Il ruolo del padre nella fase dei terribili due anni

Gentile Pediatra,

le scrivo per chiederle un consiglio in merito all’educazione della nostra bambina di quindici mesi. Abbiamo notato ultimamente che mia figlia si intestardisce quando le diciamo di non toccare qualcosa, in particolare se a dirglielo è il padre. Io e mio marito abbiamo sempre ripreso la piccola per le cose importanti sorvolando su quelle tralasciabili (decisione comune) e l’abbiamo ripresa o io o lui, alternativamente, senza fare distinzione di ruoli. Pensavo fosse quella la cosa giusta. Adesso mio marito ha deciso senza consultarmi di non rimproverarla più, perché dice che io devo fare la madre e lui il padre. Secondo la sua teoria, se in stanza sono presente io, anche se non sono io ad occuparmi della bambina, devo essere io a rimproverarla (comunque l’80% dei rimproveri devono essere miei, il 20% suoi – ma ha ribadito che se sono presente io, tocca a me). Mi chiedo: è questo il modo corretto di agire?

Se così non fosse la prego di darmi un consiglio su come affrontare questa fase delicata. Tenga presente che è la nostra prima figlia, che io sono a casa e me ne occupo a tempo pieno. Mio marito è un padre molto presente, la vede al mattino, per una decina di minuti prima di andare al lavoro, a pranzo per poco più di un’ora, e alla sera quando rientra a casa.
Se ha bisogno di ulteriori informazioni sono qui.
Cordiali saluti

Mamma1973

I padri, nei primi tempi dopo la nascita di un figlio, faticano a trovare la loro giusta collocazione nei confronti di esso e il modo migliore per esprimersi nel loro ruolo genitoriale. Essi hanno bisogno di tempo perché partono svantaggiati rispetto alle madri che hanno avuto nove mesi per imparare a conoscere, a mettersi in relazione e a comunicare con quella minuscola vita che cresceva in pancia. Per di più, i padri non possono che vivere dall’esterno l’esperienza esistenziale del parto, gioendo e soffrendo anche molto, ma a modo loro.

Poi, ai primi momenti intensi e sconvolgenti segue un lungo periodo di allattamento, durante il quale il figlio viene in un certo senso monopolizzato dalla madre che, durante il periodo di allattamento esclusivo, continua simbolicamente con il figlio la stretta simbiosi e il rapporto privilegiato che aveva con lui prima della nascita. Il padre, in questi mesi, non riesce a capire bene subito dove collocarsi rispetto al figlio e infatti non si colloca propriamente in un rapporto diretto con lui, ma sente che il suo ruolo è quello di abbracciare e contenere sia la mamma che il bambino, proteggendo, coccolando e sostenendo sia l’una che l’altro o meglio, quel tutt’uno formato da madre e figlio, proprio come avveniva durante la gravidanza nei momenti di intimità.

Questo periodo dura fintanto che il bimbo vive il periodo di stretta dipendenza dalla madre, fintanto che non inizia a prendere coscienza di sé come individuo separato da essa con una sua personalità autonoma da scoprire, da coltivare e a cui dare ascolto, fintanto, cioè, che il piccolo non si stacca dalla mamma con i primi passi e con le prime forti pulsioni ad andare alla scoperta prima e alla conquista poi del mondo che lo circonda. Il processo di evoluzione psicomotoria del bambino è continuo, ma apparentemente procede per tappe e strappi successivi e uno di questi strappi, anzi, il primo di questi strappi dopo quello del parto, è proprio l’inizio della deambulazione autonoma, la capacità di manipolare gli oggetti, di interessarsi alla relazione causa effetto dei gesti da lui compiuti e così via. A questo punto il padre sente che potrebbe avere finalmente uno spazio da conquistarsi tra mamma e figlio, uno spazio dove poter essere in rapporto diretto con lui senza la presenza ingombrante della madre e forse è solo a questo punto che può cominciare a realizzare veramente cosa significhi essere padre. A questo punto, forse, avrebbe bisogno anche lui dello stesso tempo che ha avuto a disposizione la madre per godersi il figlio in dolcezza, coccolandolo teneramente senza necessità di interrompere il flusso amoroso gratificante con rimproveri o limitazioni,  tempo di mesi durante i quali il ruolo materno ha avuto modo di definirsi anche mentalmente, durante i quali il processo di attaccamento della madre al bambino ha avuto modo di realizzarsi saldamente.

