È pericoloso lasciare piangere troppo un neonato?


 

Buongiorno dottoressa,

scusi la domanda stupida, ma rimbambita dai mille libri e articoli sul sonno dei bambini, avrei una domanda da porle.

Ieri sera, esasperata per i continui risvegli della mia piccola e dal fatto che la notte (e solo la notte, di giorno non è così) si addormenta solo nel lettone attaccata al seno, ho deciso di provare a farla addormentare nella sua culla.

Ovvero: le ho fatto il bagnetto, l’ho allattata, le ho fatto fare il ruttino, tutto perfetto. La metto nella culla, iniziano le urla. Dapprima la prendevo in braccio, la cullavo, e quando si calmava, la mettevo giù. Lei riprendeva subito a piangere. Dopo un po’ di volte, non si calmava nemmeno se presa in braccio: continuava a urlare! Voleva andare a letto con me, come sempre… Ma è possibile che a tre mesi possano già esprimere la loro volontà così forte e chiara? L’altro mio figlio non era così.

La bimba non si calmava nemmeno in braccio a me, allora mio marito è intervenuto, mi ha detto di andare a dormire che ci avrebbe pensato lui alla bimba, con un metodo tipo Estivill. Detto fatto: nel giro di un quarto d’ora era un urlo continuo, sempre più forte, con tanto di lacrime. A un certo punto la bimba sembrava strozzarsi e non respirare più, tossiva forte, aveva conati di vomito, era violacea e mio marito, spaventato, me l’ha portata nel letto, dicendomi che non c’era verso, che la bimba sembrava star male, allora l’ho presa, l’ho attaccata al seno come sempre e la piccola ha smesso all’istante di piangere, le è rimasto solo un forte singhiozzo, ma si è addormentata (come sempre: nel lettone, attaccata al seno a stretto contatto con me) nel giro di due nanosecondi.

Ho raccontato l’episodio a mia madre, la quale mi ha detto che sono matta, che ho rischiato, che ai bimbi così piccoli  si può spaccare lo stomaco (?) a forza di urlare e che non devo farla piangere così.

Sinceramente, credo che queste siano dicerie popolari (non conosco alcun neonato a cui si sia spaccato alcun organo interno a furia di pianti) ma, visto che ieri ci siamo spaventati molto, mi è venuto il dubbio se posso lasciar piangere la bimba tranquillamente e applicare il metodo Estivill, oppure se effettivamente la bimba a 14 settimane è troppo piccola e un pianto così forte e disperato e prolungato possa essere in qualche modo pericoloso (ieri sera devo ammettere ci siamo spaventati molto, credevamo soffocasse).

Scusi se la disturbo sempre con le mie paranoie e le mie domande sciocche!

Con immutata stima,

Eleonora

Il pianto non fa spaccare lo stomaco a nessun bambino, lattante o più grande che sia, ma il cuore della mamma sì, ed è giusto che sia così. La bimba è ancora molto piccola e ha bisogno di sentire la tua vicinanza, il tuo calore, il tuo odore, le tue braccia tanto quanto ha bisogno del tuo latte per vivere.

Per fortuna ha una chiara e forte personalità e si è fatta capire bene convincendo tuo marito a riportartela. A tre mesi non si applica nessun metodo, Estivill o non Estivill che sia; a tre mesi le braccia e il seno di mamma sono ancora essenziali e insostituibili come lo sono stati l’utero e il cordone ombelicale per nove mesi e, salvo diversa opinione del bimbo, lo saranno per altri  mesi ancora, fintanto che non arriva a compimento la seconda gestazione, quella extrauterina, che dura più o meno quanto la prima, cioè circa otto o nove mesi.

Il neonato umano nasce fisiologicamente immaturo e nulla affatto indipendente: è il prezzo che l’uomo paga per avere un cervello più sviluppato e più complesso degli altri mammiferi, un cervello che ha bisogno di molti più mesi per maturare in modo sufficiente per essere minimamente autonomo, rispetto ai nove mesi della gravidanza della donna, che, in realtà, per dare alla luce un bambino subito autonomo come può essere un vitellino dovrebbe fare durare la gravidanza almeno il doppio, se non di più.

