La nascita di Enrico

 

Newborn-babies-in-a-Chine-007 Non c’è niente di romantico nel partorire in Cina

Quando leggo le storie della nascita dei NoiBimbi, sono tutte così romantiche e piene d’amore che quando arrivi alla fine ti scende sempre una lacrimuccia.
Non aspettatevi questo dalla storia della nascita di Enrico: non c’è niente di romantico nel partorire in Cina.

Inizio le contrazioni durante la notte. Alle 7:30 si sveglia il marito, le contrazioni si fanno più frequenti. Decidiamo di chiamare l’ay, la babysitter, e far fare colazione ai bambini.

Mi sdraio nel lettone con Daniele sarà l’ultima volta che potrà avermi tutta per sé. Io lo so, ma lui non ha neanche due anni e non se ne rende conto. Me lo abbraccio forte forte e piango.

Finalmente alle 10 la ay arriva, saluto i bambini esco di casa piangendo preoccupata per come starà Daniele. Nel tragitto casa-strada-taxi, ho due contrazioni forti. I giardinieri e le signore delle pulizie mi guardano storto, io alzo una mano, non preoccupatevi non lo faccio qui!

Arriviamo in ospedale. Mi visitano nella “sala parto”, tra virgolette perché non è altro che una stanza d’albergo: il letto reclinabile, la lampada per il bambino, un tavolino rotondo con due sedie marrone scuro. Il tipico arredamento cinese, identico a quello che trovereste in una stanza d’albergo.

Vedo che iniziano a preparare i ferri e non mi dicono niente. Domando se è ora: sono dilatata di 7 cm. Allora gli faccio vedere il mio piano nascita (non seguiranno praticamente niente di quello che ho scritto). Mandano Bruno, mio marito, a pagare un anticipo e nel frattempo arriva un dottorino con un questionario da compilare: nome, cognome, nazionalità, età quanti partner ho avuto negli ultimi 10 anni….. ma che ti frega!?
Poi, sempre in un’inglese incomprensibile, mi dicono di firmare un foglio. Il dottore cerca di spiegarmi cos’è, ma non è capace, l’unica parola che capisco è “pericoloso”.
Pericoloso cosa?! Sta bene il bambino?!
Alla fine riescono a dirmi che devono rompere le acque e devo firmare il foglio.

Non volevo stare sdraiata tutto il tempo, ma con il monitoraggio attaccato non posso alzarmi. So che se cammino accelero il tutto, ma non vogliono, se cerco di chiudere anche un po’ le gambe, l’ostetrica me le spalanca in malo modo, ma cavoli sono scomoda!

Sento arrivare le contrazioni e questa volta sono più preparata, le accolgo e non cerco di fermarle. A un certo punto mi dicono che devo spingere, ma io non sento lo stimolo. Io ci provo, ma mi dicono che spingo piano! Sono disperata, penso ci voglia ancora tanto, allora provo due spinte forti: vedono la testa!
“Da brava un’altra spinta forte.” Esce la testa!
“Ferma ferma non spingere!”
E che palle! Prima spingo piano, poi non devo spingere, ma allora!?

Ok, un’ultima spinta ed è fuori, me lo mettono sulla pancia. È un gigante, ha due mani che sembrano delle pale e una bocca grandissima, è uguale a Daniele. Sento il suo calore sulla mia pancia, è bellissimo. Io e Bruno ci guardiamo negli occhi, vedo tanto amore nei suoi. Mi dice che sono stata bravissima e mi ama. Poi taglia il cordone.

Lo pesano e mentre lo puliscono, Bruno mi dice: “Amore, come lo chiamiamo? Matteo o Enrico?” Io sono stanca: “Fai tu”, rispondo. Ed Enrico fu.
Benvenuto Enrico, detto anche Ultimo.

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Il post-partum nell’ospedale di Suzhou

– Mi dicono che devo dare il latte in polvere a Enrico: è un bambino grande e deve mangiare subito.

– Ogni due per tre arrivano e mi strizzano i capezzoli per vedere se c’è latte: non va bene, non c’è niente (e ti credo! ho partorito da meno di un giorno).

– Mi chiedono ogni quanto mangia e intimano che deve mangiare ogni tre ore: se si sveglia prima non va bene, non mangia abbastanza devo dargli latte in polvere.

– Ecografia per testicolo ritenuto: durante l’ecografia continuano a dire “Mei you, mei you“, “Non c’è”. Io in panico. Finita l’eco non mi dicono niente, poi arriva un’infermiera: “Il dottore è andato a casa, domani ti darà l’esito”.

Inutile spiegare che il latte non arriva subito, che davo da mangiare al bambino tutte le volte che voleva, ecc. ecc.
Qui non ci provano neanche con l’allattamento, comprano il loro bel colostro artificiale e poi anche il latte. Le mamme se ne stanno in casa a letto per 40 giorni, non può uscire nemmeno il bambino, mangiano una brodaglia di non so che pesce, non possono lavarsi per 40 giorni.
La cosa bella è che non sono mai sole, c’è sempre qualcuno che le aiuta, anche nella cura del bambino, loro devono pensare solo a rimettersi.

Dovreste vedere che sguardi mi lanciano le donne qui, perché esco con Enrico nel meitai, continuano a ripetermi Bu hao, Bu hao, non buono, non buono.
E mi guardano ancora peggio se vedono che non è coperto con mille strati di vestiti e coperte.
Va beh, io mi diverto.