Balbuzie a tre anni improvvisa


Buongiorno,

mio figlio di tre anni, dopo una brutta caduta, in cui si è tagliato un dito (era solo con il nonno, senza ciuccio e senza mamma) ha cominciato a balbettare e ripete sempre le prime sillabe. Quando è solo e parla coi giocattoli, non balbetta, ma con noi o altri è un disastro.

Premetto che ha iniziato a parlare a 18 mesi e aveva un buon linguaggio.

Sono molto preoccupata, perché temo che qusto disturbo non sia temporaneo.

Cosa devo fare?

Grazie


 

Non è affatto raro che un bambino di tre anni balbetti ogni tanto quando cerca di esprimere un concetto attraverso la costruzione di una frase un po’ complessa rispetto a come si esprimeva mesi prima, diciamo oltre le tre parole: il problema può interessare, in modo saltuario, anche più della metà dei bambini in fase di acquisizione del linguaggio.

Tecnicamente, prima dell’età scolare, non si dovrebbe parlare di balbuzie ma di semplice disfluenza del linguaggio: le disfluenze non sono altro che le esitazioni ad iniziare una frase, la ripetizione spasmodica della prima sillaba della frase, oppure la durata eccessiva della prima sillaba senza che arrivi il seguito della parola oppure un inceppo improvviso che impedisce al bambino di proseguire nella frase o nel discorso rimanendo a bocca chiusa o muta.

Tutto questo può far parte del normale processo evolutivo e maturativo del linguaggio a livello, soprattutto, dell’apparato pneumo fonologico, cioè della coordinazione tra respirazione e quel complesso meccanismo responsabile dell’emissione dei suoni, soprattutto in un periodo in cui i processi mentali e ideativi si fanno velocemente sempre più complessi senza che i meccanismi fonatori, articolatori e muscolari che prresiedono alla formazione dei suoni e dei fonemi sia adeguatamente maturato.

Come a dire: il cervello diventa velocemente capace di formulare idee e concetti sempre più complessi che richiedono frasi più lunghe ed elaborate per essere espressi, frasi che nella mente del bimbo esistono già, ma tutti i meccanismi articolatori, muscolari, respiratori che permettono il linguaggio sono ancora immaturi e non seguono il passo delle idee, creando così una difficoltà espressiva ai bimbi, che solitamente sono particolarmente intelligenti e sensibili.

Questo spiega perché il bambino inizia a balbettare solo dopo avere iniziato a parlare: al momento delle prime espressioni verbali, infatti, mente e linguaggio viaggiano più o meno alla stessa velocità, mentre ma mano che passano i mesi, i processi mentali e ideativi si sviluppano in modo esponenziale, contrariamente al linguaggio, che segue una progressione più lineare.

Di fronte ad un bambino di tre anni che balbetta bisogna osservare un atteggiamento di comprensione non ansiogeno, ma nello stesso tempo, dopo averlo adeguatamente osservato per alcuni mesi, è bene non procrastinare troppo un consulto specialistico in una struttura idonea in grado di studiare il problema con un approccio multidisciplinare, cioè in una struttura ospedaliera o universitaria, o anche di territorio, purché molto ben organizzata e specifica per questo problema, che comprenda vari specialisti: psicologo, logopedista, foniatra, neuropsichiatra infantile e anche pediatra.

I primi segni di disturbo del linguaggio, soprattutto in età prescolare, ma più precisamente dai tre ai quattro anni, possono tranquillamente essere osservati e monitorati dai genitori, i quali, prima di tutto, devono assumere un atteggiamento di grande apertura e comprensione nei confronti del piccolo con questa difficoltà, imparando a valutare i progressi del linguaggio nel suo insieme senza fissarsi sul particolare della parola balbettata.

Anche se, a volte, può essere un trauma, uno spavento improvviso, una difficile situazione famigliare, l’evento apparentemente scatenante la balbuzie, ora si è propensi a credere che sia soltanto un epifenomeno di una situazione predisponente che era comunque destinata a manifestarsi prima o poi.

Il problema va accolto con serenità, al bambino vanno fornite molte occasioni per esprimersi senza fretta in una situazione di ascolto profondo da parte del genitore interlocutore che deve saperlo mettere a suo agio senza correggerlo quando storpia una parola, senza anticipare la fine di una frase che fatica a uscir fuori, senza correggerlo quando balbetta insistendo affinché ripeta la parola storpiata, senza fargli notare il suo problema, senza finire la frase al posto del bimbo in difficoltà ma mostrando di averlo capito lo stesso, assumendo, a sua volta, un linguaggio calmo, lento, corretto, fluido, rivolgendosi al bimbo con frasi semplici pronunciate lentamente, creando situazioni di dialogo con domanda e risposta semplificate in una atmosfera di comunicazione a tutto tondo, cioè non solo verbale ma anche emotiva, fisica, tattile, guardandosi molto negli occhi con tenerezza e tranquillità.

La balbuzie, infatti, non è un problema strettamente di linguaggio, ma è un problema relazionale. Il bambino, attraverso la balbuzie, può fare emergere delle sue insicurezze, dei conflitti profondi anche molto intimi.

