Storia di una bimba tra fasce, marsupi e mei-tai


La prima volta in cui Mirko ed io abbiamo parlato di “portare” i bambini è stata in occasione di un mio ritardo che mi ha gettata nello sconforto più totale.

“Come fare?” chiedevo io. “A fare cosa?” rispondeva lui serafico. A comprare tutto quel che serve: la carrozzina, il lettino, la culla, i biberon, gli sterilizzatori…
“Ma scusa – rispondeva il serafico – a che cosa serve la carrozzina? Lo porteremo nel marsupio, dormirà nel lettone, lo allatterai tu. Come si è SEMPRE fatto”.
Lo guardai come se fosse un po’ matto. Però una cosa era certa: io volevo che quel matto fosse il padre dei miei figli.

Il ritardo si rivelò soltanto un ritardo e ci vollero altri cinque anni prima che un figlio (anzi, una figlia) arrivasse davvero.

Durante il periodo della ricerca – vivevamo in Irlanda allora – ci capitò di seguire una trasmissione televisiva in cui si mettevano a confronto tre metodi educativi diversi.
Uno molto severo e rigido deli anni ’50, il metodo anni ’60 del Dottor Spock e quello anni ’70 che seguiva i principi del Concetto del continuum, libro scritto da Jean Liedloff e basato sull’esservazione degli Yequana e del loro stile di vita ancora “primitivo”.

Fin da subito, pur non essendo ancora genitori, ci fu chiaro che non avremmo MAI potuto lasciar piangere nostro figlio e che tutto sommato l’idea di quel matto di Mirko non era poi così campata in aria e che era DAVVERO possibile crescere un bambino portandoselo addosso, allattandolo, tenendolo nel lettone.

Decisi di acquistare il libro della Liedloff per approfondire l’argomento, di tempo ne avevo visto che Sveva si faceva attendere. Fin dalle prime pagine quello che leggevo mi sembrava pieno di buon senso; sì, volevo crescere mio figlio proprio così.

Sono rimasta incinta, è arrivato il giorno della nascita di Sveva.

Mentre le mie amiche passavano mesi a cercare il trio perfetto, prendendo misure, facendosi fare preventivi, domandandosi quale colore scegliere, io pensavo soltanto a godermi la mia gravidanza.
Soltanto al nono mese decisi finalmente di comprare una fascia portabebè; la scegliemmo bordeaux, in jersey, e arrivati a casa la provammo utilizzando un grosso peluche come “bambino”.
A questa seguirono una fascia in bamboo naturale e un mei tai, supporto di orgine asiatica molto semplice da indossare.
Avevo tutto quel che mi serviva, anzi, avevo anche più del necessario.

Sveva venne al mondo in un caldo mercoledì di maggio, alle 14.23.
Alle 18.50, dopo aver firmato per essere dimesse anticipatamente, lasciavamo la sala parto più o meno nella stessa forma e posizione in cui l’avevamo raggiunta. Soltanto che, invece di stare dentro, Sveva stava fuori, saldamente ancorata a me grazie alla fascia in bamboo, più leggera e adatta al caldo primaverile.

Cinque giorni più tardi andammo a cena fuori tutti e tre. Sveva dormì tutto il tempo addosso a me mentre io mangiavo la mia deliziosa pizza con entrambe le mani libere.

A tre settimane il primo viaggio per andare a trovare i nonni ad Ancona. Chiaramente Sveva stava nel suo ovetto durante il viaggio ma per il resto la portavo sempre addosso.

Non mancavano i commenti: “Non portarla tanto che si vizia! Guarda che poi si abitua e non vuol più stare nel passeggino”. Spesso mi divertivo a dire: “Quale passeggino?”, solo per il gusto di vedere l’espressione sconvolta dell’interlocutore.
La nonna paterna si disperava: “Povero figlio mio, tua cugina ha tre carrozzine e tu nemmeno una”. Credeva che non potessimo permettercela, non c’era altra spiegazione, d’altronde, al fatto che non ne avessimo una.
La nonna materna credo che si chiedesse soltanto perché proprio a lei la figlia naïve.

Comprammo il primo passeggino quando Sveva aveva tre mesi. Io iniziavo a patire un po’ il portare esclusivo. Non capivo perché, ma c’erano momenti in cui era semplicemente “troppo”. Troppo contatto, troppa fatica, troppo essere nella relazione con lei.

