Misurazione temperatura e periodo di convalescenza


 

Buongiorno dottoressa,

ho appena misurato la febbre (con uno dei termometri che suonano quando hanno letto la temperatura) a mio figlio di tre anni. Ha 37,8 nel sederino e 36,4 sotto l’ascella. Ho riprovato e i risultati sono gli stessi.

Le faccio presente che la stessa cosa è successa in precedenza parecchie volte. La mia domanda è: quale lettura vale? Devo allarmarmi quando supera i 38,5 nel sederino o no, se l’esterna è 37,1? Grazie per un suo consiglio.

Inoltre vorrei sapere a suo avviso dopo quanti giorni senza febbre il bambino può rientrare all’asilo.

Grazie ancora, Sara

Prima domanda: la temperatura più veritiera è quella interna, naturalmente, perché quella esterna è influenzata da molteplici fattori come lo spessore dello strato di grasso presente nel punto dove è stata misurata, la posizione della punta del termometro durante la misurazione, la collaborazione del bambino ecc., mentre la temperatura interna, rettale o buccale che sia, o, al limite, auricolare, sempre se misurata correttamente, di solito è veritiera ed è da considerarsi normale fino a 37,5° C con minime variazioni in base all’ora della misurazione, alla distanza dai pasti, a fattori individuali ecc.

Pertanto, 37,8° C di temperatura interna non è che una lieve ed insignificante alterazione febbrile e non si può chiamare febbre.

Il mio consiglio, comunque, è quello di affidarti a termometri tradizionali e se proprio ti risulta difficile misurare la temperatura rettale al bimbo, che almeno sia quella auricolare, più veritiera di quella cutanea.

Ugualmente, la temperatura cutanea esterna, oltre ad essere soggetta a molte variabili, non si può considerare vera febbre se non oltre 38° C e si può considerare normale fino a 37° C.

È ovvio, però, che non scatta nessun allarme di anormalità grave a 37,1° C, perché la natura non è così rigida e fiscale come credi e che un minimo di allerta può essere legittimo sopra i 37,5° C, mentre vera febbre solo oltre i 38° C.

Il momento giusto per rientrare in comunità dipende molto dalla malattia che ha avuto il bambino perché, se, per esempio, il bimbo è reduce da una influenza A, che abbia o meno sfrebbrato da uno o più giorni, la permanenza in isolamento a casa deve durare almeno una settimana per avere la certezza che il bimbo non sia più in grado di diffondere virus, mentre se l’assenza è dovuta ad una infezione batterica, ben curabile con una terapia antibiotica idonea, la contagiosità del bambino può, in molti casi, considerarsi nulla anche dopo soli due giorni dall’inizio della terapia stessa, indipendentemente dalla fine della sintomatologia.

È classico l’esempio limite di un bambino con meningite batterica in appropriata terapia antibiotica che, in linea teorica, se le sue condizioni fisiche lo permettessero, potrebbe rientrare in comunità dopo soli due giorni di terapia!

Per i virus, invece, il discorso è diverso perché non essendo aggredibili dagli antibiotici, la loro permanenza nell’organismo segue l’iter naturale e i bambini con malattie virali possono diffondere i virus per giorni dopo l’inizio dei sintomi.

Da quanto ho detto si deduce che il momento giusto per far rientrare in comunità un bambino dipende, in un certo senso, più dalla valutazione della sua potenziale contagiosità per altri bambini che dal suo stato di salute.

Quest’ultimo è una valutazione che ha una componente piuttosto soggettiva, spesso affidata al buon senso del genitore più che ad un secondo controllo medico: per questo motivo, per evitare decisioni troppo arbitrarie, per convenzione, di solito si suggerisce di far rientrare il bambino malato dopo almeno due giorni dallo sfebbramento, in quanto si suppone che la febbre sia un sintomo di fase acuta della malattia, mentre non è detto che la sua mancanza segni per forza la fine della malattia.

attualmente si vive nella fretta e il concetto di convalescenza è obsoleto, ma un tempo era considerata una saggia valutazione far rimanere a casa dopo la fine della malattia un bambino per un numero di giorni pari almeno alla durata della malattia stessa, questo per dare modo all’organismo di ristabilirsi completamente evitando le frequenti ricadute o reinfezioni dovute molto spesso a rientri in comunità troppo precoci di tutti, anche di coloro che sono ancora in grado di diffondere virus.

Un caro saluto, Daniela

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