Ciuccio

Gentile dottoressa, le scrivo per chiederle un consiglio sulla gestione ciuccio della mia bambina di 27 mesi. 

La piccola l'ha sempre usato SOLO per la nanna (sonnellino pomeridiano e notturno) e per i viaggi in auto… non l'ha mai preso quando si esce di casa, non l'ha mai preso durante il pranzo o la cena, non l'ha mai preso quando gioca. 

Dopo una settimana di influenza, verso Carnevale, ha iniziato a chiederlo più di frequente ed io pensavo fosse dovuto al fatto che quando è stata malata ne ha fatto un uso più assiduo. Ora, quando è stanca, lo chiede con insistenza a qualsiasi ora e in qualsiasi occasione. Arriva a fare vere scenate se non lo ottiene: se lo desidera prima di pranzo, per esempio, piange disperata fino a non riuscire più a mangiare… perchè crolla addormentata!

La conformazione della sua bocca è già un po' particolare, nel senso che i dentini davanti tendono a sporgere stile coniglietto… non vorrei che il ciuccio accentuasse questo difetto.

Non so come comportarmi: ho paura a levarlo del tutto, non tanto per i primi giorni di crisi quanto per il rischio "dito pollice". Già noto che quando ritardo a darlo mette il dito in bocca… non vorrei però nemmeno trovarmi con la piccola costantemente a bocca chiusa che biascica senza che io possa capirla! 

Mi piacerebbe che fosse CONVINTA che il ciuccio va lasciato, ho sentito tante esperienze di mamme in questo senso: lasciato senza rimpianti e mai più chiesto da un giorno all'altro, ma ho come l'impressione di non essere su questa strada… cosa mi consiglia? 

Grazie mille! Le sue parole sono sempre di grande aiuto per tutte… noimamme!

Sile

 

 

 

Cara Sile,

in un'altra occasione ho avuto modo di affrontare un argomento simile a quello che mi poni ora: non so se allora sono stata esauriente, ma ho dato la risposta che sentivo idonea. Siccome però ogni bambino è un universo a sè, diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto e da quelli che verranno nei secoli futuri, io che ho ormai l'età per essere nonna, dai miei tanti anni di professione ma soprattutto proprio da loro, dai bimbi (molti di loro sono ormai grandi e mi portano a visita i loro di bimbi), ho imparato una cosa importante: ho imparato che spesso la risposta non deve essere cercata lontano, magari sui libri, su internet o da esperienze di mamme a noi vicine; la risposta è quasi sempre contenuta nella domanda. E se è vero questo è vero anche che l'unico atteggiamento saggio e creativo da tenere davanti ad un bambino è quello dell'ascolto. Di un duplice ascolto: ascolto del bambino, cercando di mettersi in sintonia con le sue emozioni, i suoi stati d'animo, la sua visione particolare della vita in quel preciso momento, i suoi bisogni, le sue piccole fisiologiche regressioni comportamentali in seguito ad uno stress quale una malattia e soprattutto i suoi tempi maturativi, e ascolto del proprio di cuore, del cuore della mamma intendo.

Per ascoltare il bambino e mettersi in sintonia con il suo mondo bisogna farsi piccoli piccoli come lui, perché no?, anche fisicamente, per capire quanto grandi e grossi possono essere, per es. le strade da attraversare, le auto che passano, i cani che trotterellano a fianco e in generale tutto quello di cui non si è ancora fatta esperienza e non si può quindi prevedere ne tantomeno controllare. Per ascoltare e dare credito al proprio cuore di mamma bisogna reimparare ad essere istintivi, emozionali, semplici, concreti, puri, proprio come i bambini. Non sono le loro parole che la mamma deve imparare a decifrare nei primi anni, quando il linguaggio del bambino è assente o ancora incomprenbile: le mamme in questo, di solito, sono bravissime: ma non basta. Bisogna andare oltre, diventare più che istintivi, diventare medianici, intuitivi. Gli uomini non comunicano solo con la ragione: il vero linguaggio va oltre le parole. E' il linguaggio degli amanti che comunicano con lo sguardo, piuttosto che con il gesto, piuttosto che con le variazioni del battito cardiaco, del colorito delle guance e degli ormoni. Ogni essere vivente, piante comprese, ha in dotazione una gamma infinita di modi di comunicare, tanti quanti sono le tappe evolutive della maturazione delle nostre funzioni cerebrali. Voi mamme che ora cercate di capire le vostre creature di pochi anni, possibile che abbiate già dimenticato in che modo e con quali primordiali strategie riuscivate a comunicare con le vostre creature sin dai primissimi tempi della gravidanza? Non pensate che se allora ci riuscivate così bene, ed eravate così sorprese di ciò al punto di commuovervi era perché non avevate nessuna fretta di staccarvi da loro?