Ma questo, per ragioni strettamente anatomiche, non è possibile, perché nel corso dell’evoluzione, l’uomo ha raggiunto la stazione eretta e non cammina più su quattro zampe e, per camminare bene in stazione eretta, cioè su due gambe, ha avuto bisogno di ridurre di molto le dimensioni del suo bacino, altrimenti avrebbe dovuto camminare con le gambe molto distanti tra loro e le cosce divaricate, proprio come le scimmie. Il figlio dell’uomo, quindi, deve assolutamente nascere prima che il suo peso raggiunga valori non compatibili con un parto regolare.

Pertanto la natura, che non decide nulla a caso, ha pensato bene di far nascere prima i cuccioli di donna e, per renderli sufficientemente vitali alla nascita e capaci almeno di alimentarsi da soli, ha separato la velocità di crescita del corpo rispetto a quelle del cervello e del sistema nervoso, sicché il corpo nel suo complesso dopo nove mesi ha le competenze appena sufficienti per poter sopravvivere senza troppe difficoltà, cioè ha il riflesso di suzione, quello di aggrappamento in caso di caduta o modificazioni repentine di posizione nello spazio, ha un certo tono muscolare, ha la respirazione automatica e una attività cardiaca ormai ben avviata, una certa capacità di regolare la sua temperatura corporea e così via. Però per tutto quello che concerne un ulteriore e più complesso sviluppo di funzioni cerebrali più fini e più complesse, non strettamente utili per la sopravvivenza di base, si è concessa tutto il tempo necessario perché la complessa evoluzione cerebrale dell’uomo, alla fine, potesse raggiungere i livelli che fanno la differenza tra uomo e animale.

Quindi, cara mamma e care mamme tutte, che combattete con regole, paure di viziare i vostri bambini e insicurezze su come comportarvi, perennemente ossessionate dal timore di sbagliare o di viziare i vostri bambini, mettetevi l’animo in pace: dopo la nascita, dal momento che prendete i vostri pargoletti in braccio per la prima volta, le vostre braccia e il vostro seno faranno le veci del vostro utero, contenendo, scaldando, nutrendo e comunicando benessere alle vostre creature: non c’è nessun’altra situazione, nessun’altro stratagemma da inventare per evitare questa totale dipendenza, sia fisica che psicologica.

Il neonato e il piccolo lattante, sazio o affamato che sia, prima ancora del dolce sapore del latte, chiede coccole e calore, chiede di essere accolto e contenuto, perché senza questo contenimento muore, muore prima psicologicamente e poi fisicamente, può anche lasciarsi morire se nessuno risponde ai suoi disperati richiami e questo lasciarsi morire, che può sembrare una battuta, ha dei riscontri evidentissimi proprio nelle prime ore di vita, soprattutto negli ospedali che non praticano il rooming in e non lasciano i neonati accanto alle mamme dopo la nascita.

In questi luoghi di tortura i bambini, separati dalle loro madri, in un primo momento strillano disperatamente, in quanto, dopo nove mesi di accoglienza in utero, nascono con una certa fiducia nel genere umano ancor prima di conoscerlo, fiducia di poter essere ascoltati, intendo. Poi, se i loro richiami non vengono presi in considerazione, si addormentano profondamente ma non dormono come gli altri neonati sazi e soddisfatti che sono stati a lungo tra le braccia della loro madre, dormono un sonno più profondo, senza sogni, la loro attività cardiaca stenta a trovare regolarità, spesso si riduce e compare bradicardia, il loro respiro diviene irregolare, a volte si ferma per qualche istante, per poi riprendere con un sussulto, il loro colorito è più pallido dei bambini che si addormentano tra le braccia della loro mamma, la loro pelle è fredda e anche la loro temperatura corporea interna si riduce fino a valori che fanno decidere di mettere loro un’altra copertina.

Tutte queste manifestazioni non assomigliano a qualcosa che fa pensare alla morte? Vedi, io ho raccontato qualcosa che forse molte mamme non sanno e non hanno avuto modo di verificare al momento di affidare le loro creature in un nido d’ospedale; ho un po’ esagerato, non nel senso della descrizione della sintomatologia, che è esattamente così, ma nel senso che non tutti i neonati separati transitoriamente dalle loro madri si comportano così, ma la differenza tra un neonato separato a lungo dalla propria madre e uno che può godere del rooming in è netta e si nota anche durante le attività di veglia, durante la suzione, che viene imparata più velocemente, che è più vigorosa e regolare nei bambini che stanno sempre a contatto con le loro madri rispetto ai bambini separati e portati ad allattare a orario.