In più, è proprio al momento dei primi tentativi di indipendenza del bambino che una coppia inizia veramente a sentirsi famiglia, dove la presenza di tre individui distinti e separati devono imparare a sentirsi un nucleo nuovo, situazione esistenziale diversa dal processo che fa diventare coppia due individui che prima non si conoscevano e li fa diventare madre e padre quando viene concepito un figlio. Quando due persone realizzano veramente  che da coppia sono diventate una famiglia, la difficoltà del nuovo adattamento esistenziale consiste nel rendere circolare e non lineare o triangolare quel flusso di energia e di comunicazione che si è già ben imparato a conoscere quando i due genitori, prima di diventare tali, da singoli individui hanno scelto di formare una coppia e da coppia hanno accettato di mettere al mondo un nuovo essere, imparando a non polarizzare più le loro energie solo tra l’uno e l’altro ma facendo spazio nei loro cuori ad una terza persona. Lo sforzo di fare spazio, inizialmente, può essere definito come uno sforzo individuale, cioè ciò che ognuno dei due genitori fa individualmente per prendere coscienza del nuovo ruolo che viene chiamato a svolgere. Pertanto, inizialmente, la madre proietta la sua immagine e la sua identificazione verso il figlio e il padre, a modo suo e con tempi suoi, fa la stessa cosa, continuando inidividualmente, in un certo senso, lo stesso processo mentale che li aveva portati ad identificarsi in una coppia.

Questa prima fase del processo di trasformazione di una coppia in famiglia può pertanto definirsi in un certo senso una triangolazione, dove la madre guarda al figlio in un modo e al partner in un altro modo mentre il padre fa la stessa cosa guardando anche lui verso il figlio, cioè imparando a relazionarsi con lui e continuando a relazionarsi con la sua partner come prima. Tre angoli, madre, padre e figlio e tre lati di un triangolo. Lo sforzo successivo, quello che, credo, dovete tu e tuo marito ancora completare, è proprio quello di fare diventare da triangolare a circolare questa relazione parentale. Il flusso di energia, di amore, di comunicazione e di esperienze deve fluire senza ostacoli da madre a padre, da padre a figlio e da figlio a madre senza soluzione di continuità. Il figlio deve sentire che la relazione tra le parti è ugualmente influenzata dal suo comportamento e dai messaggi che saprà lanciare e a sua volta dovrà sperimentare l’influenza del rapporto che i genitori hanno tra di loro  e che questo rapporto è in grado di modificare il suo stato d’animo e il suo modo di interagire. Un certo comportamento del bambino, recepito dalla madre, susciterà in lei un certo stato d’animo e alcuni pensieri che dovranno essere ugualmente recepiti e intuiti sia dal partner che dal figlio stesso in una comunicazione, appunto, circolare e priva di ostacoli e preconcetti o ruoli troppo definiti. 

È proprio smussando gli angoli nell’ottica di raggiungere la perfetta circolarità, cercando tuttavia di non influenzare e di rispettare le reciproche individualità che i rapporti tra le parti maturano e si consolidano creando quella speciale armonia che dovrebbe caratterizzare ogni nucleo famigliare. Nel tuo caso specifico, se tuo marito cerca di eludere alcuni doveri che si crede comunemente che il ruolo di padre debba assolvere, guarda la cosa con benevolenza e cerca di metterti nei suoi panni ricordando com’eri tu nei confronti della bimba alcuni mesi fa, quando, forse, alla sola idea di doverla rimproverare, che so, per un comportamento un po’ smanioso o per alcuni risvegli notturni inopportuni, ti si sarebbero drizzati i capelli in testa, adducendo come pretesto la tenera età della bimba.

Il papà sta, forse, appena ora assaporando la costruzione di un suo rapporto personale e più diretto con la sua bimba: lasciagli questa gioia per un po’ sollevandolo temporaneamente dal ruolo di censore. Lui istintivamente sente che è finalmente arrivato il suo momento per diventare importante agli occhi dela sua bimba, lascia che finalmente si compia il processo di innamoramento della bimba nei confronti del padre, così come è stato gratificante per te intuire come la piccola si stava innamorando di te dal momento della sua nascita in poi. Soltanto, fagli capire che sarà bene che sia lui ad incoraggiare la piccola verso la scoperta del mondo che la circonda. Dovrà essere lui, oltre che te, ad aiutare la piccola a staccarsi da te piano piano, cioè dovrà essere lui ad insegnare alla bimba a non avere paura delle novità.

