Le vaccinazioni

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Sono passati più di due secoli da quando il medico inglese Edward Jenner ebbe l’idea di utilizzare il pus di una vacca affetta da vaiolo per immunizzare il proprio figlio contro la malattia in un periodo di epidemia. Il liquido fu chiamato "vaccinia" e il composto da iniettare, data la sua provenienza, fu chiamato vaccino: da qui l’origine della parola che fa riferimento a una tecnica di medicina preventiva destinata a cambiare radicalmente le aspettative di salute delle generazioni successive.

Nonostante ciò, negli ultimi anni, le vaccinazioni sono diventate oggetto di alcune controversie e polemiche sulle quali non è sempre stata fatta sufficiente chiarezza. Per questo motivo si tenta qui di fare luce su questo importante argomento.

          Cosa sono i vaccini?

    I vaccini non sono altro che virus o batteri adeguatamente modificati che vengono introdotti nell’organismo affinché simulino l’infezione vera e propria senza darne i sintomi, stimolandolo a produrre delle specifiche difese (anticorpi), efficaci e durevoli nel tempo; gli anticorpi hanno il compito di renderlo invulnerabile qualora venisse a contatto con lo stesso agente patogeno in epoca successiva.

    Solo la prevenzione specifica può, infatti, difenderci da alcune malattie infettive a tutt’oggi incurabili con le terapie farmacologiche a nostra disposizione, anche quando si adottino stili di vita e norme igieniche adeguati e si posseggano normali difese immunitarie. Per le malattie di origine virale, infatti, non conosciamo ancora farmaci veramente risolutivi e alcune malattie batteriche, pur curabili con antibiotici, possono avere un decorso talmente fulmineo e grave che anche una idonea terapia iniziata tempestivamente, o quanto meno appena fatta la diagnosi, potrebbe non essere in grado di contrastarne gli esiti a volte fatali (vedi meningite da meningococco).

    La prevenzione con immunizzazione attiva specifica, cioè con vaccinazione, ha inoltre il vantaggio non solo di immunizzare e proteggere il singolo soggetto, ma altresì di prevenire la diffusione della malattia sia nell’ambiente frequentato dal soggetto stesso, sia, praticata a tappeto, nell’intera nazione, in un gruppo di nazioni e, fine ultimo dei programmi di vaccinazione di massa, nel mondo intero, com’è avvenuto per il vaiolo, come sta avvenendo per la poliomielite, come si spera possa avvenire a breve per il morbillo, la rosolia congenita ed altre importanti malattie per le quali è in atto da anni uno specifico programma vaccinale.

    Come sono fatti i vaccini?

    I vaccini possono essere costituiti da virus o batteri interi attenuati, resi cioè pressoché innocui, anche se vivi, perché resi praticamente incapaci di moltiplicarsi nell’organismo nel quale vengono iniettati: è il caso del vecchio vaccino orale Sabin contro la polio, non più in uso attualmente in Italia, salvo, forse, per i richiami dopo il primo anno di vita; è il caso dei vaccini contro morbillo, parotite, rosolia, varicella e tbc e del più recente vaccino orale antirotavirus. Ovvero possono essere costituiti da virus o batteri interi uccisi, come il vecchio vaccino contro la pertosse, ora sostituito dal nuovo vaccino acellulare, e l’attuale vaccino Salk contro la polio; da particelle o sostanze tossiche prodotte dai germi (tossine) inattivate, come i vaccini antidifterico e antitetanico; da componenti specifiche dei virus o dei batteri come il vaccino anti Haemophilus e il vaccino a sub-unità virali contro l’influenza; da proteine ottenute sinteticamente, come nel vaccino anti epatite B e nel vaccino antipertosse acellulare attualmente in uso.

    Oltre al principio attivo, il vaccino contiene altre sostanze necessarie per garantirne l’efficacia, l’immunogenicità, la durata nel tempo, cioè la stabilità e l’assenza di contaminazione da parte di altri virus o batteri. Per aumentare il potere immunogenico del vaccino, cioè la sua efficacia, si aggiunge spesso ai vaccini idrossido o solfato di alluminio. Per prolungare la sua stabilità nel tempo si usano sostanze a base di mercurio, soprattutto il thimerosal. Per impedirne la contaminazione con altri agenti patogeni si aggiungono antibiotici, soprattutto neomicina, altre volte streptomicina. I vaccini, inoltre, possono essere prodotti con virus coltivati su embrioni di pollo (uova).

