Aiuto! A sei mesi non dorme… 1


Gentilissima dottoressa,

ho un bambino di 6 mesi esatti che dalla nascita non resce a dormire "bene" né di notte né di giorno. Riesce a fare solo piccolissimi sonnellini di 20, 30, 60 minuti (accettabili di giorno, forse, ma non di notte!) per poi svegliarsi con un pianto disperato e difficilmente consolabile. Per qualche mese ho pensato che fosse "normale" e che la situazione si sarebbe via via regolarizzata. Invece no: il piccolo NON RIESCE a dormire per qualche ora consecutiva… e mi pare sia disturbato e provato da ciò perchè piange tantissimo, è irrequieto e dà segni di stanchezza ogni 2 ore anche di giorno.

Non riesce a dormire in nessun modo: in braccio, nel lettino, nel lettone, sul dondolino. Non parliamo poi dei metodi così in voga (Estivill e simili: una tragedia!). Non dorme con me, nè con il papà nè con i nonni… nè con chiunque altro ci abbia provato (ho tanti familiari, per fortuna). Raramente riesce a dormire un’ora e mezza sul passeggino, di giorno.

Inizio a disperarmi… perchè sono sfinita. La mancanza di sonno mi sta distruggendo e compromette la mia serenità con il bambino (e il rapporto con mio marito).

Il bimbo pesa 8 chili, cresce regolarmente, è allattato con Mellin 2 (al seno fino quarto mese, poi Mellin 1). Ho iniziato lo svezzamento e non mi pare che ciò abbia cambiato la situazione già critica. A questi disturbi del sonno (a me pare si tratti davvero di disturbi, perchè il piccolo è stanco e nervoso, come se volesse dormire ma non potesse) si associa, dalla nascita, un PIANTO FREQUENTE E QUASI INCONSOLABILE. I primi tempi tanto era straziante il pianto che ci siamo recati spesso al Pronto soccorso, nonchè da diversi pediatri ma, a parte un po’ di reflusso (migliorato addensando il latte con crema di riso) il piccolo viene definito da tutti sanissimo. Eppure qualcosa deve esserci: perchè altrimenti un pianto così disperato e frequente (più volte al giorno e anche di notte) e spesso associato ai continui risvegli o alla difficoltà ad addormentarsi?

COME POSSO AIUTARE IL MIO BAMBINO????

Oltre alla preoccupazione per lui, la stanchezza sta rendendo pessima la qualità della mia vita… a volte sono disperata.

Roberta

 

Cara Roberta, alla prima lettura della tua lettera traspaiono veramente scoraggiamento e una grande stanchezza. Mi chiedi un consiglio sul sonno, ma non so se invece sarebbe più utile un consiglio su come interpretare il pianto del tuo bimbo e su come fare per entrare in sintonia e in comunicazione con lui quando, con tanta insistenza e tanta rabbia, cerca forse di comunicarti – anzi, comunicarvi, visto che in famiglia siete tanti – un suo disagio che non sempre, forse, riuscite a decodificare.

Non mi parli poi di come è trascorsa la tua gravidanza: se tutto è andato per il meglio, compresa l’accettazione di questo nuovo arrivo da parte della coppia e della famiglia; se hai avuto minacce di aborto nei primi mesi o di parto prematuro in seguito; se hai avuto gestosi o complicanze di qualsiasi tipo che ti hanno fatto trascorrere periodi di ansia o turbamento. Non mi parli del parto e delle condizioni del bimbo alla nascita; non mi dici se è nato a termine o è prematuro; non so neppure se tu o tuo marito, alla stessa età del piccolo, avete avuto comportamenti simili; non so se l’ambiente famigliare è tranquillo e sereno oppure si respirano tensioni psicologiche o magari è un ambiente con molte persone che entrano ed escono di casa, con rumori tipo televisione o radio sempre accese; un ambiente dove la vita si svolge in modo ordinato con orari e abitudini regolari, oppure con poche regole e giorni sempre diversi l’uno dall’altro. Un ambiente dove regna armonia o dove ci sono frequenti occasioni di tensione o di litigio.

