Come pensano i bambini


981100_19366900.jpg“A volte sembra di essere su due pianeti diversi!”
È questa l’impressione che può avere un genitore che si mette in comunicazione con suo figlio e i cui tentativi sono quelli di comprenderne il pensiero e le motivazioni ai comportamenti: la comunicazione bambino-adulto contravviene spesso (quasi sempre) alle convenzioni comunicative che implicitamente vigono nel mondo dei”grandi”.
Così, volendosi mettere in relazione con un bimbo, bisogna necessariamente entrare (o sforzarsi di entrare) nel suo pensiero, nel suo mondo così come egli lo percepisce e lo pensa attraverso gli strumenti che ha affinato e sviluppato sino a quel preciso momento del suo sviluppo.

È importante sottolineare che non esiste una linea di confine netta tra il pensiero dell’adulto e quello del neonato, poli opposti attraverso cui si sviluppa la cognizione umana: è un percorso continuo, interminabile e sempre perfettibile (anche il pensiero più evoluto è sempre soggetto a modifiche e sviluppi). Possiamo comunque rintracciare nei 7 anni un significativo avvicinamento e nei 12 anni una sufficiente adesione al pensiero maturo.

Per capire i pensieri di un bambino è molto utile che il genitore:

  • Ricordi se stesso all’età in cui il figlio si trova (e, dato che i ricordi si formano e fissano più o meno a partire dai 3-4 anni, è più facile immedesimarsi in un bimbo dell’asilo piuttosto che in un neonato).

 

  • Ascolti attentamente il bambino parlare, perché attraverso il linguaggio il figlio esprime il suo pensiero e il modo in cui esso viene espresso non è irrilevante rispetto ai contenuti del pensiero stesso.

Prima dei 7 anni il bambino ha un tipo di pensiero che ricalca la sua rappresentazione della realtà e di se stesso. Si tratta di rappresentazioni che potremmo definire “primitive” proprio perché appartengono sia ai primi anni di vita dell’essere umano sia alle prime migliaia di anni di esistenza dell’uomo sulla terra (come per altri aspetti, anche per lo sviluppo cognitivo l’ontogenesi ricalca la filogenesi).

Superata la fase senso-motoria, che secondo Piaget va dalla nascita ai 18 mesi e in cui non vi è una funzione simbolica del pensiero, il bambino attraversa la fase preconcettuale (2-4 anni) in cui, sempre secondo Piaget, ha un atteggiamento egocentrico nei confronti del mondo, non è capace di utilizzare i concetti di tempo, di spazio e di causa-effetto. Il suo ragionamento è analogico (va dal particolare al particolare) e non è ancora né deduttivo (dal generale al particolare) né induttivo (dal particolare al generale).

Tipici del pensiero di questa età sono:

  • Animismo. Il bambino attribuisce agli oggetti inanimati una vita animata sul modello della sua esperienza.
  • Realismo. Il bambino proietta su oggetti e accadimenti a cui assiste le proprie convinzioni circa il mondo e i propri stati emotivi.
  • Nominalismo. Il bambino ritiene che il nome delle cose sia una caratteristica intrinseca alla cosa stessa e non frutto di una convenzione umana.
  • Artificialismo. Il bambino pensa che la natura sia soggetta a volontà umana o a propria volontà.
  • Pensiero magico. Il bambino dà spiegazioni magiche e soggettive alle cose del reale che non riesce a spiegarsi.

Tra i 7 ed i 10 anni (età della scuola primaria) queste modalità vengono progressivamente abbandonate in favore di un ragionamento deduttivo-induttivo, astratto, logico, basato sulla categorizzazione e su quelle che Piaget definisce “operazioni logiche reversibili”, con un avvicinamento al pensiero adulto.

Per capire un bambino tra i 2 e i 4 anni bisogna dunque fare lo sforzo di avvicinarsi alle modalità con cui egli pensa e vive il mondo, poiché queste spiegano ad esempio i motivi per cui il bambino non distingue tra realtà e fantasia o perché percepisce (e dunque conseguentemente indirizza i suoi comportamenti) i fatti e le persone in rapporto ai propri interessi, aspettative, emozioni piuttosto che oggettivamente (egocentrismo infantile), perché facilmente “proietta” le proprie paure fantasmatiche sul reale o le proprie intenzioni sulle cose inanimate o perché non è in grado di aspettare un evento in un futuro che non riesce a rappresentarsi, chiuso ancora nel suo “qui ed ora”.

I bambini prendono tutto alla lettera e possono credere in due cose in contraddizione tra loro, hanno i loro buoni motivi per fare ciò che fanno (anche se oscuri all’adulto), non possono aspettare e pensano che la vita ruoti attorno a loro.

“Ma proprio non capisci?” chiese la mamma al figlio.
(“Sei tu che non capisci più, perché sei cresciuta, mamma.” )

È solo una questione di punti di vista.

Bibliografia:
Un genitore quasi perfetto, Bruno Bettelheim, Feltrinelli, 2002
Psicologia dello Sviluppo, Camaioni-Di Blasio, Il Mulino, 2007
Neuropsicopatologia dello Sviluppo, De Negri, Piccin, 1999

 

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