    Molte polemiche riguardanti l’uso dei vaccini si riferiscono proprio alle possibili, anche se rarissime, reazioni avverse dovute agli eccipienti e agli stabilizzanti che contengono nonché ai terreni di coltura dove vengono moltiplicati e attenuati i virus. Essi sarebbero sostanzialmente responsabili di reazioni allergiche, non solo locali, ma a volte generalizzate fino allo shock anafilattico e tossiche: farebbe preoccupare l’uso di composti mercuriali dato che sono conosciute sindromi neurologiche dovute a intossicazione da sali mercuriali. Le attuali tecniche di produzione e di somministrazione dei vaccini (unica somministrazione per più vaccini come avviene con i vaccini coniugati come l’esavalente) permettono di limitare al massimo la quantità di tali sostanze indesiderate e i conseguenti rischi per la salute.

    I vaccini si somministrano essenzialmente per via intramuscolare e alcuni, quelli preparati con virus vivi attenuati come morbillo, parotite, rosolia e varicella, per via sottocutanea. Si preferisce somministrarli sul muscolo della coscia (zona antero-superiore esterna) nei lattanti e sul braccio (deltoide) nei bambini più grandicelli perché è necessario che il vaccino sia ben assorbito: deve quindi essere iniettato in una zona dove non vi è molto adipe e dov’è presente un’attiva circolazione sanguigna. Questo non succede se viene iniettato in una zona ricca di tessuto adiposo come le natiche, zona nella quale, per di più, si corre il rischio di incontrare il nervo sciatico che verrebbe dolorosamente irritato e sollecitato dalle sostanze contenute nel vaccino.

    Intervalli tra le varie dosi di vaccino e necessità di richiami

    Nei primi mesi di vita, periodo in cui si inizia a vaccinare il bambino, la durata della memoria immunitaria è molto corta a causa della immaturità funzionale del sistema immunitario del lattante. Pertanto, un vaccino che, se fosse somministrato per la prima volta dopo il compimento del primo anno di vita, stimolerebbe una immunità duratura con una o al massimo due dosi distanziate di alcuni anni l’una dall’altra, nel lattante necessita di due o tre dosi distanziate di poche settimane l’una dall’altra per essere sufficientemente immunogenico. Ciononostante, è importantissimo proteggere comunque il neonato sin dalle primissime settimane perché, fino al terzo anno di vita, malattie che, se contratte da più grandi, potrebbero non complicarsi e non diffondersi oltre le prime vie respiratorie, come le infezioni da emofilo, da pneumococco e da meningococco, rischiano di trasformarsi in vere e proprie setticemie oppure possono attraversare la barriera emato-liquorale, che separa la circolazione sanguigna da quella del liquor che irrora le meningi e l’encefalo, e trasformarsi in pericolose meningiti o encefaliti.

    Schemi vaccinali dei primi anni di vita sono reperibili ovunque e tutte le mamme ne sono a conoscenza perché l’informazione diffusa dai pediatri di base, dei consultori e di comunità è ottimale. Quello che non sempre si sa, però, è cosa fare quando, per un motivo qualsiasi, si salta il richiamo di un vaccino. Alcuni credono di dover ricominciare tutto da capo, ma non è così. Gli intervalli tra una dose e l’altra di un vaccino stabiliti dai calendari vaccinali sono quelli ottimali ma se, dopo una prima dose di vaccino antipolio, per un motivo qualsiasi, non si pratica la seconda dose nei tempi stabiliti, non è necessario ricominciare da capo, la prima dose rimane comunque valida.

    Per la vaccinazione antiepatite B è lo stesso discorso: non si ricomincia se dopo la prima dose si salta la seconda o la terza. Solo se il bambino è considerato ad alto rischio di contagio perché, per esempio, figlio di madre o di padre affetti da epatite in fase contagiosa o in altre situazioni a rischio di contrarre la malattia, è bene non fare passare più di 4 mesi tra la prima e la seconda dose, oppure non più di un anno tra la seconda e la terza dose.

