Come il latte materno protegge dalle allergie e dermatite atopica

 

Gentilissima Dottoressa,

ho un bambino di sei mesi e mezzo affetto da dermatite atopica fin da quando ne aveva due.

Da allora, più e più volte mi hanno ripetuto che il latte materno protegge dalle allergie, che il mio Andrea è fortunato perché lo allatto io, il mio latte è fondamentale, ecc…

Convinta allattatrice e decisa a continuare fino a quando il bambino lo vorrà, mi sorge però un dubbio.

Perché il latte materno protegge dalle allergie? In che modo? Se così fosse, perché mio figlio, nonostante sia ancora quasi del tutto allattato al seno, continua ad avere la dermatite?

Inoltre, vorrei chiederle delucidazioni riguardo a quanto successo negli ultimi giorni.

Da due settimane evito latte e derivati, di qualunque animale. All’inizio sembrava che questo avesse portato i suoi frutti, tant’è che la dermatite del piccolo era migliorata, scomparsa del tutto su torace e schiena, lasciando qualche macchia e pelle secca su viso, cosce e retro delle ginocchia.

All’improvviso, da due giorni la dermatite è tornata e già stasera l’addome e la schiena sono rossi come lo erano prima.

Inutile dire quanto sia scoraggiata e con quale insistenza io mi domandi se ne vale la pena o se il bambino può essere allergico anche ad altro oltre, eventualmente, al latte. Ammesso che lo sia.

Anticipatamente la ringrazio, nell’attesa della sua risposta.

Rosaria

Il latte materno protegge e previene molte allergie, soprattutto alimentari ma anche respiratorie o cutanee, è vero. Esso, prima di tutto, contiene proteine che non sono in grado di stimolare reazioni allergiche nel lattante in quanto omologhe, cioè della stessa sua specie e non derivanti da specie diverse come quelle del latte vaccino o caprino o, al limite, anche del latte di asina – benché quest’ultimo assomigli maggiormente al latte materno – oppure dal mondo vegetale come la soia o il riso o altro cereali, poi contiene sostanze immunoprotettive e anticorpi in grado di contrastare le reazioni immunitarie che potrebbero verificarsi in un organismo predisposto quando venisse in contatto con allergeni eterologhi, da lui non riconosciuti come sono, appunto, alcune proteine provenienti da specie diverse da quella umana.

Nei primissimi mesi di vita, specialmente nei primi sei mesi, infatti, la mucosa intestinale del lattante non è perfettamente matura e anche il complesso dei suoi meccanismi immunitari non lo è: pertanto, le proteine o gli allergeni eterologhi che il lattante assume con l’alimentazione possono essere assimilati e assorbiti tali e quali e diffondersi nel circolo sanguigno prima di essere adeguatamente scissi, digeriti e denaturati dai processi digestivi.

Raggiunto il circolo sanguigno ancora integri si comportano come potenti antigeni in grado di stimolare reazioni immunitarie importanti che, in certi soggetti particolarmente sensibili o predisposti possono manifestarsi con sintomi patologici anche seri. Pertanto, almeno fino al raggiungimento della completa maturazione funzionale e digestiva del suo intestino, un lattante dovrebbe assumere esclusivamente latte materno non allergizzante e anche il suo svezzamento dovrebbe essere il meno precoce possibile, compatibilmente con le necessità nutrizionali del bambino e con la quantità di latte che può offrirgli la mamma.

Ciò non toglie, però, che il latte materno non sia totalmente privo di allergenicità: non può esserlo perché ogni alimento assunto dalla madre, in quantità minima, variabile da sostanza a sostanza, passa inesorabilmente anche nel suo latte e può quindi raggiungere il bambino.

Questo vale per alimenti, farmaci, inquinanti ambientali, virus (non sempre), batteri (anch’essi non sempre) e via discorrendo. Pertanto, il latte materno è un alimento solo teoricamente perfetto ma anch’esso inquinabile e potenzialmente fonte di allergie, anche se in misura e percentuale decisamente inferiore rispetto ai latti eterologhi.

Detto ciò, come ho avuto modo di ripetere innumerevoli volte in occasione di altre risposte sullo stesso argomento, la dermatite atopica è una malattia costituzionale su base spesso ereditaria che SOLO IN UNA MINIMA PERCENTUALE DI CASI può dipendere ed essere la conseguenza di una sensibilizzazione alimentare! E anche quando si riesce a mettere in relazione un miglioramento dei sintomi cutanei del bambino con la sospensione dell’assunzione di determinati alimenti da parte della madre, il più delle volte tale remissione non è definitiva e solo dopo avere sospeso e ripreso almeno per due o tre volte un determinato alimento e avere osservato una stretta coincidenza tra causa ed effetto sulle manifestazioni cutanee del bambino con ricomparsa e successiva scomparsa della dermatite ogni volta che veniva assunto ed eliminato l’alimento si può decretare una certa influenza dell’alimento stesso sui sintomi cutanei.

Ma la maggior parte delle volte non è così e succede proprio quello che è successo al tuo bimbo: apparente riduzione della dermatite, poi, senza che nulla sia cambiato nell’alimentazione materna, nuova ricomparsa dei sintomi per motivi incomprensibili. Quindi, inutile scervellarsi e sottoporsi a diete restrittive severe: la dermatite atopica riconosce miglioramenti e peggioramenti spontanei solo molto raramente in coincidenza con l’eliminazione o l’assunzione di determinati cibi, più probabilmente, invece, hanno la loro importanza motivi ambientali come umidità, eccessivo calore, assenza prolungata di irraggiamento solare della cute durante i mesi invernali, presenza di acari o muffe ambientali, di alcuni miceti cutanei o di una flora batterica particolare come alcuni ceppi di stafilococco che si possono riscontrare con facilità sulla cute del soggetto atopico, acari o peli di animali domestici e così via, non ultimi gli stress psicofisici.

La dermatite atopica non si cura se non localmente con prodotti idonei a ridurre lo stato infiammatorio nei periodi di riacutizzazione. La dermatite atopica è un problema essenzialmente dermatologico più che pediatrico o allergologico. Alcuni bambini, col tempo, assisteranno ad una riduzione delle manifestazioni cutanee in coincidenza, magari, con la comparsa di altri sintomi allergici come la rinite allergica o l’asma, ma non è detto che ne siano per forza predisposti.

Essi, quindi, non vanno per nulla trattati come soggetti allergici, non devono subire restrizioni dietetiche a meno che, come ho detto, non si sia accertata con due o tre prove di sospensione e successiva reintroduzione, la stretta e inequivocabile comparsa o ricomparsa della dermatite con un determinato alimento e questo vale anche per la nutrice. Se questa dipendenza ci fosse, però, non solo il latte dovrebbe essere testato ma anche altri cibi a rischio come agrumi, pomodori, uova e altri, quelli noti per essere più facilmente allergizzanti. Ma io punterei soltanto su buoni e specifici prodotti di cosmesi e di detersione della cute.

Un caro saluto, Daniela