Giovanni

GiovanniTi avevo chiesto: “Lasciami ancora fare il concerto di Natale e poi se vuoi puoi nascere!”. E così, dopo aver cantato il 18 sera col mio bel pancione, il 19 mattina hai deciso che il campo era libero.
Era domenica. Ero ancora a letto, vedevo che fuori era già chiaro, e ascoltavo contrazioncine sparse a cui ormai ero abituata da quasi due mesi. Ad un certo punto, però, l’ho sentito. Tac. Un rumore sordo, che per la terza volta (e quindi non sono matta) sono sicura di aver sentito con le orecchie e non con l’utero. “Mi si son rotte le acque!”, ho pensato. Ho atteso per un attimo di sentire il liquido caldo bagnarmi il pigiama (e di nuovo il letto, accidenti, tre su tre nello stesso posto!) e invece non accadeva nulla. Possibile che mi sia sbagliata? lo ricordavo così bene! E di nuovo un altro tac!, ma più lieve. Mi alzo allora in piedi, e in quel mentre una contrazione più forte delle altre mi fa appoggiare al davanzale della finestra: ecco, sento l’acqua scendere giù per le gambe, ci siamo! (questo perché, mi spiegheranno più tardi, ho rotto il sacco in “alto” e quindi non c’è stata la fuoriuscita immediata come le altre volte). Chiamo Papà: “Ci siamo!” “Eh?” mi chiede con sguardo assonnato. “Ci siamo, nasce Giovanni!!”. Scende dal letto con una calma che mi pare inopportuna, io intanto inizio a tremare come una foglia, e anche questo è già visto e normale.
Chiamo mio padre (mia madre proprio oggi non c’è, è andata a Torino con i miei nonni, accidenti!), e gli chiedo di venire su con i bambini che intanto, sentendo rumori in casa, si sono svegliati. Ci vedono già vestiti e chiedono spiegazioni, e tutti eccitati, mentre prepariamo la colazione, diciamo loro che sta venendo su il nonno, perché mamma deve andare in ospedale, perché Giovanni ha deciso che è ora di nascere! Non so se capiscono bene o si emozionano della mia emozione, ma sono tutti euforici anche loro.

Prendo la mia cartellina, la borsa, e mentre Papà tira fuori la macchina respiro a pieni polmoni l’aria frizzante di una domenica di sole dicembrina, dicendomi che di lì a poche ore la mia vita sarebbe cambiata. Di nuovo.
Arriviamo in ospedale, mi visitano, e mi dicono che la dilatazione è ancora minima, ma le contrazioni anche se sporadiche ci sono, e avendo rotto il sacco mi tengono per forza. Mentre parlo con il medico per compilare la cartella, mi chiama mia madre, che nel frattempo ha visto le mie chiamate.
“Senti, stavamo dicendo con i nonni se stasera ti andava di andare a mangiare il maialino sardo!” “Ehm, mamma, credo che sto per partorire!”. Mia madre, che non aveva subito afferrato, inizia ad urlare dalla gioia, tanto che la sente anche il medico di fronte a me!
Mi mandano a fare il tracciato, ma so bene che siamo lontani.
Alla fine mi portano in reparto e mi assegnano una stanza in cui per ora, fortunatamente, ci sono solo io. Papà va a parcheggiare e prendere la borsa, visto che sono ancora vestita di tutto punto e con le scarpe da ginnastica.
Intanto le contrazioni si intensificano un po’, accosto la porta e inizio a camminare, e a parlarti: non smetterò di fare né uno né l’altro fino alla fine.
Entra un’infermiera, e vedendomi vestita mi chiede cosa ci faccia lì. “Sono in travaglio!” rispondo io, ma evidentemente sono poco convincente, perché esce senza rispondermi nulla! Arriva un’inserviente a fare il letto e mi dice sorridente “E brava! Così per Natale siete a casa!” Già…
Papà arriva, e inizia diligentemente a darmi i granuli di Apermus ogni 15 minuti. Io cammino, cammino, cammino…ad ogni contrazione mi fermo, respiro lungo e ti ripeto “Sono qui con te, sono qui con te….”. Immagino di camminare in montagna, di salire lungo la strada pietrosa che dalla nostra colonia porta ai rifugi, è un’immagine che mi dà forza e tranquillità.