    Per quanto riguarda la bivalente: si ricomincia da capo se tra la prima e la seconda dose è passato più di un anno, e se tra la seconda e la terza dose sono passati più di 5 anni, altrimenti no.
    Quando si è in presenza di un bambino adottato, senza documentazione certa di avvenute vaccinazioni, è ovviamente indispensabile ricominciare da capo e presumere che non sia stato mai vaccinato anche se attualmente, un po’ in tutto il mondo, le comunità di accoglienza e i brefotrofi sono piuttosto attenti alla prevenzione vaccinale e la attuano con regolarità seguendo schemi adottati pressoché ovunque.

    Quanti vaccini diversi si possono somministrare contemporaneamente?

    Gli attuali vaccini di sintesi o a sub-unità sono stati studiati per poterne somministrare più d’uno con un’unica puntura: la risposta immunitaria non ne risente e la quantità di sostanze come eccipienti, conservanti, ecc. viene così ridotta in maniera significativa.

    È attualmente diffusamente praticata l’esavalente che comprende antipolio, antitetanica, antidifterica, antipertosse, antiemofilo e antiepatite B. Antipneumococco e antimeningococco possono essere praticate nella stessa seduta con puntura in altra sede visto che si tratta di due vaccini non ancora sperimentati uniti all’esavalente. Questa prassi, però, aumenta in modo significativo il rischio di reazioni febbrili dopo la vaccinazione. Si possono praticare insieme perché nessuno di questi otto vaccini è composto da virus vivi attenuati ma, a seconda dei casi, da virus uccisi o inattivati o sub unità o di sintesi. I vaccini composti da virus vivi attenuati come morbillo, parotite, rosolia, varicella e tbc, possono essere, loro 5, somministrati nella stessa seduta (morbillo, parotite e rosolia con una stessa puntura sottocutanea, varicella con un’altra puntura, almeno per ora, tbc non praticato nel nostro paese), ma preferibilmente a distanza di almeno un mese dagli altri menzionati sopra e, qualora non fossero iniettati nella stessa seduta, anche tra loro devono essere distanziati di almeno un mese. Mentre, per quanto riguarda i primi 8, quando non somministrati in unica seduta, possono essere distanziati anche da un periodo di tempo inferiore a un mese.

    Ricapitolando: vaccini di sintesi o a sub unità o comunque non formati da virus vivi possono essere somministrati insieme o a distanza di poche settimane l’uno dall’altro; vaccini costituiti da virus vivi possono essere somministrati insieme solo tra loro, oppure separatamente purché distanziati tra loro e dagli altri da almeno un mese. I vaccini preparati con virus vivi sono morbillo, parotite, rosolia, varicella, rotavirus, tbc.

    Quali sono le controindicazioni assolute alle vaccinazioni? Sono molto rare. Tutte le persone sane possono essere vaccinate. Le uniche vere controindicazioni alla vaccinazione sono di solito temporanee e sono le seguenti:

