Improvvisamente rifiuta il ciuccio


 

Buongiorno Dottoressa,

sono una neo mamma 32enne di un bimbo di 22 mesi.

Non sono mai stata mamma e vorrei cercare di essere una mamma un po’ informata; avrei quindi due domande da porle:

1- c’è qualche testo da consigliarmi che potrebbe darmi delle indicazioni su come "affiancare" la crescita di un figlio?

2- Niccolò ha da sempre avuto il ciuccio: durante il giorno nel gioco, per addormentarsi ecc.. dopo una vacanza di due settimane al mare (dove vi erano altre due bimbe che non avevano il ciuccio anzi glielo toglievano di bocca) al ritorno improvvisamente rifiuta il ciuccio e non si fa consolare da me, e chiama spesso il papà.

Io sono una mamma lavoratrice full-time, Niccolò per ora è gestito sia dai nonni materni che paterni. Credo sia una presa di posizione nei miei confronti, per riaverlo lasciato dai nonni . La cosa dura ormai da una settimana.

Inoltre capita che si sveglia la notte e mentre prima riprendeva il suo ciuccio e si riaddormentava, ora non sa come gestire il "risveglio" e da me non vuol farsi consolare. Mi può dare un consiglio? Cosa significa l’abbandono del ciuccio (tra l’altro io ho sempre pensato che il ciuccio è per i bambini rappresentativo della mamma)?

Il bimbo si sta avvicinando ai famosi difficili anzi, terribili due anni, durante i quali tutto è no e capriccio per principio e dove gli atteggiamenti di opposizione sono il tentativo di sfidare l’autorità genitoriale per crescere e sentirsi autonomo nonché per imparare i limiti, per imparare a codificare cosa è bene e cosa è male.

Tutti i legami e gli atteggiamenti del passato che prima gli erano famigliari e che venivano accettati come rassicuranti consuetudini, ciuccio incluso, ora sono pastoie da cui divincolarsi per assumere nuovi atteggiamenti.

I capricci serali e il rifiuto materno, poi, possono essere un modo per attirare ancora di più la tua attenzione su di lui dopo tante ore di lontananza e la ricerca del padre, quale figura meno conflittuale di quella materna, della cui assenza comincia ad essere anche geloso, potrebbe essere interpretata in questo modo.

I libri che trattano di questi argomenti si sprecano, ma una mamma non è mai diventata una buona mamma solo per averli letti tutti o per essersi informata. Nemmeno le pediatre, le psicologhe e le pedagogiste diventano delle buone madri solo per il fatto di avere approfondito studi e conoscenze su questi argomenti, con buona pace di tutte queste categorie, per carità!

Si diventa una buona madre quando si ha il coraggio e l’abilità di calarsi senza pregiudizi nella realtà che vive il proprio bambino mese per mese, giorno dopo giorno, quando si ha il coraggio di lasciar perdere schemi educativi e consigli imposti dall’esterno per scavare in fondo ai propri ricordi e ritrovare negli atteggiamenti del proprio bambino la bimba che si è stati un tempo, con i propri capricci, le proprie paure, le proprie malinconie e con questi ritrovati occhi da bambina guardare e osservare il proprio bambino con atteggiamento autentico, innanzitutto per capirlo meglio, per imparare ad ascoltarlo, poi per fare assieme a lui il difficile percorso di crescita, un po’ complice e compagna di giochi, un po’ guida che insegna la via migliore per raggiungere un certo obiettivo, un po’ chioccia consolatrice nei momenti difficili e rifugio sicuro che tutto accetta e tutto comprende, un po’ fustigatrice che insegna i limiti da non oltrepassare con quei fatidici no che aiutano a crescere e di cui il bambino tanto ha bisogno, specie quando fa i capricci.

Il mestiere di mamma si impara inventandolo giorno dopo giorno in base alle esigenze del proprio figlio, non come autodidatta, ma come rinnovata interprete di un ruolo che agisce dagli albori dell’umanità e che ogni mamma, con la sua spontaneità, la sua estemporaneità , la sua genuinità, la sua creatività, arricchisce generazione dopo generazione di quel tocco del tutto personale e originale che parla la lingua contemporanea mentre svolge il ruolo più antico del mondo.

Nel coraggio di vivere a fondo la quotidianità coniugando ogni azione al presente, come impone l’educazione del bambino, la mamma parla infatti un linguaggio proiettato al futuro e che, nonostante ciò, raccoglie l’eredità di una intera umanità. Questo linguaggio, i libri non lo insegnano.

Un caro saluto, Daniela

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