Si vede nelle modalità di interazione con i volti che guardano i bambini, nella velocità con la quale imparano a fissare lo sguardo e a guardare negli occhi i visi che si pongono di fronte a loro. Si nota nella velocità e nella capacità di autoconsolazione, con pianti che durano molto meno nei bambini che stanno accanto alle loro madri sin da subito rispetto a quelli che ne vengono separati. Si vede, a volte, anche nella diversa velocità di incremento ponderale, nella qualità del sonno e in mille altre sfumature.

Naturalmente, ogni bambino ha un suo carattere, delle sue esigenze personali specifiche, una sua spiccata personalità e i tempi di maturazione possono, anzi, sono comunque diversi da bambino a bambino anche a parità di modalità di accudimento (vedi le differenze tra fratelli figli di una stessa madre) ed è per questo che non esistono e non possono esistere regole da consigliare per ogni situazione.

I figli vengono dati in prestito, come anche la nostra vita è in prestito; i figli ci vengono affidati e la responsabilità dei genitori è quella di sapersi mettere al servizio delle loro esigenze nel corso del loro sviluppo fino al raggiungimento di una vita autonoma, fino alla maturità sia fisica che psicologica.

I genitori devono immaginarsi l’educazione del loro bambino come un cammino che intraprendono assieme durante il quale, per il benessere e l’interesse del bambino stesso, essi devono camminare a fianco a lui. A fianco e non davanti a lui, pensando di dettare legge e imporre regole sin dai primi momenti. A fianco e non di dietro, diventandone schiavi per assecondare ogni loro richiesta. E per rimanere sempre a fianco ad un bambino bisogna camminare con la stessa sua velocità, modulando i passi in lunghezza e frequenza in base a quelli che volta per volta sono del loro bambino, pronti ad essere più lenti quando il bambino rallenta, più vicini a lui quando ha paura di qualcosa o si trova un ostacolo per lui difficile da superare, un pericolo qualsiasi, più veloci quando il bambino allunga il passo perché sta crescendo.

È proprio questo stare a fianco e non davanti che rende difficile fare programmi rigidi, fornire consigli come fossero protocolli immodificabili, applicabili ad ogni bambino nello stesso modo. Ai genitori, più che insegnare le cose, cioè cosa devono o non devono fare o come devono o non devono comportarsi, bisogna insegnare il senso che i loro comportamenti e le loro decisioni possono avere.

Dal canto loro, i genitori devono imparare a ragionare col cuore tanto o forse più che con la mente e la ragione e le mamme, dal momento che diventano mamme, cioè dal momento stesso del concepimento, devono imparare a guardare il mondo con occhi nuovi, con gli stessi occhi del loro bambino e vedere il mondo con gli occhi di un bambino trasporta tutto in un’altra, spesso, diversissima prospettiva, dove cambia la scala di valori nella quale l’adulto è abituato ad orientarsi, dove prevalgono intuizione, empatia, istinto, amore più che regole o ragione, dove dovrebbe emergere dalle profondità spesso rimosse della nostra psiche, quel bambino che siamo stati tutti un tempo e che troppo spesso è stato talmente bistrattato e dimenticato che fa fatica a riemergere.

Ma se tutte le mamme e tutti i papà (benché per i papà questo processo sia sempre molto più semplice) riuscissero a spazzare via tutte le incrostazioni che gli anni hanno stratificato sui loro cuori e le loro coscienze, se riuscissero a farlo rivivere questo bambino che sono stati e che non è mai morto del tutto ma solo, forse, mortificato, capirebbero com’è facile comunicare col proprio bimbo e com’è facile capire i suoi bisogni e farvi fronte, com’è facile, senza timore di viziare o educare male, dare loro esattamente le risposte che chiedono, spesso urlando con tutta la forza che hanno in corpo, che è sempre tantissima, per fortuna, e, così facendo, vederli crescere in gioia e serenità, senza la benché minima ombra di vizio o di nevrosi o di stortura.

Quindi, dopo tante parole, io, volutamente, non ti do nessun consiglio, nessun parere, nessuna risposta preconfezionata: per una volta voglio che sia proprio la bambina che sei stata a risponderti al mio posto.

Un caro saluto,

Daniela

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