Le mie discutibili 42 regole per essere una buona madre altamente imperfetta

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Sono mamma di tre figli in età scolare. Mamma, insegnante, scrittrice, colf tuttofare, autista, cuoca, infermiera di PPS (primissimo pronto soccorso), veterinaria, psicologa, sociologa, pedagogista, “docente” di filosofia domestica spiccia, sognatrice, eccetera, eccetera. Esattamente come tutte le mamme del mondo e cerco di fare del mio meglio per essere una buona madre imperfetta, anche se NON faccio (o non faccio più) un sacco di cose.

Per esempio:
1. da vera irresponsabile non accompagno i miei figli a scuola per quei quasi ottanta metri che separano il cubo domestico da quello scolastico: nemmeno se piove;
2. me ne frego così tanto che non mi passa neanche per la testa di raggiungerli di corsa con l’ombrello al primo temporale primaverile e spesso gli tocca correre e pure bagnarsi: tuttavia non è mai successo nulla di particolarmente irreparabile, a parte il doversi asciugare. Ho scoperto che il corpo umano è idrorepellente. I vestiti no;
3. sono così snaturata che non mi fiondo a scuola se mi accorgo che hanno dimenticato il quaderno dei compiti, il libro di matematica o la merendina: magari con il vuoto allo stomaco, se lo ricorderanno la volta seguente;
4. non sosto, ingombrante, ai cancelli delle scuole di vario ordine e grado, perdendomi con somma gioia i gossip sugli umori genitoriali, i malumori verso gli insegnanti, le anticipazioni di feste, pizze e produzioni varie di beneficenza. A volte mi sfugge però qualche comunicazione ufficiale che viene trasmessa per queste vie, bypassando lo strumento preposto ufficiale-ufficioso: il gruppo whatsapp;
5. non frequento molto nemmeno i gruppi whatsapp: considerando una media di 4 gruppi per bambino sono circa 12 quelli istituzionali tra classe, catechismo e attività extra scolastiche. Ma ne sorgono come funghi e ormai sono nel fitto sottobosco dell’altopiano di Asiago. Tuttavia quella volta che li utilizzo per ricordare un bell’incontro in libreria, si fa silenzio tombale intorno a me. Solo allora mi rendo conto di aver prodotto un messaggio cosiddetto OT (fuori tema) che non contempla lamentele, compiti, pizze e torte ;
6. non chiedo mai i compiti se un figlio è stato assente un giorno (o anche due) perché malato, certa del fatto che in quel giorno non avranno sicuramente affrontato metà programma scolastico (ma può capitare) e poi, appunto, perché era malato;
7. non abuso, laddove presente, del registro elettronico né lo condivido in toto: sicuramente non per quanto riguarda compiti, voti, note e comunicazioni varie che preferirei mi venissero ancora comunicate responsabilizzando il ragazzino della missiva;
8. non li stresso con i compiti: sono scriteriata al punto di pensare che debbano essere affari loro, almeno fino al momento in cui questi non dovessero diventare l’unico scopo della loro vita, come si vorrebbe che fosse. Ahimè devo correggere i tempi verbali: non è né congiuntivo né condizionale;
9. sono sconsiderata, a tal punto, persino da considerare i medesimi compiti una pratica innecessaria, insensata, inutile, dannosa, discriminante, irrispettosa dei loro diritti e altamente noiosa, facendomi non poco terreno bruciato attorno: ma il fuoco purifica ahaha;
10. sono un’insegnante di ripetizioni pomeridiane pentita: non solo perché lo trovo anti pedagogico e fantastico un’ipotetica autonomia dei miei figli, ma anche perché … semplicemente non ne ho voglia! Questo atteggiamento sincero e spregiudicato viene giudicato altamente irresponsabile: tuttavia mi limito ad aiutarli “a fare da soli”;