I bambini che balbettano sono sempre molto emotivi e sensibili, molto, forse esageratamente legati ad un genitore, di solito la madre, dal quale hanno difficoltà a staccarsi per conquistare la loro autonomia, spesso sono bambini enuretici, a volte hanno anche disturbi del sonno o alimentari associati. Non vanno sgridati o corretti quando balbettano e il genitore non deve mostrarsi ansioso o preoccupato della qualità del linguaggio del figlio, ma soprattutto della sua sostanza, cioè della consistenza delle sue idee: deve valorizzare le cose che dice e non svalutare come le dice.

Nella conversazione bisogna rispettare i tempi e le pause del bambino, non avere fretta, non interromperlo, non anticiparlo e bisogna rispettare molto i turni di inserimento verbale della conversazione che deve mantenere un ritmo regolare tra frase della mamma, risposta del bimbo e nuova presa della parola dell’adulto.

Non bisogna fare troppe domande al bambino in modo diretto e sollecitarlo troppo a parlare dimostrando una eccessiva attenzione e preoccupazione per il suo linguaggio, ma piuttosto, davanti ad una situazione condivisa, come un gioco che si sta facendo insieme o un cartone che si sta guardando insieme, si può commentare volta per volta la situazione o decidere assieme al bimbo il da farsi in modo che in una situazione di triangolazione tra bambino, madre e gioco o cartone, il bambino si senta meno pressato e più spontaneamente parte di un tutto piuttosto che al centro dell’attenzione.

I bambini che balbettano, infatti, non lo fanno mai quando sono da soli o quando giocano da soli con i loro giocattoli famigliari, proprio perché, in realtà, la balbuzie è un disturbo di comunicazione anticipatorio di ansia.

Succede, cioè, che alcune iniziali normali occasioni di balbettìo dovute alle cause elencate prima (discrepanza tra processi ideativi e processi fonatori), quando si ripetono, vengano avvertite dal bambino come una difficoltà, un ostacolo al raggiungimento di un suo fine (la comunicazione) contribuendo a creare una certa inconscia insicurezza e tendenza alla autosvalutazione nei confronti del mondo, sia famigliare che dei coetanei della scuola o dell’asilo: se questa insicurezza, inizialmente inconscia, viene enfatizzata dal comportamento troppo normativo del genitore che tende a volerlo correggere a tutti i costi, può succedere proprio quello che si vuole evitare e cioè che il problema emerga alla coscienza del bimbo e crei un circolo vizioso che potrebbe cronicizzare. 

È bene anche che il genitore crei molte occasioni di comunicazione non verbale con il proprio figlio, cioè giochi di fisicità, capriole in allegria, molta musica e molto canto insieme (la musica, stimolando, mantenendo e suggerendo il ritmo, facilita l’eloquio e molti bambini balbuzienti pronunciano correttamente le parole mentre cantano). La musica è un modo per recuperare l’autostima del bambino che si sente così capace di parlare senza sbagliare.

La balbuzie dei 3-4 anni è spesso transitoria e risolve quando il linguaggio conquista la stessa maturazione raggiunta dal pensiero, ma nell’1-5% dei casi il problema può persistere anche oltre il quarto anno, tendendo così a cronicizzare e creando al bambino molte problematiche emotive che a tre anni ancora non ha se i genitori non contribuiscono a farle venire. A questo punto è necessario un intervento, o quantomeno un consulto in un centro di logopedia specializzato in balbuzie.

Le nuove possibilità diagnostiche messe a disposizione dalla diagnostica per immagini (tac, pet…) e dalla genetica, hanno permesso di formulare ipotesi non solo psicologiche ma anche fisiologiche all’origine della balbuzie: si è visto, infatti, che in molti soggetti balbuzienti vi è una ridotta coordinazione funzionale tra due centri cerebrali situati nell’emisfero sinistro responsabili della corretta formulazione del linguaggio, si è ipotizzata una lieve sofferenza subclinica alla nascita, si sono evidenziati alcuni geni che sembrerebbero presiedere al corretto sviluppo del linguaggio e soprattutto dell’apparato fonatorio (è molto facile che gemelli monozigoti balbettino entrambi o che il figlio di un genitore che aveva balbettato da piccolo, anche se ha superato il problema da adulto, sia, a sua volta, balbettante così come si è visto che alla base della balbuzie vi possono essere delle difficoltà di sintassi e di grammatica, un linguaggio povero da parte della famiglia per motivi culturali, oppure semplici cause imitative se in famiglia un parente prossimo balbetta.

Ma, indipendentemente dalla causa favorente o scatenante la balbuzie, l’approccio al problema è sostanzialmente uguale: atteggiamento di ascolto facilitante e attesa per alcuni mesi se il bambino ha solo tre anni, magari dopo che i genitori, anche da soli, hanno parlato con un esperto del problema e consulto specialistico piuttosto precoce, senza aspettare l’età scolare come si consigliava un tempo, se il problema, osservato per alcuni mesi, non tende a migliorare, bensì, o a peggiorare o semplicemente a cronicizzare.

 

Un caro saluto,

Daniela

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