Vorrei aver letto prima il bellissimo libro “Portare i piccoli” di Esther Weber. Mi sembrava che non ci fosse nulla da imparare sul portare e invece mi sbagliavo.
Perché portare un bambino addosso tutto il tempo è un’esperienza bellissima ma faticosa non soltanto dal punto di vista fisico, ma soprattutto dal punto di vista psicologico ed emotivo.

Da una parte non c’è l’abitudine ad avere un contatto così stretto e continuo con altre persone. Quasi nessuno di noi l’ha avuto con la propria mamma, perché negli anni ’70 c’è stato il boom dei “contenitori per bambini”: carrozzina, passeggino, box, girello, lettino e tenerci dentro i bambini sembrava una cosa perfettamente sensata.
Dall’altra le pressioni che arrivano dall’esterno non sono sempre facili da gestire, specialmente se si è mamme da poco di un primo figlio. Occhiate, commenti sui vizi, sulla fatica fisica, sul “ma devi avere un posto su cui appoggiarla”, sul fatto che avrei dovuto metterla giù perché “anche se piange non succede niente” possono mettere a dura prova anche la mamma più convinta.

Così abbiamo iniziato ad usare il passeggino qualche volta.
Ma mi sembrava così innaturale, sbagliato, inutile.

Mi mancava il contatto con Sveva, che pure avevo per tutta la notte e durante le innumerevoli e continue poppate. Soprattutto la sua espressione era spesso assente e statica, cosa che non mi piaceva per niente e dovevo continuamente cercare un contatto con lei attraverso lo sguardo e le parole, cosa che quando stava nella fascia non era assolutamente necessaria e permetteva sia a me che a lei di vivere la nostra relazione in modo molto più naturale e rilassato.

Ho comprato il libro della Weber perché avevo bisogno di supporto. Intorno a me non ne avevo per niente, a parte quello di Mirko a cui però non riuscivo a spiegare che cosa mi stesse accadendo. Anche sul nostro forum sono stata una delle prime a utilizzare la fascia come mezzo di trasporto praticamente esclusivo per Sveva.
Leggendo ho trovato le risposte che cercavo e di cui avevo bisogno e ho ricominciato a portare Sveva in modo esclusivo e a godere finalmente di quest’esperienza così come era giusto che fosse.
Per me era sì quello che davvero volevo ma era anche una sorta di “esperimento”.

Sveva aveva 4 mesi quando abbiamo parcheggiato il passeggino e a parte qualche rara passeggiata con il papà, sempre in posizione fronte mamma (o meglio, fronte papà) e qualche ancor più rara passeggiata con me, il passeggino è rimasto praticamente inutilizzato fino ai suoi 20 mesi.

Con Sveva in fascia potevo fare qualunque cosa, pulire casa, passare l’aspirapolvere, cucinare tenendola sulla schiena, stare al pc mentre lei dormiva addosso a me, uscire con qualunque tempo atmosferico certa che sarebbe stata sempre riparata dal freddo o dal caldo.

Prendevamo i mezzi pubblici ogni volta che fosse possibile per non doverla mettere sul seggiolino in auto e sfruttare il viaggio per mostrarle cose nuove dal finestrino del treno o del bus.

Dal quinto mese abbiamo iniziato a sperimentare la posizione sulla schiena; le prime volte eravamo entrambe spaventate e titubanti ma non mi sono arresa. Ho provato e riprovato fino a che non sono riuscita a legarla in modo sicuro e confortevole per entrambe.
La testolina che spuntava da dietro la mia spalla, gli occhietti vispi a cogliere ogni mio gesto, ogni mio movimento. E quando era troppo stanca bastava che appoggiasse il capo sulla mia schiena e chiudesse gli occhi, sentivo il respiro farsi pesante e sapevo che si era addormentata, cullata dai miei movimenti.

Ho aspettato ancora un paio di mesi prima di avventurarmi fuori con lei issata sulle spalle, temevo le venisse fame e di doverla slegare in mezzo alla strada per allattarla e non essere poi in grado di rimetterla su, temevo mi cadesse.
Però ce l’abbiamo fatta e sono diventata velocissima a legarla e slegarla ovunque fossi.