11. ho spento il fuoco della collera: non accendo più liti furibonde per i compiti per i motivi di cui ai punti 7, 8, 9 e 10. Basta clima bellico e ascessi belligeranti! Ho riempito le trincee di libri, fiori e pomeriggi in giardino e viviamo tutti una nuova pace dei sensi;
12. sono genovese ma ho le mani bucate: spreco una somma ingente di denaro in libri per bambini, rubo tempo prezioso al riposo notturno per scrivere libri per bambini e investo molte energie per avvicinare alla lettura gli stessi bambini. Non so bene chi me lo fa fare…anzi, lo so: i bambini!;
13. con i miei figli non parlo male degli insegnanti, né con altri genitori: preferisco parlare direttamente con gli insegnanti e creare sinergie e ciò mi rende assai sospetta nel parco genitoriale. Ma non sono una santa…;
14. non chiedo più “com’è andata a scuola” e nemmeno “che voto hai preso” e da quando ho abolito tali sequenze verbali nei nostri scambi comunicativi, la comunicazione stessa è assai migliorata e con essa le relazioni e il benessere familiare;
15. non identifico i voti dei miei figli con i miei figli: vedo solo una mera verifica dei saperi acquisiti (o meno) e a volte solo una mera prestazione;
16. non ho ansie da performance, ma ho ansie da passione: ho l’ansia che non si appassionino veramente a qualcosa;
17. soprattutto non parlo più solo ed esclusivamente di scuola: c’è un mondo là fuori che ci aspetta!;
18. ho bandito le torture medievali e non li punisco, ma mi imbufalisco se vedo che non ci hanno nemmeno provato o non ci hanno provato abbastanza: qualsiasi cosa, fosse anche assaggiare il wasabi puro;
19. ho abolito l’extra stress da attività-riempi-tempo-libero: i figli non devono essere una schedule da riempire e non li riempio di attività extra scolastiche per non aggiungere, appunto, extra stress. Mi limito al minimo desiderabile affinché arrivi la tanto attesa domanda (anche dopo otto ore di lavori forzati): “Cosa faccio ora? Mi annoio”, per rispondere: “Finalmente! Annoiati e guarda il soffitto”. Per questo o dipinto anche quello. Pare che le sinapsi cerebrali inizino a fare capolino e la creatività avanzi in questo tempo destrutturato per definizione: l’ozio;
20. non pretendo che siano bravi in tutto ciò in cui lo ero io, né che a loro piaccia ciò che piace a me, perché loro sono loro e io sono io: però anche a me piace disegnare;
21. ho bandito la competizione pura: non sono competitiva e non considero un valore soprattutto la competizione in ambito scolastico, ma nemmeno quella ad ogni costo in ambito sportivo: anche ultimi ma onesti;
22. non li considero bambini speciali solo perché sono i miei bambini o per qualche motivo in particolare, ma perché tutti i bambini sono speciali per il semplice fatto di essere bambini;
23. non faccio più paragoni: è altamente inverosimile poterli fare e nel contempo apprezzare e rispettare le loro diversità;
24. non li vesto come degli eschimesi al primo freddo e non li muro vivi per lunghi mesi di letargo invernale per timore che si prendano un raffreddore;
25. al parco non li redarguisco se si sporcano di terra, sennò sai che divertimento, tanto valeva stare a casa;
26. non utilizzo modalità da scimmia urlatrice-prevedi sciagure: non urlo “state attenti” ogni tre secondi, quando giocano sugli scivoli e si arrampicano sugli alberi, noncurante degli occhi sprezzanti di altre mamme che minacciose prevedono catastrofi raccapriccianti: non sapevo che il parco giochi fosse diventato un luogo così insidioso; 27. non parlo come il dizionario della Crusca, ma nemmeno come Peppa Pig: sono bambini e non dementi e parlo loro come fossero adulti, cercando di ricordare che sono ancora bambini. Soprattutto cerco di ricordare quando ero bambina io; 28. non ho ancora abdicato la loro autostima in nome della mera realtà dei fatti: se dicono che vogliono diventare pop star e non beccano nemmeno una nota di fra Martino Campanaro, non dico che non ce la possono fare: non svendo i loro sogni; 29. non chiedo più nulla sotto ricatto affettivo: cerco di spiegare le motivazioni e anche se con una percentuale di insuccesso maggiore nell’ immediato, spero in risultati nel medio e lungo termine; 30. ho spento il faro della verità a tutti i costi: ho smesso i panni dell’agente di polizia durante un interrogatorio e non intervengo più nelle loro liti, o per lo meno, finché non vedo scorrere sangue a fiotte. 