Amniocentesi e villocentesi: tecniche invasive di diagnosi prenatale


Si tratta di tecniche di tipo invasivo, che comportano un rischio (sia pur piccolo) per il feto, ma consentono un’esatta diagnosi genetica tramite l’analisi diretta del DNA fetale.

Sono consigliate:

  • in donne oltre i 35 anni, maggiormente a rischio di avere bambini con anomalie genetiche;
  • in presenza di fattori di rischio particolari (familiarità);
  • in casi di anomalie riscontrate con l’ecografia;
  • in caso di responso positivo nei test di tipo probabilistico .

Al fine di sfatare il luogo comune per cui, fatta l’amniocentesi o la villocentesi, la futura mamma può “stare tranquilla”, è importante sapere che tali analisi sono in grado di riscontrare anomalie grossolane dei cromosomi (in particolare le trisomie, ma anche eventuali traslocazioni che interessino grosse porzioni di cromosomi) ma NON tutte le possibili anomalie genetiche.

In particolare, le malattie che possono essere individuate con queste tecniche sono:

  • la sindrome di Down (la più frequente)
  • la trisomia 13
  • la trisomia 18
  • le aneuploidie dei cromosomi sessuali (sindrome di Turner o sindrome di Klinefelter)

Numerose altre malattie genetiche (circa 1000), ma non tutte, sono riconoscibili con le moderne tecniche di analisi del DNA ma, essendo analisi piuttosto costose, non possono essere effettuate di routine e vengono prescritte soltanto in casi di familiarità per la malattia.

Alternativamente, la coppia può decidere di effettuare l’analisi privatamente e aggiungere, al costo base, una quota per ogni malattia genetica aggiuntiva indagata. Com’è evidente, pochi potrebbero permettersi un’indagine genetica a ampio raggio e anche coloro che possiedono le maggiori disponibilità economiche si limiteranno alle malattie più frequenti e/o più gravi.

Talvolta, inoltre, i genitori fanno confusione fra “anomalie genetiche” e “malformazioni”: è importante sottoporsi anche alle ecografie, in particolare all’ecografia morfologica, poiché numerose malformazioni possono riguardare feti assolutamente sani alle analisi genetiche di routine (ad esempio, le malformazioni cardiache). Anche in questo caso, c’è da ricordare che non tutte le malformazioni vengono riscontrate durante le ecografie: molto dipende dall’accuratezza dell’ecografia stessa (apparecchio utilizzato, esperienza dell’operatore, ecogenicità dei tessuti della madre, che possono ostacolare, per le loro caratteristiche, la visione delle strutture del feto).

Amniocentesi

In cosa consiste

L’amniocentesi consiste nel prelievo di 15-30 ml del liquido in cui è immerso il feto (liquido amniotico) tramite l’introduzione di un ago apposito (lungo circa 10 cm) nell’addome materno, sotto controllo ecografico per verificare l’esatta posizione dell’ago in ogni momento e per evitare di danneggiare il feto. Il fastidio per la donna è legato all’introduzione dell’ago ed è simile a quello provocato da un’iniezione intramuscolare. L’anestesia è necessaria solo in caso di donne particolarmente ansiose.

Le cellule fetali presenti nel liquido amniotico vengono coltivate in laboratorio e su di esse si effettuerà l’analisi del cariotipo (cioè del patrimonio genetico dal punto di vista morfologico) e, eventualmente, altre analisi genetiche più specifiche. Il tempo necessario per avere i risultati è di circa due settimane.
Sul liquido amniotico può inoltre venire effettuato il dosaggio di alcune sostanze per analisi di tipo biochimico. In particolare, nell’amniocentesi di routine viene dosata la quantità di alfafetoproteina presente nel liquido amniotico, per la diagnosi di difetti di chiusura del tubo neurale.

Quando si può effettuare

Di solito l’amniocentesi, allo scopo di rilevare difetti genetici, si esegue fra le 16 e le 18 settimane di gestazione.
Esiste un’amniocentesi tardiva, effettuata dopo la 20° settimana, che valuta parametri biochimici per verificare, prevalentemente, la maturità fetale (ad esempio, livello di maturazione polmonare e funzionalità renale).
Grazie all’introduzione di tecniche diagnostiche basate sulla PCR (polymerase chain reaction, che consente di analizzare piccole quantità di materiale genetico) è possibile, oltre che ottenere risultati più veloci, anche praticare un’amniocentesi particolarmente precoce, ovvero a 11-14 settimane, dato che a quest’epoca la quantità di liquido amniotico prelevabile è scarsa (1,5 ml sono sufficienti).

Quali sono i rischi

– aborto: la percentuale di aborti in seguito a amniocentesi è stata calcolata intorno all’1%; la percentuale potrebbe, nel frattempo, essere scesa con il perfezionamento della tecnica ed è, probabilmente, inferiore quando l’analisi è effettuata da operatori particolarmente esperti;

– perdita di liquido amniotico, in una percentuale del 2% circa: di solito, si risolve spontaneamente nel giro di pochi giorni. Solo in una piccola percentuale la perdita può essere eccessiva;

– sanguinamento vaginale, nel 2-3% dei casi, di solito si risolve spontaneamente;

– infezioni, in percentuale inferiore all’1%: i sintomi iniziali sono simil influenzali, con febbre non elevata. In questi casi, è necessario un nuovo prelievo con coltura del liquido amniotico per verificare lo stato di infezione e, se presente, la gravidanza deve essere interrotta;