Intanto arriva un’ostetrica e mi consiglia di mettermi comoda. Lo faccio, ma scopro che con le scarpe da ginnastica andavo meglio: come si fa ad immaginare di camminare in montagna con le ciabatte??!
Arriva un’altra ostetrica, una ragazza più o meno della mia età, deliziosamente morbida e con una graziosa mollettina rosa sui capelli corti e neri.
“Ho visto che nella cartellina hai le brochures della Leche League…ma non ti ho mai vista agli incontri…” mi dice. “Non sono riuscita a venire ma Nicoletta (la mia consulente) mi ha parlato di un’ostetrica che li frequenta, sei Raffaella??” e così scopro che anche lei sapeva che io dovevo arrivare! E’ subito feeling, grande intesa, e quindi non indugio “Mi aiuti tu a partorire?”.
Mi spiega che lei è in reparto oggi e non in sala parto, ma telefona subito alla sua collega per chiederle se possono fare cambio. Cambio accettato, ma mi avverte “Io però alle 14 smonto, ho una bimba piccola a casa che allatto ancora, ma vedrai che ce la facciamo!”. Sono le 11.
Io VOGLIO questa donna con me, e te lo dico. Ti spiego che sarà un bene anche per te, e che quindi dobbiamo lavorare insieme per darci da fare.
Raffaella mette subito a suo agio anche Papà, lo rende partecipe, e mi mette il tracciato giusto 10 minuti, seguendomi con la sonda per lasciarmi libera di muovermi.
Mi dice di tenere le gambe aperte, di farti vedere la luce, di indicarti la strada. Io respiro lungo e mi lascio andare alle contrazioni. Mai, negli altri due parti, sono stata così cosciente del mio corpo e capace di gestire il MIO travaglio, senza che nessun altro possa interferire.
Avevo letto che i toni bassi possono aiutare la dilatazione, e così cerco nella mia mente la canzone più bassa che conosco, ma accidenti, sono un soprano io, ahaha! Me ne viene in mente una… “Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno….” Faccio anche dei versi strani ogni volta che arriva una contrazione, tipo cavallo che sbuffa: Papà mi prende in giro, ma a me aiuta tanto! Inizio a sperare che non diventino più dolorose di così…possibile che non me le ricordi?
Alle 11.45 Raffaella torna e mi chiede se voglio andare in sala travaglio. Rispondo di sì, perché ho bisogno di tirar fuori la voce, e mi spiace farlo in reparto.
Ci avviamo tutti e tre, lei ha già fatto preparare la “sala alternativa”, che è più spaziosa, ha diversi attrezzi a cui appoggiarsi, e la vasca. Mi chiede se voglio provare il travaglio in acqua, ma io ho un freddo terribile, non riuscirei mai a spogliarmi e dico di no.
Mentre entriamo, una sua collega ci apostrofa dicendo “Non ci credo che è in travaglio, è troppo sorridente!” La fanculizzo mentalmente e dico “Mica sto facendo una cosa triste!”
Una volta nella “sala alternativa”, Raffaella ci dice di metterci completamente a nostro agio. Per questo rimango scalza e con una t-shirt, mentre lei esce e ci lascia soli. Ho bisogno di camminare, camminare veloce, ma ho anche bisogno di tenere gli occhi chiusi per non farmi distrarre dall’ambiente nuovo e rimanere concentrata su di te. Per questo Papà mi prende sottobraccio e cammina con me, assecondando i miei passi ma controllando che non vada a sbattere. Ad ogni contrazione mi fermo, stendo le braccia per appoggiarmi a lui e respiro forte. Inizio anche ad urlare, e Raffaella, che nel frattempo è tornata, mi dice che va bene, che la voce mi aiuta. Non lascia entrare nessun altro, tiene le luci soffuse ed è una presenza quasi invisibile al nostro fianco, ma mi chiede di iniziare a pensare in che posizione voglio farti nascere, così da prepararsi anche lei. Ci penso un attimo e opto per lo sgabello. “Bene, mi dice, quando è ora devi dirmelo TU”. Che differenza dalle altre volte! Quando inchiodata a quel lettino aspettavo che mi dicessero “Bene, ora inizi a spingere!”.
