Dermatite atopica e reflusso: due argomenti da chiarire

Gentile dottoressa,

sono la mamma di una bimba che ha avuto un episodio di "alte" ad un mese di vita e alla quale è stato poi diagnosticato un reflusso gastro esofageo grave a seguito di ph metria delle 24h.

Alla bimba è comparsa anche una forte dermatite atopica con prurito sul volto e mi è stato detto di seguire un dieta priva di latte e derivati ma da altre persone ho sentito dire che sono stati tolti anche il manzo e il vitello.

Io come dieta per il reflusso ho trovato sui vari siti web che il latte è consigliato per contrastare l’acidità, quindi mi sorge un dubbio: la dieta è per il rge o per la dermatite? E cosa consiglia lei di evitare come cibi?

Inoltre, devo stare attenta al cibo che assumo in quanto potrebbe creare problemi alla piccola? Perché la mia pediatra mi ha detto (dato che sono anemica) che anche se assumo ferro non glielo passo con il mio latte.

Ringraziandola anticipatamente per la risposta che mi vorrà dare, la saluto e le auguro buon lavoro.


 

Allora, vediamo un po’: credo che ci sia bisogno di fare un po’ di chiarezza perché mi sembra che la dermatite atopica ti stia creando una certa confusione.

La dermatite atopica è una predisposizione genetica ad avere una risposta esagerata e clinicamente rilevabile, perché molto spesso con manifestazioni cutanee visibili oltre che mucose, a una varietà enorme di stimoli ambientali e non solo per forza alimentari; e tra quelli alimentari non solo e non per forza il latte vaccino. LA DERMATITE ATOPICA NON È UNA ALLERGIA ALLE PROTEINE DEL LATTE VACCINO, almeno non solo.

La dermatite atopica è un problema cutaneo cronico che si manifesta con fasi di remissione e fasi di riacutizzazione spontanea, non per forza in rapporto all’assunzione di determinati alimenti.

La dermatite atopica riconosce una base ereditaria: se il 20% della popolazione comune, senza storia famigliare di atopia, risulta atopico, quando in famiglia vi è un solo genitore atopico la probabilità di avere un figlio atopico sale al 60%; se entrambe i genitori sono atopici, tale percentuale sale all’80%. Sono in forte aumento i casi di atopia nei bambini di famiglie benestanti residenti in zone urbane ad alta concentrazione di allergeni ambientali e non solo alimentari.

L’atopia di solito inizia entro il terzo mese di vita, preceduta o meno da crosta lattea o dermatite seborroica; i fattori immunologici alla base dell’atopia possono essere l’allergia a determinati allergeni alimentari (non per forza latte vaccino ma molto facilmente anche agrumi, uovo, fragole, conservanti di molti cibi precotti o in scatola, emulsionanti presenti in creme, yogurt e altri cibi), l’allergia a profumi, emulsionanti e conservanti contenuti in prodotti cosmetici di vario tipo; l’allergia a muffe, a pollini, a forfora di animali domestici; può esserci una iperfunzionalità delle cellule immunocompetenti che reagirebbero in modo esagerato al contatto di allergeni innocui per i più; sulla pelle dei bambini atopici si trova quasi sempre una fortissima concentrazione di stafilococco aureo, germe normalmente presente anche sulla cute sana ma in minor concentrazione; la dermatite atopica peggiora col clima umido e freddo e migliora con il caldo asciutto.

Il bambino quindi non deve mai essere molto coperto e dovrebbe sudare il meno possibile, come d’estate dovrebbe essere portato al mare esponendolo al sole quando la pelle è in fase di remissione. Anche l’acqua di mare fa bene, con o senza lesioni cutanee ma il sole solo in assenza di dermatite.

L’allattamento al seno va prolungato il più possibile e la dieta della mamma che allatta deve essere genericamente sana, equilibrata, priva di alimenti conservati o troppo grassi.

Per quanto riguarda latte vaccino e derivati, nonché altre carni bovine, esse vanno inizialmente assunte assieme a tutti gli altri cibi considerati rischiosi in quantità corrette e variando molto l’alimentazione quotidiana.

Al persistere della dermatite andranno eliminati per prova uno alla volta per valutare gli effetti della loro sospensione dopo almeno tre giorni se non di più sulla pelle della bimba: se si notano miglioramenti e attenuazione della dermatite, si tenta la reintroduzione per valutare l’effetto di scatenamento e l’eventuale ricomparsa della dermatite.

