Capricci e loro gestione


Gentile dottoressa,

le scrivo per avere un suo parere sulla gestione dei capricci spaventosi che la mia bimba di quasi due anni e mezzo sfoggia da un po’ di tempo a questa parte… Capricci spesso senza motivi apparenti che portano a lacrime, singhiozzi, rotolamenti per terra ecc.

Ritengo di essere una mamma piuttosto paziente e spesso cerco di distrarre la piccola o di ignorarla per un po’ senza perdere la calma per farla sbollire, ma quando il suo comportamento dura tanto (a volte parlo di anche un’ora!) e non riesco ad allontanarmi dalla scena prima del delitto, sbotto con "basta" che tremano i vetri e il risultato ovviamente è che la bimba si spaventa (detesto questa cosa!!!) e piange ancora di più.

Vorrei capire come gestire questo atteggiamento senza arrendermi sempre alle sue richieste (a volte anche originali come le lascio immaginare). Se fossi una bimba starei male a sentirmi rimbombare nelle orecchie il ricordo di un urlo di mia madre… come si fa a "smettere"?

Grazie, sono certa che la sua esperienza mi sarà di grande aiuto

Sile


Cara Sile,

l’età della tua bimba è l’età dei capricci. I bambini mettono alla prova la pazienza dei genitori provocando sapendo di provocare, e lo fanno, guarda caso, con mamma e papà, o solo con mamma, o solo con uno dei nonni; quasi mai si sognerebbero di avere certi atteggiamenti con gli estranei o quantomeno con persone che conoscono poco e di cui non hanno piena fiducia. Vogliono sapere quanto sono accettati e fin dove si possono spingere nell’attirare l’attenzione e nel pretendere. Vogliono sapere fin dove arrivano i si e dove cominciano i no. Allora è proprio questo limite che i genitori devono riuscire a fare capire chiaramente ai loro figli. Non è facile dire dei no senza paura di interrompere una comunicazione o, peggio ancora, di perdere un affetto, ma è la sfida che ogni genitore si trova ad affrontare prima o poi. Ognuno di noi, ormai adulto, ricorda ancora, e spesso con gratitudine, almeno una persona che gli è rimasta impressa per la sua autorevolezza e che ha saputo dire il no o i no al momento giusto, con fermezza e decisione, trasmettendo piena convinzione in quei principi che voleva fossero condivisi da tutti.

Queste persone che ricordiamo spesso con gratitudine sono le persone autorevoli che abbiamo incontrato lungo il cammino della nostra vita. E come si sono meritate la loro autorevolezza? Con sacrificio. Dando prima di tutto il buon esempio, senza mai cadere in contradizione tra quello che pretendevano dagli altri e quello che facevano. Poi con costanza, dando sempre la stessa risposta nella stessa situazione. Infine con pazienza, sapendo tener duro tutte le volte che la situazione lo richiedeva e pronte a perdonare e a dimenticare quando era giusto farlo.

I genitori chiamati ad educare i figli trovano nei figli stessi una palestra dove fortificare i muscoli del proprio carattere. Diceva mia nonna: chi non sa fare non sa comandare, quindi, nella vita bisognerebbe imparare a fare il maggior numero di cose possibili, non bisognerebbe mai dire di no, mai fuggire davanti alle difficoltà. Se un bambino esordisce con capricci esagerati pretendendo cose impensabili, prima di dire di no sarebbe bene capire se a quel bambino è sempre stato dato il giusto ascolto, se si è sempre fatto il giusto sforzo per capirlo a fondo tutte le volte che cercava attenzione, magari anche in modo distorto e insopportabile. Se la risposta è si, allora i no devono arrivare, con calma ma con molta fermezza, cercando magari di responsabilizzare il piccolo, facendogli capire che i capricci non solo disturbano e sono insensati, ma fanno soffrire un po tutti, mentre tutta la famiglia sarebbe più serena e felice se ogni desiderio fosse espresso con serenità. Si potrebbe allora discutere su alcune priorità, fare un po di politica, io ti do questo se tu mi dai quest’altro. Bisogna far capire che la soddisfazione di un desiderio non è sempre un processo a senso unico: io ti do questo, va bene, ma tu cosa mi hai dato o cosa mi vuoi dare in cambio? Il concetto di do ut des nulla toglie comunque al valore della gratuità del dono, ma il dono è libero, non può essere preteso. E’ in questa direzione che si comincia a fare ragionare i bambini:ma è chiaro, ci vuole pazienza e gradualità. Prima di arrivare a tanto si passa per il periodo dei no decisi, non sempre preceduti da spiegazioni, più spesso seguiti dalle spiegazioni. Ma i bambini, sai, a due anni e mezzo, non sempre sono interessati alle spiegazioni, così come non sempre sanno valutare le sfumature: molte volte si trovano più a loro agio in un mondo in bianco e nero: questo è si e questo è no; hanno bisogno di numerose ripetizioni, non sempre imparano la prima volta; ma del resto nemmeno una poesia si impara dopo una prima lettura; e la vita, a saperla leggere bene, a saperla interpretare, in fondo, nonostante tutto, è una gran bella poesia! I no imposti a un bambino che provoca, appunto, per averli, tracciano una via, diradano la nebbia e il caos nei quali un bambino senza regole e con troppa libertà annaspa con angoscia: per un bambino, spesso, troppa libertà diventa il contrario, diventa una rete a maglie strette nella quale non riesce più a districarsi perchè non trova via di uscita. I capricci, spesso, non sono altro che una manifestazione di questa angoscia in un soggetto che non ha ancora gli strumenti per capirla e per esprimerla a se stesso e agli altri. I genitori hanno il dovere di aiutare i loro figli a  decodificare questi segnali forti, e per farlo devono sapere uscire dalle loro paure di sbagliare o di non capire o, appunto, di perdere l’affetto dei figli: non è tanto importante dire no se autenticamente si desidera dire no, è importante come lo si dice: non lo si deve dire solo per far tacere un bambino troppo invadente, lo si deve dire con la consapevolezza che quel no diventi una guida per il proprio figlio, gli sappia indicare la strada seguendo la quale non si perderà, anzi, si ritroverà, più grande e più consapevole, più maturo e più sereno.

Non temere di sbagliare: genitori non si nasce ma si diventa. E prima di essere genitore si è figlia o figlio; si tende quindi a riproporre ai propri figli i modelli educativi ricevuti nella propria infanzia: è il primo passo verso la genitorialità. Il secondo è quello di diventare, appunto, se stessi, con il coraggio di lasciarci alle spalle i modelli vecchi che non ci rappresentano più per adottarne di nuovi tutti nostri, più autentici, più veri, più maturi. E’ così che un genitore cresce: accettando di percorrere una strada da capo, prendendo come giorno zero quello della nascita del proprio bambino, per rinascere ogni volta assieme al proprio figlio, e fare il percorso al suo fianco, accettando di imparare da lui ogni volta, con umiltà e con saggezza.

Un caro saluto, Daniela

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