  • malattie febbrili acute in atto (si aspetta, ovviamente la guarigione del bambino)
  • disturbi clinici importanti come malattie neurologiche in fase evolutiva (si aspetta la stabilizzazione della malattia più che la guarigione)
  • alterazioni del sistema immunitario come immunodeficienze congenite o acquisite in seguito a terapie antitumorali (leucemie, linfomi, HIV, radiazioni, trattamenti con alte dosi di cortisone): se il bambino guarisce e può sospendere le terapie, le vaccinazioni vanno solo posticipate ma finché persiste il deficit immunitario non si vaccina
  • terapie a base di cortisone per via sistemica ad alte dosi (più di 2 mg di prednisone pro kg di peso) protrattasi per più di due settimane: in tal caso le vaccinazioni vanno posticipate dopo tre mesi dalla sospensione della terapia
  • allergie manifestate con sintomi importanti come crisi anafilattica ad alcuni costituenti del vaccino come neomicina, idrossido o fosfato di alluminio, sostanze che contengono mercurio come il thimerosal, alcune gelatine di derivazione animale, grave allergia alle proteine dell’uovo (si somministra, se esistente, un vaccino equivalente che non contenga la sostanza incriminata): in questo caso si rimette al medico la decisione se proseguire con le vaccinazioni, visto che non è sempre possibile accertare quale componente del vaccino abbia scatenato la crisi
         Per contro, esistono molte false controindicazioni alle vaccinazioni e   timori che è bene sfatare. Il bambino può essere vaccinato anche se:
  • ha un semplice raffreddore o una faringite purché non febbrile e non iniziale (non si saprebbe ancora se il giorno successivo si svilupperà febbre)
  • sta praticando terapia antibiotica per una infezione batterica (la fase acuta della malattia è già superata)
  • sta assumendo cortisonici a basso dosaggio come avviene solitamente nelle terapie con aereosol oppure quelle topiche con creme o pomate
  • è convalescente da malattie anche di una certa importanza (lo affermano i sacri testi ma potrebbe essere sollevata qualche eccezione per le malattie note per lasciare un periodo transitorio di immunodepressione, come la varicella)
  • è nato prematuro: la prematurità non controindica assolutamente le vaccinazioni, anzi esse sono fortemente consigliate senza correzione dell’età anagrafica, senza, cioè, aspettare un mese, per esempio, rispetto all’epoca normale di inizio del ciclo vaccinale qualora fosse nato un mese prima del termine
  • è in uno stato di malnutrizione o di diarrea (assieme alle cure del caso si può tranquillamente vaccinare)
  • presenta eczemi o infezioni cutanee di vario tipo
  • è affetto da una malattia neurologica non evolutiva
  • ha avuto la tbc in passato e risulta positivo al test tubercolinico
  • ha appena praticato intradermoreazione alla Mantoux per la tbc
  • ha manifestato reazioni locali in occasione di una precedente vaccinazione
  • è allergico alla penicillina (l’antibiotico in questione non è utilizzato per la conservazione dei vaccini)
  • presenta manifestazioni allergiche aspecifiche (intolleranze alimentari, ecc.)

In ogni caso, qualsiasi ottica si voglia assumere per ragionare sul problema, è molto meno rischioso vaccinarsi che non vaccinarsi. Per arginare sempre di più i fenomeni secondari indesiderati, tutte le reazioni al vaccino vanno segnalate per legge alle autorità competenti e, qualora venga accertata una associazione certa tra reazione indesiderata e vaccino con conseguenti esiti permanenti (vaccinazione antipoliotipo Sabin ora non più in uso), la legge 210 del 24 febbraio 1992 prevede un risarcimento. La legge risarcisce casi di danni permanenti sicuramente imputabili alla somministrazione di un vaccino e di essa ci si può avvalere, quando necessario, formulando domanda di risarcimento entro e non oltre tre anni dall’avvenuta vaccinazione.

    Alla domanda vanno allegati obbligatoriamente tutti i documenti che possono fare riferimento alla vaccinazione e alla conseguente patologia permanente: data della vaccinazione, tipo di vaccino iniettato, nome del medico vaccinatore, relazione del medico e dei vari specialisti, cartelle cliniche ecc. La richiesta va comunque inoltrata nei termini di legge e, ovviamente, ad essa si deve allegare tutta la documentazione clinica attestante il provato nesso causale tra la vaccinazione e le reazioni avverse.

    Per questo motivo e per prudenza in ogni caso, il genitore deve avere cura di conservare assieme al certificato di avvenuta vaccinazione anche il tagliando autoadesivo presente su ogni confezione di vaccino attestante numero e partita del vaccino stesso, soprattutto se la vaccinazione viene effettuata da un pediatra privato che rilascia una semplice dichiarazione di avvenuta vaccinazione. Il pediatra stesso può ricopiare i dati della confezione di vaccino sulla sua dichiarazione ma la legge prevede l’applicazione del tagliando originale visto che ricopiando ci si può sbagliare.

    I vaccini possono comunque dare alcuni effetti collaterali non preoccupanti dovuti alle loro caratteristiche: possono insorgere febbre (da poche ore fino a 10 gg dopo, come avviene per la vaccinazione antimorbillosa), dolore e gonfiore locale, soprattutto dopo una seconda o terza dose di vaccino antitetanico e antidifterico oppure come reazione irritativa locale a qualche eccipiente o stabilizzante contenuto nel farmaco (alleviabili con impacchi freschi o leggeri massaggi della parte dolente con alcool che favorisce la circolazione locale e velocizza l’assorbimento del farmaco), pianto persistente dopo alcune ore dalla inoculazione del vaccino e di durata di solito non superiore alle 3-4 ore, anoressia e insonnia transitorie (per questo motivo è sempre meglio vaccinare i bambini di mattina). A volte, i vaccini composti da virus vivi attenuati come il trivalente morbillo, parotite, rosolia, possono far comparire, dopo alcuni giorni dall’inoculazione del vaccino, i sintomi molto attenuati di una o tutte le malattie per le quali si è vaccinato il bambino: possono comparire forme attenuatissime di morbillo o di parotite assolutamente non contagiose per chi sta vicino al bambino.