31. ho anche rinunciato a chiedere l’impossibile a mio figlio quando gli contendono un giocattolo, solo per compiacere le altre mamme. Avrà pure un proprietario quel giocattolo! In fondo anche noi ci infastidiremmo se una mamma si impossessasse del nostro soprammobile preferito “solo per un po’ ”, o se si mettesse il nostro rossetto senza chiederlo, magari dandoci delle cattive perché non vogliamo e anche se ci promettono di restituirlo, senza cambiargli la forma: io Io consumo a triangolo rettangolo e non a forma di punta di matita!; 32. non demonizzo il digitale, anzi lo sponsorizzo come strumento quotidiano al nostro servizio fin da tenera età, ma non concedo cellulari con accesso ai social, nemmeno se mi pregano in aramaico antico (e nemmeno greco moderno): eppure ciò non ha provocato alcun arresto della crescita, né intellettuale né fisica, o alimentato tare mentali e sensi di inadeguatezza sociale; 33. ho smesso di fare il santo inquisitore: non chiedo più “perché lo hai fatto?”, cerco di capire i sentimenti e il disagio dietro al gesto; 34. anche come avvocato delle cause perse, non mi trattengo di fronte a un’ingiustizia sociale nella speranza che, non un domani, ma già oggi, i miei figli facciano lo stesso con i compagni e gli amici; 35. ho disimparato il valore delle coordinate temporali convenzionali: non penso solo al loro domani, ma soprattutto al “qui e ora” che è l’unico tempo che conoscono. E poi “del doman non v’è certezza”. W. Butler Yeats diceva che “la vita è una lunga preparazione per qualcosa che poi non succede”. Provo grande rispetto per il buon caro Yeats, per questa perla di verità e scontatezza. Ci affanniamo sempre per un non ben preciso momento futuro e non viviamo il
presente, come se esso fosse un non tempo, indegno di essere vissuto. Intanto, le aspettative ci fregano e si sostituiscono alla vita vissuta, beffandosi di tanta ambascia; 36. sarà la vecchiaia, ma non corro più come una volta: cerco di decelerare (con fatica e immensa soddisfazione) a quel tempo lento che permette la costruzione di relazioni e la loro ‘manutenzione’;
37. non mi indigno più nemmeno su “come” si vestono. Dopo gli ultimi accostamenti alla dodicenne, credo non ci sia più nulla che possa stupirmi, nemmeno Lady Gaga: ho imparato a rispettare le loro scelte, anche quando l’estetica lascia molto a desiderare…de gustibus non disputando;
38. ho dismesso anche una buona parte di quel gergo materno, il cui esercizio è volgere ogni frase affermativa al negativo, sempre e comunque. Non uso più quelle cento volte al giorno, enunciati imperativi che inizino con “non” e finiscano con un punto esclamativo (“non toccare!”, “non sporcare!”) o che inizino e finiscano con un “no!” e il solito punto esclamativo, a meno che non ci sia un pericolo letale di portata collettiva: ho scoperto che le pronunciamo un numero di volte allucinante e spesso ingiustificato e che le frasi costruite positivamente hanno più appeal…;
39. sono diventata così blanda e permissiva che ho persino smesso di chiedere di mettere a posto tutti i giochi, i libri, di rifare il letto e magari pulire il bagno, le finestre e la casa del vicino, in esattamente 5 minuti: mi sono accorta che era una pretesa più che una richiesta. Ora mi limito alle prime due voci dell’elenco, concedendo almeno mezz’ora.
