Integrazione di calcio dopo i sei mesi?


Gent.ma Dottoressa,

premesso che abito tra Egitto e Italia (più in Egitto però) e che il mio pediatra di riferimento qui in Egitto (e anche il mio riferimento medico più importante in generale) gode di tutta la mia fiducia e stima, vorrei chiederLe una opinione.
Talvolta, visto che il mio pediatra, per madre americano, segue le linee del suo paese, mi discosto dalle sue indicazioni, comunicandoglielo: è il caso, ad esempio del parmigiano, dell’olio extravergine d’oliva, già introdotti nella dieta del mio bambino, nonostante le  perplessità del dottore.
Finché si tratta di parmigiano so di non far danni ma in certi casi non me la sento di fare di testa mia senza un ulteriore parere.
Il mio bimbo di 7 mesi e qualche giorno, allattato esclusivamente al seno (su richiesta) fino a 6 mesi, ha cominciato con soddisfazione lo svezzamento (a 6 mesi, appunto) e siamo arrivati alla seconda pappa serale ma tre pasti continuano a essere di latte materno. Non c’è qui grande scelta di prodotti per bambini, ma ho ottime farine, biscotti  e pastine prese in Italia e trovo per fortuna omogeneizzati di frutta  e ora anche yogurth. Nella pappa del pranzo metto circa 50 gr di carne fresca (varie, che alterno) e appena possibile introdurrò il pesce.
Karim cresce bene, mangia con gioia, pesa 9200 gr ed è lungo 73 cm.
Il pediatra dice che va bene così ma mi ha prescritto supplementi sia di ferro che di calcio perché dice che, allattandolo io, sono necessari. Ora Le chiedo, ha proprio ragione? So che agli americani i supplementi vitaminici piacciono parecchio, ma io non li amo molto, sempre che non siano necessari (io in gravidanza li ho presi). Le farine sono arricchite in calcio, la pastina anche, non faccio fatica a fargli mangiare carne. Crede sia proprio necessario aggiungere le integrazioni prescritte?

