Ciao, sono Feima73

Raccontaci chi sei e come sei arrivata qui
Rossana

Messaggio da Rossana »

Benarrivata! Ciao, io sono Rossana e ho una bimba di tre anni, Luna.
(ma il nome Agata resta sempre in testa per una possibile -eventuale- altra femmina) :-)



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marika
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Messaggio da marika »

Ciao benarrivata!!
Sono Marika, ho 26 anni e sono mamma di Francesco e Teresa

BABA

Messaggio da BABA »

ben arrivata sono barbara mamma di andrea di 14 mesi
che dire. ...
oggi ho poche parole..

be insomma non è il massimo benvenuto ma domani mi rifaccio

zizzia
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Messaggio da zizzia »

benvenuta carla!
io mi chiamo lucia e abito ad acitrezza a pochi km da catania...chissà può essere che ci sei stata durante il tuo soggiorno nella città di sant'agata.

Tu invece dove abiti??

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Kiaretta
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Messaggio da Kiaretta »

Benvenuta tra le noimatte!!!
Io sono Chiara ho 33 (quasi 34 anni) e una bimba di 3 anni che si chiama Carlotta.
Sono una toscanaccia e scrivo da Empoli

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tati
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Messaggio da tati »

:bacio: benvenuta anche da me.

io sono daniela, 23 anni, 2 bimbi. elisa di 5 anni e paolo di 2...

io sono mamma, mamma 24 ore no stop.

:bacio:

nene70
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Messaggio da nene70 »

ciao e benvenuta, sono elena, 36 anni, mamma delle due creature qua sotto! :D
che bello il nome di tua figlia!

Ospite

Messaggio da Ospite »

E cco aggiungo qui il seguito.