Questo perché, prima di tutto, come ho detto, non è solo il latte vaccino l’ipotetico responsabile del problema, ammesso che sia un alimento a scatenarlo e non un altro tipo di allergene, e la dermatite atopica è di per sè altalenante con periodi di spontanea remissione, anche senza restrizioni dietetiche e con periodi di riacutizzazione, indipendentemente dalla riassunzione dell’alimento.

Quindi, prima di dare la colpa a un cibo piuttosto che ad un altro, bisogna fare la doppia prova, prima con la sospensione poi con la riassunzione. Se si nota un rapporto diretto tra l’alimento e la riacutizzazione della dermatite, l’alimento stesso andrà sospeso per alcuni mesi, altrimenti, anche solo nel dubbio ma senza certezza, la dieta restrittiva non serve.

Per la dermatite atopica sono importantissime le norme igieniche da seguire: pochi contatti della pelle con l’acqua, cioè non fare il bagnetto tutti i giorni quando è in fase di riacutizzazione. Il bagnetto deve essere breve e con acqua appena tiepida. Importantissimi sono poi i prodotti per la pulizia che devono essere specifici per la dermatite atopica.

La cute va poi asciugata delicatamente tamponandola e mai strofinandola e per la prevenzione degli arrossamenti non vanno usate creme profumate o creme qualsiasi anche se per l’infanzia. Il trattamento della dermatite atopica è infatti essenzialmente locale più che sistemico con farmaci o diete particolari.

Per quanto riguarda il reflusso gastro-esofageo, esso non ha nulla a che vedere con l’assunzione o meno da parte tua di latte vaccino.


Il latte materno è facilmente digeribile e permette allo stomaco di svuotarsi rapidamente, quindi è la soluzione ideale in caso di reflusso. A fine pasto si potrebbe fare assumere alla bimba una piccola quantità di sostanza addensante, come il Medigel, diluita in poca acqua o in poco latte materno spremuto dal seno per tentare un miglioramento del reflusso stesso.

Per favorire il rapido svuotamento gastrico bisogna che il latte materno non sia grasso o difficilmente digeribile: meno ristagna il latte nello stomaco meno reflusso c’è. Per questo motivo è bene che la mamma segua una dieta nutriente ma leggera con un corretto ma non eccessivo apporto di grassi alimentari.

Quindi pochi formaggi e, se la sospensione del latte vaccino, attuata per la dermatite, non desse miglioramenti, il latte stesso potrà essere reintrodotto ma in misura ridotta per ridurre i grassi complessivi giornalieri: un bicchiere di latte parzialmente scremato la mattina e, volendo, uno yogurt magro di pomeriggio, condire solo con olio extra di oliva e evitare carni grasse, insaccati o altro.

Per quanto riguarda il passaggio del ferro nel latte, come del resto di tutti i farmaci: tutte o quasi tutte le sostanze assunte in vario modo dalla madre, alimenti o farmaci che siano, passano, anche se in minima parte, nel latte (solo l’1-2%).

La facilità o meno di questo passaggio come la capacità del farmaco stesso di concentrarsi nel latte dipendono da vari fattori, primo fra tutti la quantità di questo farmaco che, una volta assunto, sia per bocca che per via venosa o intramuscolare, riesce a legarsi alle proteine plasmatiche.

Più un farmaco si lega alle proteine plasmatiche (albumina) meno riesce a penetrare nel latte ed attraversare la barriera emato-lattea formata da due pareti affiancate, una è la parete del vaso sanguigno nel quale si trova il farmaco e l’altra è la parete dell’acino o del dotto galattoforo che contiene il latte.

Il passaggio di questa barriera dipende, oltre che dal legame del farmaco con l’albumina plasmatica, dall’acidità o meno del farmaco stesso: più una sostanza è di natura anche solo debolmente acida meno riesce a penetrare la barriera emato-lattea. Un’altra variabile influente è la grandezza della molecola del farmaco o della sostanza che potrebbe passare nel latte, in quanto, ovviamente, più è grossa la molecola meno riuscirà ad attraversare la barriera emato-lattea, così come maggiore è la liposolubilità della molecola maggiore sarà la possibilità di attraversare la barriera e passare nel latte.


Come vedi, dunque, pur passando comunque in minima quantità, molte sono le variabili che condizionano l’assorbimento di un farmaco. In effetti il ferro passa con difficoltà la barriera emato-lattea ma in minima quantità passa eccome, visto che a volte, i bimbi che sono allattati da mamme che assumono ferro hanno feci un po’ più scure e un po’ più lente del solito.
Io spero di esserti stata di aiuto anche se sono stata un po’ prolissa, ma l’argomento meritava chiarezza.

Un caro saluto,
Daniela

  
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