40. potrebbero levarmi la patria potestà: no, non mi allarmo se si sbucciano le ginocchia, se hanno la febbre o se scende il sangue dal naso…a meno che non veda che la rotula fuoriesce dalla sua sede, la febbre superi i 42 gradi o il naso sia al posto dell’orecchio. Ma ho sempre un sacco di cerotti in borsa;
41. me ne frego se tutti mi guardano con sdegno quando il piccolo fa i capricci al centro commerciale mentre mi provo quei cinquanta vestiti, ma ho capito che è una giusta protesta: non deve essere granché divertente per lui aspettarmi nel carrello per un’ora fermo e zitto. Me li proverò quando sarò sola. Quando, però, non lo so;
42. più che altro non li porto al centro commerciale, se non strettamente necessario, e se il centro commerciale non possiede almeno una libreria per bambini e ragazzi ben fornita.

In tutto questo “negazionismo” quotidiano, sono altamente imperfetta: spesso non faccio nemmeno tutto ciò che dico che non faccio o non faccio più. Purtuttavia, i miei figli crescono, imparano, sono sensibili, rispettosi e hanno un senso civico svizzero. Soprattutto leggono molto! Posso reputarmi una madre fortunata, se pur essendo un tale disastro, per ora mi va così bene. Per ora.

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Sono nata nella bella Genova, un po’ di tempo fa, quanto basta per non dirlo. Da anni vivo a Bassano del Grappa, dopo passaggi in UK, Svizzera, Spagna, per studio e lavoro (motivo di frequente e inevitabile confronto con realtà socio-culturali diverse e da cui non ne usciamo sempre vincenti!). Di Genova e della Liguria mi porto dentro il blu del mare, il vento sulla faccia...e il profumo della focaccia! Appena posso sostituisco il mare con il fiume e vado a pagaiare con il mio kayak. Ho lavorato in alcune multinazionali in area Sales, ma non ho la stoffa del venditore. Ho provato a riumanizzarmi nelle Risorse Umane, dove ho incontrato esemplari (umani) tra i più bizzarri, nonché, ora, cari amici. Ho tradotto. Ho insegnato inglese EFL (English as a Foreign Language) e spagnolo in Istituzioni private. Oggi organizzo corsi aziendali di Inglese per il Business. Tuttavia prediligo la dimensione intima delle mie sessioni di Lunch with English e Tea time Conversation, dove l'utile si unisce al dilettevole della cucina alternativa e del buon ricevere. Ultimo, ma non meno importante, sono mamma frenetica di tre vivaci bambini in età scolare...e già in questo è racchiuso quasi tutto il mio mondo. La passione per la scrittura nasce con me, forse con i primi pensierini delle elementari, passando poi per la stesura di tesi, mie e non (W il ghostwriting!), e proseguendo con la poesia e i più recenti tentativi di narrazione e fiabe per bambini. Ovviamente amo leggere e leggere per gli altri. Ho pubblicato uno di molti racconti,"Memorie e riscatto di un pigro viaggiatore"http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/124750/memorie-e-riscatto-di-un-pigro-viaggiatore/ Il saggio, “Quando la comunicazione va a ramengo” http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/247120/quando-la-comunicazione-va-a-ramengo/ Uno di cinque libri per bambini, “Il bambino che non voleva parlare” http://www.lulu.com/shop/stefania-contardi/il-bambino-che-non-voleva-parlare/paperback/product-22980591.html Ma qualcosa frigge sempre per vedere la luce. Da qualche anno studio anche il meraviglioso mondo divergente dei DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento: dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) e la didattica inclusiva. Da qui nascono anche molte delle mie storie e articoli. La mia formazione accademica: MA Applied Linguistics (University of Reading, UK) Laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne (Università di Genova) Master Professional per HR Master Outdoor Management Training contatti: stefania.contardi@gmail.com https://www.facebook.com/stefania.contardi.10 https://www.facebook.com/contardistefania/