Con l’arrivo della primavera ho iniziato a usare maggiormente il mei tai, perché un po’ più pratico e veloce da indossare, oltre che leggero.

Abbiamo anche comprato un cosiddetto “soft structured carrier”, che è una sorta di mei tai un po’ più tecnico e con gli spallacci imbottiti, più confortevole con i bimbi pesanti ed è quello che sto usando ancora adesso, perché è molto veloce da indossare, tanto più che ora Sveva collabora attivamente mettendosi in posizione quando vuole essere portata. Anzi, di solito mi porta proprio lo zainetto e chiede “mamma, su”.

Anche ora che cammina perfettamente e preferisce di gran lunga camminare all’essere portata o al passeggino, quando è stanca chiede di essere presa sulla schiena.
Non c’è pioggia che tenga, noi non dobbiamo preoccuparci di infilare l’impermeabile al passeggino e io non devo fare una gran fatica a spingere il passeggino con una mano, tenere l’ombrello con l’altra e inzupparmi tutta. Semplicemente ci mettiamo entrambe sotto l’ombrello e godiamo della vista della pioggia che cade da una posizione privilegiata.

Già, una posizione privilegiata.
Uno dei punti chiave del concetto del continuum è l’invito a tornare ad un tipo di società in cui il bambino sia e si senta PARTE della sua famiglia, in contrapposizione con un tipo di società bambino-centrica in cui i bambini sono il centro dell’attenzione dell’adulto.

Continuamente vezzeggiati e osservati dall’alto come se ci si aspettasse qualcosa da loro e senza la possibilità di osservare ATTIVAMENTE quel che accade, senza sentirsi PARTE di ciò che accade e della famiglia in cui vive, ma una persona a sé, contenuta in sdraietta/seggiolone/passeggino.

Questo non ha nulla a che vedere con l’amore per i propri figli che mai metterei in dubbio, a prescindere dal modello educativo, e vorrei che questo fosse chiaro.
Semplicemente è un ragionamento figlio di una cultura – tra l’altro diffusa da sedicenti esperte tate anche in televisione – in cui non solo il bambino deve obbedire ciecamente all’adulto e sottostare alle sue spesso assurde e arbitrarie regole, ma anche imparare a consolarsi da solo, arrangiarsi, dare poco fastidio.

Il bambino, insomma, deve “imparare a stare al suo posto”; quanto spesso sento questa frase, non soltanto da parte delle nonne ma purtroppo anche delle mamme. E il suo posto, chiaramente, non è mai tra le braccia sicure di una persona che lo ama, non è mai nel letto di famiglia – come io chiamo il nostro lettone – non è mai a tavola con gli adulti.
È un posto in cui il bambino deve poter stare da solo, senza fare capricci, a fare le sue cose da bambino.
Peccato che i bambini per primi non sappiano assolutamente quel che devono fare, visto che si suppone che siamo noi a insegnarlo loro.

Anche io sono stata cresciuta con questa idea, tutto sommato.
Per fortuna l’ho cambiata e in questo mi ha aiutato moltissimo Sveva che si è rivelata subito una bambina ad alto bisogno di contatto che ci ha subito fatto capire che non aveva la minima intenzione di stare da sola in qualche contenitore per più del tempo strettamente necessario a concedere una veloce capatina in bagno o un frugalissimo pasto.

Però è stato naturale.
È stato naturale portarla perché ci accorgevamo che non solo non piangeva mai e non si lamentava mai quando era addosso a me o a suo padre.
Era anche estremamente attiva, vispa, curiosa. Se non riusciva ad addormentarsi al seno, la mettevo nel mei tai e iniziavo a camminare. Solitamente bastavano pochi secondi e lei già dormiva.
Quando è stata più grande a volte le davamo qualcosa in mano passandoglielo da dietro la spalla e lei stava lì a toccarlo, ciucciarlo, scuoterlo per poi tornare ad osservare, gorgheggiare, ridere.
Se la sentivo lamentarsi, segno che stava per addormentarsi, iniziavo a saltellare delicatamente, come per cullarla, mentre continuavo a fare quello che stavo facendo e lei si addormentava nel giro di qualche istante.
Se era nervosa o stufa di stare in casa, prendevo la fascia ed uscivo.
Se eravamo invitati da qualche parte, la fascia era -ed è – sempre dentro la mia borsa, pronta ad essere tirata fuori all’occorrenza.