    Come lenire questi effetti collaterali disturbanti?

    Antipiretico se la febbre supera i 38,5°C, impacchi di ghiaccio o alcool per le irritazioni locali, paracetamolo (tachipirina) in caso di pianto persistente, attribuibile con probabilità a bruciore o dolore locale. Ma se questi sintomi, diciamo così "benigni", fossero di intensità inusuale e di durata superiore alle 24 ore, è sempre opportuno, oltre a segnalarli alle autorità competenti, valutare l’opportunità di proseguire per portare a termine il ciclo completo.

    I vaccini hanno sempre un doppio ruolo, una doppia utilità: quello di tutelare il singolo individuo e quello di tutelare la comunità. Una vaccinazione "a macchia di leopardo", praticata, cioè, da un gruppo di soggetti e da altri no, ha molto poco senso. Vaccinare un soggetto che forse, in tutto l’arco della sua vita, non verrà mai a contatto con la o le malattie per le quali è stato immunizzato è altrettanto inutile che vaccinare un bambino sì e un altro no lasciando la decisione al libero arbitrio e alla libera iniziativa del genitore.

    Un programma di vaccinazione deve porsi come obiettivo ultimo quello di fare sparire dalla faccia della terra la malattia rendendo tutti i soggetti immuni e non recettivi. Prima di raggiungerlo dovrà passare attraverso obiettivi intermedi, cioè quelli di eliminare i casi di malattia prima da una comunità, poi da una nazione, poi da un gruppo di nazioni, per poi raggiungerla totale scomparsa della malattia dal mondo. L’obiettivo è stato raggiunto con il vaiolo, è quasi raggiunto con la polio e la difterite, sarebbe raggiunto con il tetano se gli adulti si ricordassero dei richiami da praticare ogni 10 anni, dato che la vaccinazione antitetanica, contrariamente ad altre vaccinazioni, non lascia una immunità permanente, si vuole raggiungere entro pochi anni per il morbillo, si spera di raggiungere nel 2010 l’obiettivo di ridurre a meno di 1 ogni 100.000 i casi di parotite, pertosse e malattie diffusive da emofilo (meningite, setticemia) e, nella stessa data, di ridurre in modo significativo malattie diffusive da pneumococco e varicella, così come si vuole eliminare la rosolia congenita e l’epatite B.

    Per fare ciò è stata introdotta l’obbligatorietà per certi vaccini (attualmente il termine obbligatorio è abolito perché la popolazione comincia a essere abbastanza informata e responsabilizzata da non avere più bisogno di essere obbligata per legge), quelli che sono stati inseriti con successo nel piano vaccinale nazionale e che hanno ricevuto i fondi necessari per rendere le vaccinazioni gratuite a tutti i bambini nati o viventi sul territorio, mentre altri vaccini, più recenti e sicuramente anche più costosi, per i quali manca ancora un programma organico che indichi strategie e obiettivi nazionali, sono attualmente solo fortemente consigliati e forniti con alcuni sconti o facilitazioni a quei bambini più esposti al rischio della malattia, come i bambini che frequentano gli asili nido o comunque una qualsiasi comunità in età molto precoce (pneumococco, meningococco).

    Sono in via di sperimentazione, in attesa di essere stabilmente inseriti nel programma vaccinale, i vaccini contro varicella e rotavirus, mentre da quest’anno prende l’avvio la vaccinazione antipapillomavirus a tutte le ragazze in età pubere. Dal 2000 non si registrano più casi di poliomielite nel nostro paese e neanche di difterite e di tetano neonatale. Dal 2000 ad oggi non si sono più registrati nuovi casi mortali di pertosse e i casi di malattia si sono ridotti ad 1 ogni 100.000 bambini, se non di meno. Lo stesso dicasi per il morbillo. Dal 2000 ad oggi, nessun caso di rosolia congenita e di parotite.

