Aspirinetta in caso di febbre

Gentile dottoressa,
ho un quesito da porle, che mi stà letteralmente diventando matta:
mio figlio questo fine settimana è stato male, rimetteva tutto e aveva la febbre a 39.3, la guardia medica che lo ha visitato gli ha trovato le placche in gola.
quindi mi ha prescritto panacef come antibiotico mentre per la febbre aveva scritto nella ricetta nerofen (mi sembra che si scriva cosi’) e poi ha cambiato con aspirinetta perchè aveva letto nel libro l’informatore farmaceutico che si potevano masticare e che avevano un gradevole sapore di fragola.
come sua indicazione glielo date 2 capsule subito e una la mattina seguente (dopo 6 ore)
scopro poi dal mio pediatra il lunedì mattina che sarebbe stato meglio dare il nerofen.
secondo lei l’aspirinetta è pericolosa?
se fino ad adesso non si è verificato nessun effetto, o almeno visibile, posso stare tranquilla?
aspetto un suo parere medico,
in anticipo la ringrazio e porgo
cordiali saluti.




Da qualche decina di anni, più precisamente dagli anni 70-80 circa, è
difficile che un pediatra prescriva l’aspirina, o meglio, l’aspirinetta, che
ha un dosaggio di un terzo rispetto all’aspirina per adulti, quando desidera
somministrare un antipiretico o un antidolorifico ad un bambino affetto da
una patologia di sicura o di probabile origine virale e questo perché si sa
ormai con certezza che, anche se in casi piuttosto rari, l’acido
acetilsalicilico, componente principale dell’aspirina, è in grado di
potenziare gli effetti tossici delle tossine liberate dai virus in corso di
malattìa. Questo pericoloso effetto collaterale dell’aspirina si è ben
studiato ed è più frequente in corso di varicella, ma può verificarsi
praticamente in tutte le altre malattìe virali come influenza, sindromi para
influenzali, gastroenteriti virali, ecc. La complicazione che può
verificarsi è l’insorgenza della sindrome di Reye, una grave malattia che
può essere mortale e che si manifesta con nausea, vomito incoercibile,
torpore fino al coma, disorientamento e gravi effetti tossici a carico del
fegato alcune settimane dopo l’assunzione del farmaco. Questo succede solo
nei bambini o nei ragazzi fino ai 12-16 anni ma non negli adulti e non si
verifica quando si somministra aspirina in corso di una malattia di sicura
origine batterica oppure quando la si prescrive come antiaggregante oltre
che antipiretico e antidolorifico nella sindrome di Kawasaki, nella malattia
reumatica e in altre patologie dolorose o vascolari sicuramente non
dipendenti da virus. Questo farmaco è stato quindi sostituito da altri ad
effetto simile come il paracetamolo – tachipirina – o gli antinfiammatori
non steroidei come ibuprofene – nurofen – o simili. Si assiste, attualmente,
ad una tendenza a preferire gli antinfiammatori non steroidei al
paracetamolo perché di quest’ultimo si è fatto larghissimo uso e abuso da
decenni e questo ha permesso di conoscerne meglio gli effetti collaterali,
ma è evidente che se si farà un uso altrettanto diffuso degli
antinfiammatori non steroidei, anche questi ultimi verranno additati per i
loro inevitabili effetti collaterali e così sarà per qualsiasi altro farmaco
nuovo che la ricerca scoprirà e le case farmaceutiche commercializzeranno.
Non esiste, quindi, un farmaco da preferire, esiste solo una linea
terapeutica e di ragionamento da seguire che consiste nel soppesare sempre e
comunque, per ogni terapia prescritta, benefici, effetti collaterali e
costi, il tutto, altrettanto sempre e comunque, riferito al singolo soggetto
e alla specifica malattia che si intende curare.