Dimenticare o decidere di non portare il passeggino non è un problema, dimenticare la fascia invece non è un’opzione contemplabile.

Siamo state e siamo oggetto di sguardi e commenti dalla prima volta in cui siamo uscite così avviluppate in metri di stoffa e a parte qualche commento sui vizi e sulla sua futura incapacità a fare alcunché da sola, gli altri sono stati commenti teneri, ammirati, a volte invidiosi da parte di quelle mamme che non avevano avuto la fascia perché non la conoscevano o per timore dei vizi e avevano macinato chilometri con il bambino in braccio e spingendo un passeggino vuoto.

Qualche “E.I.” (esperto improvvisato, dal libro di Cosetta Matteoni) ha voluto farmi sapere che avrei avuto una figlia mammona, non autosufficiente, non indipendente per colpa del troppo contatto.
Ho una figlia sola ma la mia esperienza è assolutamente diversa e non posso pensare al fatto che sia soltanto un caso.
Non solo Sveva non è dipendennte – in rapporto alla sua età, chiaramente non è ancora pronta per andare a far la spesa da sola – ma è una bambina molto volitiva, decisa, che vuol far da sola e fa da sola senza che sia mai stata spinta a farlo ma soltanto per imitazione. Imitazione di quei gesti che ha visto compiere a noi centinaia di volte stando al nostro stesso livello, alla nostra stessa altezza, PARTE della sua famiglia, con un suo ruolo e un suo posto all’interno di essa, con una sua volontà e il riconoscimento, da parte nostra, dei suoi diritti a “dire la sua” e decidere per sé in qualunque occasione questo sia possibile, incoraggiata quando dimostrasse di voler provare a fare qualcosa di nuovo.

Perché portare i bambini non è soltanto un modo per andare in giro, ma riguarda la loro educazione, il loro accudimento, il trasmettere loro attraverso il nostro corpo, i nostri gesti, i nostri movimenti, il nostro odore, tutto quel patrimonio di insegnamenti di cui avranno bisogno per crescere.

Per questo non bisognerebbe mai pensare di comprare una fascia per utilizzarla soltanto nei primi mesi ma pensarla per un utilizzo a lungo termine. Il bisogno di contatto e l’esperienza “in braccio” non si esauriscono nei primissimi mesi infatti, ma continuano fino a che i bambini non iniziano a muoversi autonomamente gattonando e poi camminando e ovviamente anche dopo, benché per tempi progressivamente sempre più brevi.

Ora il passeggino inizia QUASI ad essere apprezzato anche se io ancora non sono riuscita a trovare quello “perfetto” per noi e dubito che lo troverò mai, perché semplicemente lo considero più un attrezzo per complicarmi la vita che per facilitarmela.
Qualche volta sono stata convinta, anche recentemente, che il passeggino mi servisse davvero; la scorsa estate al mare in effetti lo abbiamo usato BEN due volte per farla dormire mentre eravamo fuori con amici e ci sono stati momenti in cui, per lunghi tragitti a piedi, ho preferito il passeggino visto il peso della mia piccola.
Ma a parte il fatto che Sveva preferisce comunque andare a piedi, ogni volta che usciamo con il passeggino io mi sento terribilmente impacciata, maledico le macchine parcheggiate per metà sui marciapiedi, la mancanza degli stessi, il fatto che lei dopo un po’ inizia ad urlare e stufarsi di guardare il sedere della gente e vuole scendere e mi chiedo se questa enorme fatica mentale sia davvero meglio di quella fisica di caricarmi sulle spalle 14 chili e un po’.
E la risposta, per quanto io a volte ci ricaschi, è ASSOLUTAMENTE NO.

Con Sveva ho imparato tanto anche se sicuramente non tutto, riguardo al portare.
Di certo quando arriveranno altri figli sarò più preparata, sia psicologicamente che fisicamente.
Lei è stata la prima e ho proceduto per tentativi ed errori ma nel complesso credo sia stato un successo e un’esperienza bellissima e intensa tanto per me che per lei.

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