Un universo senza tempo accompagna i bambini nei loro primi anni: o meglio, non senza tempo, ma un universo dove si fa esperienza di un tempo, come dire?, frazionato: un eterno presente fatto di istanti che si susseguono e dei quali devono ancora imparare la continuità, il rapporto di causa ed effetto.

Ricordo anche che alla fine della stessa lettera che ho menzionato all'inizio di questa mia risposta io rivelai la mia storia, e cioè che io stessa ho succhiato il pollice fino a dieci anni, fino a poco prima della mia prima mestruazione! Non me ne vergogno affatto. Ricordo anzi il disagio e la profonda tristezza nonché il senso di solitudine che provavo quando, verso i sei anni, mia madre mi obbligò a smettere spennellandomi il dito con una sostanza amarissima e fasciandomi poi tutta la mano. Doveva essere proprio esasperata! Io provavo di nascosto a succhiarmi il dito dell'altra mano, ma non era la stessa cosa! Con il mio preferito, il sinistro, come dire? era lui che veniva in bocca mia, prima ancora che me ne accorgessi. La sintonia era perfetta! Quando lo sentivo in bocca, era un tutt'uno con le mie labbra e con la lingua e ormai non lo sentivo più come un corpo estraneo così come mi succedeva con l'altro pollice. Mi sentivo bene, semplicemente bene. Non avevo più paura di nulla, sentivo che nulla mi mancava in quel momento, avevo tutto quello che potevo desiderare dalla vita: la chiusura perfetta di un cerchio ideale; non più senso di vuoto o paura del buio o quel sottile disagio strisciante dei bambini che sentono di avere ancora così tanta strada da fare prima di diventare grandi forti e senza paura.

Lo cercavo la sera prima di dormire e tutte le volte che volevo estranearmi da mondo, non per fuggire ma per concentrarmi sulle mie fantasie e inventare le storie ambientate nel mio mondo segreto (sentivo che la sua esistenza dipendeva dal fatto di mantenerlo sempre segreto e incontaminato).

Questo non mi ha impedito di avere buoni risultati a scuola, di avere le mie amichette del cuore, tanto più interessanti quanto più scapestrate e maschiacce, di avere amore per lo studio e curiosità per la vita, di lavorare già a diciott'anni per mantenermi all'università, di fare viaggi oltre-oceano da sola già a vent'anni e di andare a vivere per conto mio a ventitre anni: tutte tappe che all'epoca erano giudicate un po precoci (ora i tempi sono cambiati). Non mi ha impedito di scegliere una professione di responsabilità di nascosto dalla mia famiglia che non approvava (sempre per via dei tempi diversi), di scegliere di lavorare come medico condotto in un paesino isolato solo sei mesi dopo la laurea e di assumermi tutte le responsabilità che la vita non manca di regalare. Solo, ho voluto fortemente farlo a modo mio e con i miei tempi.

Quanto al dentista, beh, ho gli incisivi anteriori un po distanti tra loro, ma li ho ereditati da mio padre, che non penso si succhiasse il dito da piccolo.

Ho visto bambini con i denti che io chiamo "spettinati" che non avevano mai succhiato neanche un angolo di lenzuolino e bimbi con i denti dritti e sani che avevano il ciuccio in bocca anche alla scuola materna. I dentisti danno come limite per il ciuccio i tre anni (di solito), età che corrisponde al completamento del processo di separazione dalla figura materna.

Ciuccio o dito, mi chiedi? Ti rispondo con un parere personale – alla luce di quanto detto fin'ora sembrerà di parte – io preferisco il dito: perché il dito, quando si gioca, si disegna, si corre, non può essere tenuto in bocca. Il ciuccio invece si: si può fare tutto con quel fischietto buffo tra le labbra. Eppoi il ciuccio alimenta nei genitori il senso di colpa di essere stati loro i responsabili di questo "imperdonabile atteggiamento infantile", mentre il dito è visto come un vizietto che il bambino ha nonostante i tentativi dei genitori di farlo cessare a tutti i costi.

Inoltre ti posso dire che vi sono bambini che rinunciano al ciuccio con molta facilità nei tempi voluti dai genitori ma poi si ostinano a voler dormire nel loro lettone a tempo indeterminato; come invece vi sono bambini vivaci e intraprendenti, assolutamente autonomi in tutto che fanno tragedie greche se si prova a staccarli dal loro ciuccetto anche dopo i tre anni compiuti.

Allora, cara Sile, non fossilizzarti sui particolari scindendoli dal contesto generale e goditi la tua bambina sana vivace ed intelligente come uno dei doni più preziosi che la vita poteva regalarti conservando l'energia che impegni in questo tipo di ansie per altre situazioni magari più impegnative. E piuttosto che entrare in conflitto con lei per questo problema, quando la vedi col ciuccio e capisci che non è per stanchezza, cerca di distrarla e di farla partecipare alla vita domestica:" aiuta mamma a fare questo, facciamo assieme quest'altro, ecc."

Un caro saluto,

Daniela