Curiosità: sofferenza fetale

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Dottoressa,

Le scrivo per avere risposta, se vorrà darmela, ad una semplice curiosità riguardante l’evento della nascita di mio figlio.
Matteo è nato alla 39°+ 2 con t.c. d’urgenza per sofferenza prenatale. In pratica ho rotto le acque ed erano tinte. Da quel momento ha sempre continuato a produrre meconio nel corso delle 5 ore successive, cioè fino alla nascita. In quelle cinque ore, in attesa che mi arrivassero le contrazioni e si aprisse il travaglio i monitoraggi cui mi sottoposero non evidenziarono sofferenza: se non ho capito male controllavano l’attività cardiaca ed encefalica del piccolo, giusto? Tant’è che il ginecologo, nell’annunciarmi di volere ricorrere al t.c. perchè l’attività contrattile era minima (tipo le contrazioni prodromiche del monitoraggio eseguito la settimana precedente, la 38°) il collo dell’utero intonso e non avevo alcuna dilatazione, addusse proprio questa motivazione: "Non si può attendere che si apra il parto nè indurlo con esiti assai incerti in termini di durata ed efficacia. Potrebbe essere rischioso per il piccolo oltre che per lei, finchè il bimbo sta bene conviene farlo nascere con t.c., il travaglio potrebbe fare precipitare lo stato di sofferenza".

Fortunatamente, al momento della nascita (appena "fuori", ho sentito subito il piantino) Matteo aveva solamente ingerito un po’ di liquido che gli hanno aspirato e gli indici erano buoni (9 e 10).

La mia domanda è questa: Matteo ha dunque sofferto in quelle cinque ore dalla rottura delle acque al momento della nascita? Cosa può essere successo per avergli provocato quella sofferenza in occasione della rottura delle acque? So bene che dalla rottura delle acque all’avvio del travaglio possono trascorrere molte ore, ma perchè questo rilascio degli sfinteri? Vorrei solo capire qualcosa di più, dato che non mi sono mai sentita di "chiedere".

Grazie

 

Il monitoraggio tiene sotto controllo le contrazioni uterine valutandone frequenza, durata, intensità e caratteristiche della contrazione dall’inizio alla fine, cioè come inizia, come progredisce e come si esaurisce e contemporaneamente anche la frequenza cardiaca del feto (non l’attività cerebrale) durante la contrazione. Variazioni significative di questa frequenza cardiaca in corrispondenza di una contrazione possono dare l’idea di una eventuale sofferenza del feto in quel momento in quanto, se sofferenza c’è, se lieve vi è una tachicardia, cioè una accelerazione dei battiti più importante del normale e se questa sofferenza diventa più intensa i battiti, inverce, diminuiscono in modo significativo o comunque diventano irregolari.

L’emissione di meconio durante una contrazione può essere indice di sofferenza fetale, anche solo momentanea, per ridotto apporto di ossigeno al cervello del feto, ma può anche essere la conseguenza di una aumentata pressione avvertita dal feto sul suo addome che lo stimola ad evacuare, come se si trattasse di un massaggio sull’addome, pertanto non è sempre detto che il fatto di ritrovare meconio nel liquido amniotico significhi che il feto sia in sofferenza. Però il dubbio è troppo importante per rischiare e il medico è sempre tenuto a pensare al peggio e ad agire di conseguenza.

Certo, quando un liquido tinto di meconio si associa ad una sofferenza fetale evidenziata da un importante cambiamento del battito cardiaco durante le contrazioni, non ci si pone certo il dubbio se il meconio sia fuoriuscito per semplice pressione meccanica della parete uterina sull’addome del feto oppure se sia il sintomi di una asfissia e si pensa subito all’asfissia. Il dubbio viene quando il liquido è tinto ma il monitoraggio non evidenzia sofferenza fetale. Ma anche in questo caso, visto che il monitoraggio non è h24, cioè non dure 24 ore su 24 ma si limita a poche ore al giorno o a giorni alterni, chi può dire che durante una o più contrazioni non avvenute sotto monitoraggio non vi sia stata sofferenza fetale?

Pertanto la valutazione clinica di un liquido tinto di meconio è sempre delicata e difficile e nel dubbio ci si comporta come se il meconio fosse indice di sofferenza proprio per non sbagliare e non sottovalutare il sintomo. Per di più, una volta rotte le acque, si sa che vi è comunicazione tra cavità uterina e esterno e per evitare rischi di risalita di germi e di infezioni fetali, è bene che non passino molte ore dalla rottura delle acque alla nascita del bambino. La perdita di liquido amniotico, poi, può essere causa di sofferenza per il feto.

Tutte queste considerazioni e la consapevolezza che finché il bimbo non è nato molti dubbi rimangono insoluti, fa agire il medico, in questo caso il ginecologo, a volte, con un eccesso di prudenza, questo lo sappiamo tutti, ginecologo compreso. Però, quando non vi sono altri modi per chiarire un dubbio, tra i due mali, cioè tra il rischio di un cesareo che si potrebbe rivelare inutile e il rischio di una sofferenza fetale per evitare il cesareo e rimanere fedeli al parto naturale, si sceglie sempre il rischio minore e si tende, come si dice, a tagliare facilmente. Il confine tra tendenza al taglio cesareo facile legittimo e tendenza ad esagerare in tagli cesarei ed in eccesso di prudenza è tutt’ora molto labile e difficile da definire, i sanitari lo sanno bene, ma adesso non ci si può più permettere di rischiare: non lo perdonerebbero i genitori, non se lo perdonerebbe il medico che passerebbe dei bei guai e non lo perdonerebbe la società così com’è strutturata ora, priva di fatalismo e poco propensa sia al perdono che alla comprensione.

La tutela avanzata della salute della donna e del bambino ha quindi il suo prezzo e passa anche attraverso l’accettazione di questo tipo di rischio, cioè del rischio di subire un cesareo o un trattamento medicalizzato in più rispetto alla reale necessità del caso. Nel tuo caso, poi, il  parto tardava ad indursi e l’aiuto farmacologico avrebbe potuto modificare pericolosamente la natura delle contrazioni facendole diventare più intense e più ravvicinate e se il feto fosse stato veramente in sofferenza forse non lo avrebbe sopportato senza conseguenze. Altra cosa sarebbe stata se il collo dell’utero fosse già stato ben dilatato e il travaglio già in uno stadio avanzato, visto che oltre ad un certo limite far nascere il bambino già impegnato nel canale da parto col taglio cesareo sarebbe stato difficile e pericoloso. Quindi credo che tutto si sia svolto con rigore scientifico e con corretto senso di responsabilità, sempre fatto salvo, col senno del poi, quel minimo rischio di avere praticato un taglio cesareo inutilmente, dubbio che ormai nessuno, credo, sarebbe in grado di chiarire.

Un caro saluto, Daniela

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Medico chirurgo specializzato in Pediatria e Neonatologia con lunga esperienza Ospedaliera.