L’allattamento: a richiesta o no?


Gentile Dottoressa,

ho letto un suo intervento su come allattare con successo. Terrò i suoi preziosi consigli bene in mente per un secondo figlio. Per il primo pensavo di essere stata brava ed invece col senno di poi sto realizzando di non aver fatto niente per "allattare con successo", semplicemente madre natura mi ha dato il latte necessario…

Volevo chiederle la sua opinione sulla teoria di Tracy Hogg secondo la quale si deve allattare a un solo seno e ogni tre ore.

A me all’ospedale insegnarono ad allattare a richiesta (anche quando la richiesta del bimbo non è solo "mamma ho fame" ma magari "mamma ho una colica" o "mamma devo fare la cacca" o semplicemente "mamma dove sei?") e offrendo entrambi i seni (minuto più minuto meno, ma i tempi si affinano con l’esperienza).

Anche mia nonna di 83 anni mi ha ripetuto queste stesse cose.

La scuola americana/britannica è diversa da quella italiana?

La ringrazio per i numerosi consigli che ci da, mi sta insegnando davvero tanto.

P.S. Non le è mai venuta in mente l’idea di scrivere un libro partendo dagli spunti che riceve qui sul sito?


Ogni mamma, se volesse e avesse più fiducia nelle proprie capacità, potrebbe scrivere un libro: sarebbero tutti uguali e tutti diversi fra loro e ci sarebbe veramente tanto da imparare, altro che le risposte della pediatra di Noimamme!

Comunque, i seni vanno offerti entrambi a ogni poppata perché è proprio lo svuotamento totale della mammella a stimolare, con un meccanismo di feed-back, la secrezione ipofisaria di prolattina e la produzione di nuovo latte, mentre un seno che rimane pieno invia messaggi inibitori all’ipofisi e la secrezione di prolattina si riduce o si arresta, proprio come avviene quando la nutrice riduce il numero delle poppate e non svuota il latte che continua a prodursi.

L’allattamento a richiesta, che è l’approccio più naturale e più logico all’allattamento al seno, ha un suo razionale nel fatto che il latte materno non si produce in ogni ora del giorno e tutti i giorni nello stesso modo e nelle stesse quantità, così come il bimbo non ha sempre la stessa fame, oppure non ha sempre solo fame quando reclama il seno ma anche sete, voglia di contatto, di consolazione, ecc. Quindi i bimbi vanno allattati a richiesta, senza imbottirsi la testa di schemi e di regole di dubbia utilità.

Ciò non di meno, però, è pur vero che a ogni vagito di un bambino non corrisponde per forza fame, sete o voglia di succhiare e la mamma deve imparare a intuire e a decodificare, giorno dopo giorno, le continue richieste del suo piccolo affinché il suo rapporto con lui non si riduca a dare sempre la stessa risposta stereotipata a ogni richiesta di attenzione o tentativo di comunicazione del proprio figlio.

Passi per le prime settimane di vita, quando la produzione di latte è all’inizio e richiede una continua stimolazione, ma dalla fine del primo mese di vita in poi, l’equazione vagito uguale tetta diventa sempre più riduttiva e meno veritiera.

La comunicazione con il bimbo inizia in modo del tutto naturale e istintivo sin dal primo vagito (per non parlare di quella privilegiata in utero durante la gestazione) e in questo, una grande responsabilità deve essere data al modo come vengono gestiti, non solo tutta la gravidanza e il travaglio, ma anche i primissimi momenti di vita del bimbo e il suo immediato ricongiungimento con mamma e papà, offrendo a mamma e bimbo tutto il tempo necessario per "riconoscersi" nella nuova situazione post-natale, attivando nuovi e riesumando vecchi canali di comunicazione e dialogo che devono comprendere anche la possibilità per il neonato di riconoscere la madre attraverso l’odore della sua pelle, che avrà caratteristiche simili all’odore del liquido amniotico che ha avuto nelle narici per nove mesi, attraverso il riconoscimento della voce, percepita in modo diverso ora che non è più immerso nel liquido ma pur sempre riconoscibile dal timbro e dalle varie tonalità e sfumature e, finalmente, novità delle novità, attraverso il primo lungo sguardo, nonostante la sua capacità visiva sia ancora incompleta.

Quando questi primi, fondamentali momenti vengono gestiti in modo ottimale dall’ostetrica e da tutta l’équipe medica, essi insegnano mille volte di più di qualsiasi manuale che la mamma può avere letto durante la gravidanza e da quel momento, quella mamma e quel bambino, sapranno capirsi in modo molto più profondo e completo di quanto essi stessi non immaginino e il resto verrà da solo o quasi.

Io sarò sincera: non conosco bene la differenza tra la scuola americana e britannica, ma conosco fin troppo bene la differenza tra una mamma che crede di avere per forza bisogno di andare a scuola per allevare il proprio figlio e una mamma che, semplicemente, si fida del proprio istinto e della propria capacità di mettersi in sintonia con il proprio bimbo e vede il sostegno che mamme, nonne, bisnonne, amiche, ostetriche o pediatri possono darle solo come una sorta di messa a punto, di collaudo, diciamo pure di tagliando ad una avventura che ha, nella sua stessa naturale spontaneità, tutti i presupposti per camminare con le proprie gambe senza bisogno di troppi aiuti.

Se così non fosse, come spiegheresti le meravigliose crescite e la buona salute dei bimbi dei popoli erranti nel deserto, dei bimbi delle popolazioni primitive dell’Amazonia o delle Ande, o delle steppe mongole e via discorrendo?

Certo le loro mamme non dispongono di manuali sulle teorie dei più famosi psicologi e pediatri di lingua anglosassone e, aggiungo io, non sarà proprio questa la loro fortuna?!

Un caro saluto,

Daniela

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