Grazie veramente
Cordiali saluti
Isabella


Cara Isabella,
raggiunto il sesto mese di vita, a causa della veloce crescita in peso e in lunghezza con conseguente notevole acquisizione di massa corporea, spesso i lattanti vanno incontro ad una anemia da carenza di ferro di grado lieve o moderato.
Si tratta di una evenienza, entro certi limiti, fisiologica e ben conosciuta che dipende dal fatto che il midollo osseo dei piccoli non riesce a far fronte alla notevole richiesta di produzione di nuovi globuli rossi in questa fase di crescita così veloce.
Questo è uno dei motivi che suggeriscono di non limitarsi più al solo latte materno, anche se continua ad essere sufficiente per saziare il bambino, al compimento del sesto mese di vita e di iniziare lo svezzamento con cereali, verdure e carne, che apportano ferro e proteine in quantità superiori a quanto non riesca a fare il solo latte materno. 
In taluni casi, però, i lattanti al secondo semestre di vita o anche prima, hanno realmente bisogno di una supplementazione in ferro (si associa la vitamina C perché ne favorisce molto l’assorbimento e l’assimilazione): sono i casi di bambini nati prematuri che non hanno avuto tempo di accumulare delle scorte sufficienti di ferro durante la gravidanza, i bambini nati sotto peso che hanno ricevuto uno scarso apporto nutritivo da parte della placenta, i bambini nati da madri molto anemiche durante la gravidanza che, anche loro, non hanno avuto modo di accumulare ferro in quantità sufficiente durante i nove mesi di gravidanza, i bambini che hanno avuto, nel primo semestre di vita, una crescita più forte del normale, vuoi perché di costituzione grossa, vuoi perché hanno mangiato molto al seno materno e i bambini che non sono stati allattati con latte materno, i quali possono avere perso sangue, e di conseguenza anche ferro, attraverso perdite occulte con le feci se avessero sviluppato una, anche lieve, intolleranza alle proteine del latte artificiale (derivato anch’esso, dal latte vaccino).
Un’altra condizione che predispone all’anemia da carenza di ferro dopo alcuni mesi dalla nascita è il taglio troppo precoce del cordone ombelicale al momento del parto: aspettando, infatti, alcuni minuti prima di tagliare il cordone ombelicale al neonato, aspettando, cioé, che non pulsi più e che la circolazione placentare si sia esaurita, si permette ad una buona quantità di sangue placentare di arrivare al bambino che ne farà tesoro nei mesi successivi utilizzando il ferro in esso contenuto. 
Il latte materno non contiene molto ferro, ma quel poco che ha è in forma ottimamente assimilabile dal bambino e non sembra categoricamente necessario aggiungere ferro sotto forma farmacologica ad un lattante alimentato con latte materno che, al compimento del sesto mese, viene regolarmente svezzato e accetta di buon grado i nuovi alimenti, carne compresa.
Detto ciò, l’abitudine, anzi, la regola di supplementare la dieta di un lattante di sei mesi con ferro, calcio e vitamine è ormai in vigore da molto tempo nelle scuole pediatriche americane, senza una grossa distinzione da caso a caso e da bambino a bambino.
La mia opinione è quella di valutare il problema caso per caso e, sapendo che il ferro somministrato per bocca, se non necessario, non sempre viene assimilato, io, al limite, ti consiglierei di controllare emocromo, sideremia, transferrinemia e ferritina al piccolo prima di decidere se dare o meno ferro, perché, data la sua età, non si puo’ escludere a priori che non ne abbia bisogno ma, nello stesso tempo, sempre a priori, non si puo’ sapere se ne ha veramente bisogno.
I sintomi dell’anemia da carenza di ferro possono essere anche molto sfumati e il pallore della cute e delle mucose puo’ non evidenziarsi in modo significativo, così come puo’ essere difficile capire, qualora il piccolo fosse un po’ irrequieto e non dormisse bene come nei mesi passati, (oppure avesse capelli molto fragili, fini e opachi), se questo atteggiamento dipende da un suo periodo di crescita, dal cambio di alimentazione, dall’inizio della dentizione o, come a volte capita, da una carenza di ferro.
Normalmente, la scuola italiana di pediatria, tende ancora a valutare caso per caso senza dare ferro di routine dal sesto mese in poi o anche prima e tende soprattutto a prendere in considerazione i casi a rischio di sviluppare anemia da carenza di ferro, che sono stati elencati prima e ai quali vanno aggiunti i casi di bambini che si sono ammalati precocemente e ripetutamente nei loro primi mesi di vita. Anche senza appartenere per forza ai casi a rischio citati sopra, un bambino di sei mesi puo’ tranquillamente presentare una anemia da carenza di ferro, ma la riduzione fisiologica della velocità di crescita dopo il sesto mese e la introduzione di cibi con un buon contenuto in ferro al momento dello svezzamento sono spesso sufficienti per reintegrare la relativa, fisiologica, transitoria carenza di ferro eventualmente riscontrabile in un bambino dell’età del tuo.
Questo è, comunque, il mio modo di pensare: forse, applicando a tutti i bambini dei protocolli terapeutici che comprendono la supplementazione di ferro e vitamine e/o calcio sin dai primi mesi, non si fa danno qualora fosse inutile e ha il vantaggio di evitare carenze occulte di ferro in molti bambini che sarebbero, magari, destinati a non essere controllati e che ne hanno, invece, veramente bisogno.
Benché io non abbia l’abitudine di prescrivere ferro di routine ai lattanti, soprattutto se nati a termine, sani e allattati al seno, non posso quindi, come vedi, dissuaderti completamente dal farlo ma solo accogliere e condividere i tuoi dubbi su una terapia prescritta senza accertamenti sul bimbo. Altra cosa sarebbe, invece, se tu o anche il papà del bimbo, aveste una anemia carenziale costituzionale che il piccolo potrebbe avere ereditato.
Un caro saluto,
Daniela

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