Le contrazioni sono fortissime, Raffaella inizia a camminare con noi, e nel loro culmine mi fa dondolare il bacino. Io inizio a un po’ a perdere il controllo e a dire che fa troppo male, ma lei e Papà sono bravissimi, insieme siamo una vera squadra, mi aiutano a muovermi e mi dicono di continuare a parlare con te.
Ad un certo punto, dopo una contrazione devastante, dico “Mi sa che ci siamo!” e così mi aiutano a sedermi sullo sgabello. Non avevo calcolato però che non avrei avuto appigli per le mani, e così Raffaella fa sedere Papà sullo sgabello dietro di me, in modo che possa tenermi alle sue mani.
Lo sento appoggiato alla mia schiena, che sente il mio corpo contarsi come mai era accaduto, sento che STIAMO partorendo, stiamo facendo la cosa più importante della nostra vita, INSIEME.
Sono le 12.45 quando inizio a spingere. Raffaella si inginocchia per terra davanti a me, tasta dov’è la tua testa e mi dice che sto andando bene. Io sto davvero perdendo il controllo: il dolore è fortissimo, urlo forte e nel pochissimo tempo che passa tra una contrazione e l’altra ansimo e piagnucolo “Giovanni, Amore, per favore, esci!”.
Dopo una contrazione Raffaella mi chiede se voglio sentire la tua testina, mi guida la mano, ma in quel momento ne arriva un’altra e non riesco a sentirti, devo riaggrapparmi a Papà.
Mi sto agitando troppo, lo sento, ma mi sento sbattuta dalle onde, tutti mi dicono che sono brava, ma io ho paura, spingo fortissimo, voglio che finisca tutto presto! Raffaella, che è in una posizione assurda quasi sdraiata per terra, mi dice quasi imperiosamente “Respira! Proteggi i tuoi tessuti!!” e così riprendo il controllo, inizio a soffiare come mi dice lei “sulle candeline!!” ed ecco che vedo in mezzo alle mie gambe la tua testina violacea. Ancora una spinta e ti sento sgusciare morbido e caldo fuori da me.
Sono le 13.06 e il dolore immenso che stavo provando cessa istantaneamente. Ti accolgo subito fra le mie braccia e ti saluto mentre cerco i tuoi occhi spaventati. Papà taglia il cordone mentre piango di gioia. Sono mamma, di nuovo.

Sono passati quasi 10 mesi da quel giorno, Amore mio, e ho faticato tanto a scrivere della tua nascita, perché ogni volta che ci provavo la mia mente scavalcava le ore del miracolo per andare all’incubo che ci aspettava dietro l’angolo poche ore dopo.
Avevo anche pensato che questo racconto avrebbe avuto due parti: quella della tua nascita, e quella della tua ri-nascita.
Invece no. Mentre lo scrivevo, bevendo avidamente la gioia che mi davano questi ricordi, ho deciso che il racconto finirà qui, perché non voglio avere prove tangibili del dolore immenso che ho provato, della paura più grande che una madre possa provare, e cioè quella di perderti.
Sto faticosamente cercando di cancellare quei giorni dalla mia mente, e fissarli sulla carta sarebbe controproducente oltre che inutile.
Ti ho abbracciato il 19 dicembre, ti ho riabbracciato il 26. E da allora non smetto di farlo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della mia vita, finchè tu lo vorrai. La tua mamma.