrebbe esprimere in base alla sua età.

Un bambino tra i due anni e i due anni e mezzo di solito sa scegliere un oggetto quando gli viene presentato assieme ad altri in numero di cinque; comincia a comprendere la differenza tra il tu e l’io, sa già indicare su comando varie parti del corpo se non tutte, comincia a comprendere frasi un po complesse tipo “quando arriva papà ti porta un bel gioco” e si interessa attivamente ad ascoltare storie anche semplici purchè narrate su libri illustrati. Nel linguaggio attivo formula una frase mettendo assieme due e anche tre parole tipo “io vado nanna”; usa il negativo nelle frasi tipo “non voglio, io non vado”; è in grado di ripetere frasi e parole sentite pronunciare da un adulto anche senza comprenderne il significato; comincia a chiedere “cos’è questo, dov’è quello”; conosce e usa dalle 50 alle 100 parole anche un po lunghe e con più di due sillabe “orsacchiotto, lucina”; inizia ad usare aggettivi, preposizioni e avverbi. Nella sua pronuncia compaiono L e S oltre alle altre consonanti che già pronunciava. Se il comportamento della sua bimba si avvicina molto a questo, si tratta solo di attendere alcuni mesi e, se nel frattempo le cose migliorano sensibilmente, non si fa nient’altro. Si deve poi valutare il comportamento dei genitori alla stessa età, in quanto sviluppo cognitivo e linguaggio possono seguire le tappe con gli stessi ritmi dei genitori. Inoltre i bambini, di solito, non fanno mai due acquisizioni contemporaneamente. Esempio: se sono impegnati ad imparare a camminare speditamente senza inciampare non avranno nessun interesse per nuove acquisizioni e solo quando sapranno sgambettare disinvoltamente faranno progressi nel linguaggio e così via. Frequenti malattie intercorrenti possono poi ritardare lo sviluppo psicomotorio in toto o in parte.

Quello che conta è capire che, anche se non parla, il bambino capisce tutto e non vi sono ostacoli alla comprensione delle parole come può essere una sordità anche lieve, un problema qualsiasi nell’apparato fonatorio (bocca lingua laringe) e un problema più complesso di tipo interpretativo del valore simbolico delle parole. Otiti catarrali possono dare ipoacusia trasmissiva anche di una certa entità. Alcuni deficit uditivi neurosensoriali sono la conseguenza di malformazioni congenite dell’orecchio interno anche di lieve entità. Si calcola che circa 2000 bambini nascano in Italia ogni anno con ipoacusia e solo la metà è diagnosticata precocemente. L’ipotesi di una ipoacusia va quindi sempre presa in considerazione nei ritardi di linguaggio.

Com’è altrettanto giusto pensare che il ritardo possa dipendere da una inadeguata stimolazione. Lunghe ore in compagnia di una baby-sitter non costituiscono motivo a priori di scarsa stimolazione linguistica, ma se la baby-sitter è straniera e non ha padronanza della lingua italiana, oppure se è formalmente corretta e responsabile dal punto di vista dell’accudimento ma poco comunicativa e poco affettiva, il bambino a lei affidato non sarà adeguatamente stimolato e potrebbe essere un problema. Anche genitori o nonni troppo facilitanti e troppo comprensivi non stimolano la bimba a sforzarsi per parlare meglio. A questo punto l’asilo sarebbe la soluzione migliore: è un luogo nato e pensato a misura di bambino con educatrici esperte e di solito adeguatamente formate. Lì troverebbe senz’altro stimoli più vivaci.

Ma intanto a casa si può fare molto parlando speso con la bimba e imparando ad ascoltarla con calma, stimolando la sua partecipazione attiva al discorso e correggendola moderatamente se sbaglia nonché facilitandola e incoraggiandola se ha difficoltà a pronunciare qualche parola. L’interazione va favorita il più possibile con buon equilibrio tra tempo trascorso passivamente davanti ad un cartone (i personaggi di solito parlano con strane pronunce e intonazioni non realistiche) e tempo dedicato al gioco tranquillo e alla conversazione. La conversazione deve essere un gioco di rilanci e di rimandi, con molte domande e altrettante risposte modulate sul ritmo che è più congeniale alla bimba (lo chiamano il ping pong verbale). Al bambino non vanno insegnate le cose (questo si chiama così, questo si dice così), il bambino deve imparare “dalle” cose più che imparare “le” cose.

In questo modo io rimanderei il bilancio della situazione a 30 mesi, ma se a quell’epoca, cioè fra poco, non più tardi della fine dell’anno, le cose non si saranno normalizzate, un controllo dal logopedista e magari anche dall’otorino lo metterei in programma.

Un caro saluto, Daniela Sannicandro

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