    Questi traguardi possono non emozionare un giovane nato quando queste malattie erano già molto rare, che non può quindi averne memoria storica. Ma chi, per ragioni anagrafiche, ha avuto occasione di sperimentare queste malattie, polio compresa, in fase epidemica, con tutte le loro complicanze, impotente di fronte ad esse a causa della mancanza di rimedi efficaci, non può non sentire il dovere morale di lavorare affinché si costruisca, si radichi e si mantenga la cultura della prevenzione attraverso una corretta e convincente informazione sanitaria, utilizzando tutte le forme di comunicazione idonee a creare fiducia e quella necessaria consapevolezza che permette ad ogni uomo di sentirsi essere sociale oltre che persona individuale, con precisi doveri non solo nei confronti di se stesso ma anche della società e delle generazioni future. La salute, infatti, oltre ad essere un diritto per il singolo, è un interesse che coinvolge tutta la comunità. Gli obiettivi si raggiungono solo con l’aiuto concertato di tutti.

    Detto ciò, non si possono non menzionare alcune controindicazioni permanenti alle vaccinazioni, sono poche ma bisogna conoscerle:

    Le vaccinazioni possono dare alcuni effetti collaterali non graditi ma assolutamente non preoccupanti come febbre di media intensità (non superiore a 38,5°C) e/o arrossamento, tumefazione e dolore nel punto di inoculazione: è il caso della vaccinazione anti-difterite-tetano-pertosse, antipolio iniettiva Salk, epatite B e, a volte, antipneumococco e antimeningococco. Oppure, dopo 5-12 giorni, possono presentarsi i sintomi attenuati delle malattie per le quali si è vaccinato il bambino (morbillo, parotite, rosolia, varicella). Oppure può insorgere irrequietezza e pianto inconsolabile dopo poche ore. Se i sintomi – soprattutto l’irrequietezza – dovessero persistere per più di 24 ore è bene avvertire il medico.

    Oltre a questi effetti non graditi ma non preoccupanti, vi possono essere vere e proprie reazioni avverse che mettono in dubbio l’opportunità di continuare a praticare altri richiami dello stesso vaccino. Esse sono: febbre superiore a 40°C, convulsioni anche in assenza di febbre, shock anafilattico con collasso e difficoltà respiratorie. In questi casi sarà il medico curante a valutare l’opportunità di proseguire o sospendere il programma di vaccinazione (per quel vaccino, non per tutti).

    Vi sono poi alcune credenze e luoghi comuni da sfatare nei riguardi di alcuni vaccini:

    L’unica vaccinazione in seguito alla quale il soggetto, eliminando i virus con le feci, può essere potenzialmente contagioso e pericoloso se convivente con soggetti immunodepressi è l’antipolio orale Sabin, attualmente abbandonata a favore della polio inattivata iniettiva tipo Salk. Il vaccino Sabin è però sempre utile perché l’unico in grado di proteggere il soggetto vaccinato in caso di epidemia (virus vivo attenuato più immunogeno di quello ucciso Salk).

    È attualmente reperibile un vaccino antirotavirus per la prevenzione delle gastroenteriti virali dovute a questo virus molto frequente nel periodo tardo autunno-inverno. Si sta discutendo sulla opportunità della vaccinazione di massa contro questa patologia perché le popolazioni infantili dei paesi industrializzati hanno uno stato generale di salute e di nutrizione che permette loro di superare la malattia senza particolari conseguenze negative, nonostante possa essere, a volte, anche impegnativa. La vaccinazione, praticata per via orale con virus vivi attenuati appartenenti ai principali ceppi responsabili della malattia, non è totalmente priva di effetti collaterali a livello gastrointestinale, anche se i nuovi vaccini hanno risolto in modo più che soddisfacente questo problema. Chi decidesse di vaccinare il proprio bambino contro il rotavirus dovrebbe iniziare entro il secondo mese di vita e praticare un richiamo non oltre il quarto mese di vita, meglio se al terzo mese.

    Un altro vaccino che sta per essere distribuito gratuitamente in determinate fasce di età è il vaccino antipapillomavirus, destinato a prevenire le infezioni vaginali da papillomavirus nella popolazione femminile, responsabili, se cronicizzate, del cancro dell’utero anche dopo molti anni. La vaccinazione si inizia alla pubertà e prevede la somministrazione intramuscolare di tre dosi di vaccino a sub-unità virali, la prima verso i 12, 13 anni, la seconda dopo due mesi e la terza dose dopo sei mesi dalla seconda.