Il padre tradizionalmente dovrebbe essere la figura che infonde coraggio, temerarietà, voglia di conoscenza e di avventura, iniziativa e che, con la sua presenza rassicurante, traghetta la bimba dalle braccia accoglienti della mamma verso la nuova avventura della vita. Il padre deve indicare la via, aiutare la figlia a costruirsi la sua sicurezza interiore fatta, non solo di coraggio, ma di abitudine al rispetto delle regole. Ma la sua influenza sulla bimba sarà tanto maggiore quanto più la piccola stessa avrà imparato ad amare e a stimare il suo papà. Questo processo ha i suoi tempi e deve avvenire in libertà, con dei tempi che non sempre sono ipotizzabili a priori e con delle modalità che dipendono anche dalla personalità del papà, dalla educazione che a sua volta ha ricevuto dai suoi genitori, dal tempo che ha a disposizione per costruire il suo rapporto con la figlia e così via. Forse, in questo momento particolare, troppi no potrebbero ostacolare in un certo senso questa armonia che si sta creando tra di loro. Quindi, abbi un po’ di pazienza anche tu in questo periodo, diventa a tua volta anche un po’ mamma di tuo marito oltre che della tua bimba, continua a parlare molto con lui dell’educazione della bimba e del concetto di educazione in generale in modo che si possa rendere conto di come dovrà impostare il suo ruolo nella famiglia, ma tutto questo senza conflitti o idee preconcette.

Voi genitori dovrete trovare un accordo su come impostare l’educazione, ma questo accordo dovrà tenere conto delle rispettive personalità perché è inutile pretendere che un genitore si comporti in modo severo con un bambino se a sua volta non ha ricevuto una educazione rigida da piccolo. Nella genitorialità, poi, conta molto di più l’autenticità del modo con cui ci si relaziona con il figlio, piuttosto che il fatto di recitare un ruolo che non ci appartiene; è molto più proficuo essere autorevoli che far solo finta, magari, di essere autoritari ed è molto meglio lavorare sui punti dell’educazione sui quali i genitori si trovano d’accordo piuttosto che esasperare i punti di contrasto disorientando così il bambino e perdendo di credibilità. L’educazione non va mai delegata, va condivisa. In seguito ad un certo comportamento del figlio, chi si sente di intervenire, intervenga, purché il genitore più passivo si mostri d’accordo con l’altro e purché ogni azione educativa passi sempre attraverso l’ascolto dei bisogni del figlio e la loro comprensione. Come ripeto spesso: prima bisogna essere sicuri di avere dato molto, solo dopo si potrà legittimamente pretendere qualcosa dal proprio figlio.

La mia opinione personale è che tuo marito non abbia completamente ragione nell’affermare quello che mi dici, ma non perché io stessa creda che sia dovere del padre dire di no e della madre delegare i no al padre o dire sempre di sì. Io credo che le regole si stabiliscano sul campo, senza preconcetti. I bambini, nel corso del loro sviluppo emotivo, attraversano periodi molto diversi tra loro: ci sono i periodi in cui i no sarebbero superflui e controproducenti e altri in cui per un genitore diventa obbligatorio dire dei sonori no perché è proprio il figlio, con i suoi atteggiamenti, a desiderare che sia così, provocando incessantemente. Pertanto, l’atteggiamento di un genitore varia inevitabilmente con la crescita del bambino modulandosi sulle sue esigenze del momento. Quello che è importante è, come ho detto, che vi sia armonia e coerenza nell’atteggiamento educativo dei genitori, qualsiasi sia il genitore che si accolla l’onere di dire i fatidici no, che non vi sia atteggiamento di delega dell’educazione soltanto ad un genitore, ma che sia concepito come un compito e un percorso sempre condiviso da entrambi e che le decisioni riguardanti l’educazione del figlio tengano sempre conto delle esigenze del figlio in quel momento particolare della sua crescita e non siano solo frutto di preconcetti o di atteggiamenti aprioristici.

Molto ascolto, quindi, molta fiducia e un numero limitato di concetti e valori di base da inculcare come fondamentali e imprescindibili che diventeranno i pilastri e le fondamenta di una perosnalità solida, ben orientata moralmente e sentimentalmente, sicura di sé ed essenzialmente positiva. Se tutto questo sarà assicurato, che sia la madre o il padre a pronunciare un maggior numero di no, a mio avviso, non ha nessuna importanza. Anche l’esperienza di un papà giocoso e disponibile diventerà per il bambino una immensa ricchezza.

Un caro saluto, Daniela