Bevo il caffè e vi racconto un po’ di me.
Solo a scriverla la propria vita si esce dalla errata consapevolezza che la propria esistenza, fatta di gesti quotidiani e ripetibili, non è monotona e banale ma speciale, unica e irripetibile perché così simile alle altre vite vissute ogni giorno da mattina a sera, di corsa, lentamente, bevendo un caffè bollente, sistemandosi i capelli in autobus prima di entrare al lavoro, guardando i propri cari la domenica mattina fare colazione, telefonando ai genitori lontani, caricando la lavatrice, godendosi una vacanza in tre, un aperitivo con gli amici, facendosi emozionare da una casa dei treni.
IN PRINCIPIO
Sono nata a Milano. Da genitori un po’ milanesi, un po’ torinesi, un po’ di montagna.
Ho fatto l’asilo e le elementari dalle suore. Poi le medie e il liceo scientifico in una scuola pubblica. Adolescenza come da copione: ribellioni e ribellioni. Estati passate ad imparare l’inglese a Londra. L’inter rail in giro per l’Europa. Poi l’ora di decidere la facoltà universitaria. Volevo filosofia. Mio padre decise per architettura. E così mi ritrovo a Venezia: città umida e vecchia signora, sguaiata e malinconica.
DUE DI DUE
A Venezia incontro Marco, il mio futuro marito. Due anni più di me, iscritto ad economia aziendale. Complice una serata tra amici ed un bicchiere di troppo ci baciamo. Per settimane lo evito. Sono imbarazzata per essermi lasciata baciare così senza resistenze. Lui mi cerca e io scappo. Ma lui mi “marca ad uomo” e incominciamo a frequentarci, senza più baciarci per molti mesi. Trascorriamo un inverno ed una primavera così. Lui che mi viene a prendere alla “casa dei treni”, mi porta la valigia, mi offre il tramezzino, alle volte il gelato. Diventiamo inseparabili. Lui sempre da me, perché il suo appartamento è full. Studiamo, mangiamo, facciamo tutto insieme. Ma ogni suo approccio fisico finisce in un due di picche. Ma io pian piano mi sto innamorando. E poi quel pomeriggio afoso. Il divano sfondato con sopra un orribile tarocco gran foulard bassetti. Mi dice “vado in bagno”. Ritorna imbarazzatissimo, con i capelli bagnati, balbettante, con in mano la bottiglietta del mio struccante per occhi, dicendomi “scusa, pensavo fosse gel”. Per la mente mi passano due risposte, “ora vado io ad incipriarmi il naso” oppure “Ti amo”, opto per la seconda. E incomincia la nostra vita a due: due di due.
Marco, insieme a mia figlia e ai miei genitori e ai miei tre amici storici è uno dei beni più preziosi che ho. Marco è un mix esplosivo di geni: metà napoletano (da parte di padre) e metà triestino (da parte di madre): temperamento incostante (geni partenopei e triestini) e mente analitica (i geni normanni e austroungarici, che hanno determinato anche il suo aspetto fisico: castano chiaro, altissimo).
Siamo diversi in tutto, ma in questa diversità troviamo l’equilibrio fondante della nostra coppia. Equilibrio che si caratterizza nei molti punti d’incontro e altrettanti di scontro, un esempio per tutti, lui molto di destra e io molto molto di sinistra.
Ci laureiamo, io vinco una borsa di studio per la scuola di restauro a Firenze. Scuola di restauro combinata a lavoro sul campo, ben pagato. Sono finalmente indipendente, sotto il punto di vista economico. A Firenze mi diverto. Sono libera. E voglio godermi questa libertà. Fatta di scelte solo mie, finalmente solo mie.
Marco incomincia a lavorare in banca, per il Banco di Napoli. Viene mandato a Marano (Napoli) e Fratta Maggiore (Napoli). Si sente solo, anche se vive dalla nonna. Siamo lontani e a lui pesa questa lontananza. Ha voglia di matrimonio. Al contrario io sto bene così: indipendente e libera. E categoricamente dico di no alle sue proposte.
Incominciano le vere crisi tra me e lui. Mi dice che sono cambiata, ma anch’io non lo riconosco più. Ci prendiamo una pausa dalla nostra vita insieme. Io che mi rodo dalla gelosia per lui a Firenze, lui che si rode dalla gelosia a Napoli. Ma andiamo avanti così, sentendoci ogni giorno, parlando vagamente delle giornate e del tempo, testardi da non dirci che ci manchiamo da morire. Io ogni volta che chiudo la conversazione glielo dico mentalmente.
Un colpo di fortuna. Dopo due anni mi danno la chance di andare a Bologna. Ci vado e il destino trama alle nostre spalle: anche Marco viene comandato a Bologna. Ci incontriamo là nella piazzetta dietro via Santo Stefano. Ricominciamo. Ora ho io voglia di famiglia, staccionata, station vagon e bambini. Lui, no. Nuovamente crisi. L’estate decidiamo di fare una vacanza insieme, ci diciamo che sarà quella decisiva, quella che deciderà sul da farsi. Tre settimane a Positano.
Quando torniamo lui lascia il suo appartamento e viene a vivere da me. Viviamo insieme per alcuni anni. Anche se di sposarci, ormai, non sentiamo più il desiderio. Stiamo bene così. Passiamo anni spensierati a Bologna. Stiamo costruendo il nostro futuro: due di due.