    Chi decidesse per un programma di vaccinazioni completo per il proprio figlio, per non sovrapporre troppi vaccini nella stessa seduta e, nello stesso tempo, organizzare scadenze ordinate, razionali e con ritmi facili da ricordare, dovrebbe procedere in linea di massima in questo modo:

    2° mese: antirotavirus
    3° mese: antirotavirus
    4° mese: esavalente
    5° mese: antipneumococco
    6° mese: esavalente
    7° mese: antipneumococco
    8° mese: antimeningococco
    9° mese: antimeningococco
    12 mesi: esavalente
    13 mesi: antipneumococco
    14 mesi: antivaricella
    15 mesi: antimeningococco
    16 mesi: antimorbillo-parotite-rosolia

    I mesi si intendono sempre iniziali, per convenzione: quando si parla di terzo mese, per esempio, si intende al compimento del secondo mese di vita, appena entrato nel terzo mese.

    Per la vaccinazione antipneumococcica si utilizza il vaccino polisaccaridico a 7 antigeni fino al secondo anno di età e il vaccino a 23 antigeni dal terzo anno di vita in poi.

    La vaccinazione antimeningococcica, se iniziata nel secondo anno di vita, può essere praticata con una sola dose all’inizio del secondo anno; la vaccinazione antipneumococcica, se iniziata nel secondo anno di vita, può avvalersi di due sole dosi a distanza di pochi mesi l’una dall’altra.

    – 6 anni: DTP (difterite-tetano-pertosse) + polio Salk o Sabin + morbillo-parotite-rosolia – Si possono distanziare di un mese per non sovraccaricare il bambino
    – 12 anni: DT (difterite e tetano adulti) + morbillo-parotite rosolia, se non è stata praticata a 6 anni.
    – 13 anni: antivaricella (se non è stata praticata nel secondo anno di vita) con una seconda dose dopo uno, massimo due mesi dalla prima
    Antipapillomavirus se femmina con una seconda dose dopo due mesi e una terza dose dopo sei mesi dalla seconda.

    Antivaricella e antipapillomavirus devono essere distanziate di un mese minimo perché antivaricella è formato da virus vivi mentre l’antipapillomavirus è formato da subunità virali.

    La vaccinazione antimeningococcica, quando non praticata nei primi mesi, può essere eseguita alla pubertà, per la constatazione di una certa recrudescenza della meningite meningococcica a questa età.

    La vaccinazione antinfluenzale, quando necessaria o opportuna, si può fare in qualsiasi momento dopo il sesto mese di vita purché a distanza di almeno due settimane da altre vaccinazioni a virus o batteri uccisi o sub unità virali ecc. e a distanza di quattro settimane da una vaccinazione con virus vivi come morbillo, parotite, rosolia, varicella, rotavirus, tbc.

    La vaccinazione antiepatite A non è necessaria in Italia: viene consigliata a chi si deve recare in paesi dove la malattia è endemica e il rischio di contagio molto alto come Africa, Sudest asiatico e America latina. Si tratta di virus interi uccisi e si somministra per via intramuscolare. Le dosi previste sono due, la seconda a distanza di uno massimo due mesi dalla prima. Non si pratica prima del compimento del primo anno di vita.

    La vaccinazione antitubercolare non è prevista nel nostro paese se non per bambini che risultano negativi alla reazione tubercolinica, cioè non immuni, conviventi con soggetti malati di tbc in fase attiva e diffusiva oppure se devono recarsi per un lungo soggiorno in paesi dove la tbc è ancora endemica. In tal caso si può praticare anche dopo poche settimane dalla nascita. Il vaccino non è molto immunogenico e la vaccinazione non priva di effetti collaterali. La sua validità è subordinata all’esecuzione di una intradermoreazione alla Mantoux dopo un mese dalla vaccinazione per valutare la sieroconversione del soggetto e la sua avvenuta immunizzazione (meno del 70% dei vaccinati si positivizza).


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Le vaccinazioni ultima modifica: 2007-12-20T19:17:34+00:00 da Redazione NoiMamme

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