– nelle donne con fattore Rh negativo, è necessaria la profilassi per il rischio di immunizzazione: se il feto fosse Rh positivo, in caso di contatto fra sangue materno e fetale, la madre produrrebbe anticorpi contro i globuli rossi fetali. Questo avviene, di solito, al momento del parto senza rischi per il bambino (i rischi, se non fosse effettuata la profilassi, sarebbero per la gravidanza successiva) ma se, per qualche motivo, la produzione di anticorpi materni avviene durante la gravidanza, il feto rischierebbe una grava anemia. La profilassi è effettuata di routine in seguito a amniocentesi, quindi non si corre nessun rischio effettivo;
– l’amniocentesi precoce (prima delle 16 settimane) è stata correlata con un piccolo aumento del rischio di piede torto;

– l’amniocentesi tardiva può invece, provocare traumi al feto o scatenare il travaglio.

Dolori similmestruali sono normali, ma in presenza di forte dolore addominale, sanguinamento, perdita di liquido amniotico e febbre è bene rivolgersi al medico.

Dopo il prelievo, è consigliato il riposo per le 24-48 ore successive ma sarebbe preferibile evitare attività intensa, sport, viaggi lunghi, rapporti sessuali, per almeno una settimana.

Nello 0,2% dei casi, le cellule non riescono a crescere e può essere necessario ripetere il prelievo.
Nello 0,2-0,5% dei casi viene riscontrato mosaicismo cellulare (cioè la presenza di cellule con corredo genetico diverso) e può essere necessaria la cordocentesi per un chiarimento diagnostico.

QF-PCR
La QF-PCR è una tecnica di biologia molecolare che, amplificando specifiche porzioni di DNA, rende possibile effettuare una diagnosi delle più comuni cromosomapatie (21,13,18, cromosomi sessuali) con una minore quantità di materiale di partenza. È possibile diagnosticare, se richiesto, altre malattie genetiche.
Il fatto che siano sufficienti 1,5 ml di liquido amniotico (nonché un ago più piccolo) rende il prelievo meno invasivo e consente di effettuale un’amniocentesi precoce (dalla 11° settimana).

Un ulteriore vantaggio è la rapidità del responso: 24-48 ore.

Villocentesi

In cosa consiste

La villocentesi consiste nel prelievo dei villi coriali, una porzione della placenta di origine fetale (le cui cellule, dunque, hanno lo stesso materiale genetico del feto). Il prelievo si effettua tramite l’inserimento di un ago nell’addome della donna, sotto controllo ecografico. Anche in questo caso, non è necessaria anestesia, ma l’analisi può essere fastidiosa per la procedura che richiede di muovere l’ago per il prelievo delle porzioni di tessuto. Talvolta il prelievo avviene per via transcervicale, tramite l’inserimento di un catetere che, dalla cervice uterina, raggiunge la placenta.

I risultati, di solito, si hanno in due settimane (le cellule devono essere coltivate in laboratorio prima di essere analizzate). Se si associa alla villocentesi la tecnica della QF-PCR, i risultati saranno disponibili in un paio di giorni e l’esame può essere meno invasivo (minore quantità di tessuto necessaria).

Quando si effettua

La villocentesi si effettua dalla 10° alla 13° settimana.

Quali sono i rischi

Il rischio abortivo è simile a quello dell’amniocentesi (1% circa).

Esiste la possibilità (1%) di riscontrare mosaicismo cellulare (cellule con due diversi tipi di materiale genetico), che rende necessario un chiarimento diagnostico tramite amniocentesi o cordocentesi.
È possibile, inoltre, un fallimento dell’esame (0,5-1%) che, in tal caso, dovrà essere ripetuto.
Anche in questo caso, viene effettuata la profilassi con anticorpi anti-D per il rischio di immunizzazione Rh.

Cordocentesi o Funicolocentesi

Consiste nel prelievo di sangue fetale dal cordone ombelicale, nel punto che l’operatore riterrà più opportuno, sotto controllo ecografico.

Si esegue dopo le 18 settimane.

Dal sangue fetale si possono ottenere informazioni sullo stato di anemia del feto, sul corredo genetico, sull’eventuale presenza di agenti infettivi. La stessa tecnica può essere utilizzata, in caso di necessità, per trasfusioni intrauterine.

Comporta un rischio di aborto del 2% .

Anche in questo caso, viene effettuata la profilassi con anticorpi anti-D per il rischio di immunizzazione Rh.

Amniocentesi o villocentesi?

Secondo alcuni, la villocentesi comporterebbe un maggiore rischio di aborto, mentre secondo altri le percentuali sarebbero paragonabili.

La villocentesi ha il vantaggio di essere più precoce e l’eventuale aborto, in seguito a diagnosi di malattia, potrebbe avvenire tramite raschiamento sotto sedazione consentito, per legge, fino a 13+6 settimane. Oltre questo termine, è necessario il ricorso al travaglio abortivo (un vero e proprio parto, più traumatico fisicamente e emotivamente per la donna).

La villocentesi, d’altro canto, richiede operatori particolarmente esperti ed è praticata solo in alcuni centri, non fornisce informazioni su eventuali difetti di chiusura del tubo neurale e, infine, se i tempi non sono tali da consentire un aborto entro la 13° settimana non fornisce vantaggi sull’eventuale modalità di aborto.


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