A Marco viene proposto di trasferirsi a Udine come direttore di banca. Gli dico “vai, è una chance che non puoi perdere”. Lo dico sorridente, ma veramente sorridente, il cuore dentro è un mare in burrasca.
E Lui Parte.
L’ultimo mio anno a Bologna è dedicato solo a cercare opportunità per avvicinarmi a lui. L’ultimo anno a Bologna è telefonate lunghissime, decine di sms, mails. Viaggi in auto per incontrarsi il sabato e poi ripartire la domenica notte. Lunedì mattina con gli occhi gonfi di sonno e malinconia, sbadigli.
Arriva l’occasione, un posto di lavoro ai Musei Triestini.
Troviamo casa a Muggia: borgo di pescatori. Una casetta con il giardino dove mettere il tavolo con le sedie di tutti i colori per farci colazione le mattine d’estate, insieme, due di due. C’è anche la staccionata, da riverniciare (da riverniciare, ancora oggi!). Ci sposiamo, due di due.
ARCO D’AMORE.
Undici mesi dopo il nostro matrimonio, arriva Agata. Il primo aprile, un meraviglioso pesce d’aprile. Attaccato per tutta la vita a noi. Il più bel pesce che abbia mai visto. Agata è il nostro Arcod’amore, quel ponte di vita gettato tra il presente e il futuro.
Agata è “cromosomi corsari”, Agata è la nostra “EvaLuna”.
Agata è dormire insieme tutti e tre nel lettone. Agata è il sorriso del mattino. Agata è la quiete della sera dopo la tempesta del giorno.
Non so cosa sarei se avessi deciso per la facoltà di filosofia.
Non so cosa sarei se quel pomeriggio afoso fossi andata “ad incipriarmi il naso”.
Siamo consapevoli, al contrario, che non saremmo noi, quelli che siamo oggi, i due di due di prima, se non fosse arrivata Agata.
AMICIZIA, SENSO DI COLPA E PAOLA.
L’amicizia è sempre stata una componente fondamentale, necessaria ed essenziale per la mia esistenza. Ho tre amici storici: siamo l’unità di crisi della farnesina, basta un sms di richiesta d’aiuto e ci moblitiamo gli uni per gli altri.
Due maschi e una femmina. Antonio, Alessandro, Stefania, l’amica di sempre, quella con cui sono cresciuta insieme, che non ti ricordi più quando l’hai incontrata, perché sempre presente e quotidiana. Quella sorella che non ho, e che lei è. Quella testarda che ama la musica e batte sui tasti del pianoforte e si sublima con la bacchetta in mano. Quella che guai se non c’è perché mi sentirei persa.
E poi ci sono i sensi di colpa. Credo che la donna sia stata programmata fin dall’eternità a vivere con il senso di colpa nel momento in cui diventa madre. Le sacre scritture ci consegnano un’ Eva peccatrice e tentatrice. Ma sono convinta che Eva non è stata torturata dal senso di colpa per quella mela consegnata ad Adamo. Quella mela che ha ipotecato il futuro delle sue generazioni postere a sacrifici e tribolazioni. E’ stata torturata dal senso di colpa per quel Caino e quell’Abele, me la immagino che si arrovella del perché di quel gesto tra fratelli, della sua colpa di madre nei confronti di quei due suoi figli.
Mio malgrado o fortunatamente, come madre, non vivo forti sensi di colpa nei confronti di mia figlia. Sono una madre imperfetta, Agata è una figlia imperfetta. Spenderemo la nostra vita a conoscerci ed accettarci. Così, come siamo.
Ma Paola è quel senso di colpa che mai ti abbandona. E’ l’amica del cuore persa nei meandri di una meravigliosa amicizia. Paola è i primi approcci con l’università. Era il capirsi al volo. Uno sguardo anche lontano e la sensazione di avere bisogno l’una dell’altra. Paola era la “corrispondenza di amorosi sensi”, Carla e Paola per sempre insieme ci dicevamo. Era l’amicizia profonda, talmente intrisa di emozioni che era tesa come la corda di un violino. Un bel giorno quella corda si è spezzata, per colpa mia e sua, stupide incomprensioni che ci hanno scaraventate l’una distante dall’altra. E io troppo svuotata per la fine di un’emozione durata anni, non ho avuto voglia e coraggio di ricominciare. Perché niente è come prima. Ancora oggi dopo tanti anni la penso e un brivido (il brivido del senso di colpa di non aver tentato…) mi corre lungo la schiena. E mi chiedo Paola dov’è? Paola che non sa di Agata. E io che non so niente di Paola.
Questo senso di colpa che scandisce le mie giornate, “e le vedo ormai lontane le mie parole. Più che mie sono tue. Come edera crescono aggrappate al mio dolore antico. Così si aggrappano alle pareti umide. E’ tua (nostra) la colpa di questo gioco cruento.”.
Quando è nata Agata le ho augurato tre cose: la salute, la serenità e di avere un’amicizia come tra me e Paola.

Di me che posso dire, che sono una donna passionale, la pasionaria delle cause perse, che prendo fuoco per un nonnulla, che sono intransigente e volitiva, che adoro trascorrere i pomeriggi di bel tempo con le mie amiche e con i nostri figli nel mio giardino con la staccionata ancora da riverniciare…

Qualcuno si è svegliato. Marco. E’ ora di un secondo caffè.
A presto.

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