Mi hai inoltre parlato di reflusso gastroesofageo lieve ma non so se è stato studiato a sufficienza, se al reflusso si associa una gastrite ipersecretiva o una esofagite che sarebbe magari opportuno trattare, oltre che con la dieta e con cibi addensanti come la crema di riso, anche con farmaci opportuni; non so se ci sono elementi per pensare che i numerosi risvegli del piccolo siano dovuti a coliche gassose o colite e se in tal caso se è stata tentata un’alimentazione privativa, magari senza proteine del latte vaccino o senza lattosio; non so se e come è stato valutato il comportamento neurologico del piccolo, se, cioè, il suo sviluppo psicomotorio è perfettamente regolare oppure, magari solo nei primissimi mesi, ha manifestato una sindrome ipertonica con o senza ipereccitabilità. Non mi parli, al di là del pianto e del sonno interrotto, di come si comporta attualmente quando è sveglio e tranquillo – se, cioè, sta bene seduto, afferra bene gli oggetti, sorride, si interessa all’ambiente, fissa cose e persone e interagisce con loro in modo ottimale -. Non so neppure come si comporta, per es., durante i pasti: al di là del fatto che sia cresciuto bene, non so se mangia volentieri o anche il momento della pappa è motivo di tensione tra il bambino e l’ambiente.

È quindi, per me, difficile inquadrare il problema del tuo piccolo in modo esauriente.

Comunque io partirei, per esempio, dal mattino: dal suo primo risveglio. Supponendo che dorma nel suo lettino ma a fianco a voi, sarebbe bene, appena sveglio, con qualsiasi stato d’animo si svegli, parlare subito con lui, fargli sentire la tua voce tranquilla e la tua presenza disponibile all’ascolto di quanto cerca di comunicarti con il suo atteggiamento, sia che si tratti di agitazione e pianto che magari solo di gorgheggi o qualche lamento. In entrambe i casi non avere fretta di fare qualcosa in risposta alle sue richieste o magari qualcosa finalizzato ad impedirgli il pianto: dai spazio alle sue capacità espressive e abbi magari più fiducia nelle tue capacità di comprensione dei suoi bisogni. Parlagli molto anche se lui ancora non usa le parole: in questo periodo della sua vita gli adulti sono per i bambini come degli specchi che rimandano ai bimbi l’unica immagine della realtà che sono in grado di decodificare. Se al pianto o alla rabbia corrisponde un’ atteggiamento comprensivo, empatico, ma sempre comunque sereno, il bambino riceverà la sensazione che le sue tensioni, in fin dei conti, non sono la spia di nulla di grave; ma soprattutto che il suo linguaggio è stato capito, che finalmente l’energia che da lui si sprigiona riesce finalmente ad essere incanalata su un percorso che dal bambino si dirige verso la mamma; mamma che sa come farsene carico, come trasformarla in occasione di comunicazione e che, con le sue risposte tranquillizanti, la riconsegna al bambino trasformata in benessere, cioè in risposta giusta e in soddisfazione di quel particolare bisogno che in quel momento il bambino cercava di esprimere e di cui aveva paura perché non riusciva a dargli una forma precisa.

E quand’anche non riuscissi subito a dare un senso preciso al suo agitarsi, non farti una colpa se dovrai andare per tentativi: l’essenziale è lavorare affinché si crei appunto questo canale di comunicazione in grado di convogliare l’energia e l’attenzione del bambino verso la mamma o chi lo accudisce. Per fare questo bisogna però che la mamma sia nelle condizioni di aprire la sua porta al bimbo: se il bimbo è considerato polo positivo, la mamma deve farsi polo negativo, altrimenti l’energia non fluisce e si creano scudi e contrapposizioni; oppure fluisce ma dalla mamma viene rimandata al figlio tale e quale, cioè disorganizzata com’era partita, e quindi non decodificata, non trasformata in comunicazione. Il bambino consegna alla madre vitalità allo stato grezzo affinché la trasformi in linguaggio. E lo fa non solo col pianto, ma con tutti gli strumenti che può utilizzare – movimenti, tono muscolare, lacrime, sguardi, temperatura corporea, colorito delle guance, sudorazione..  – per non parlare dei suoi elaborati psichici durante il sonno e durante i suoi sogni, così vicini, per lui, alla realtà, proprio a causa delle caratteristiche tipiche del sonno a questa età, da creare ai piccoli, a volte, serie confusioni.

Per metterti in questa particolare disposizione mentale che ti permetterà di capire a fondo il tuo piccolo, tu stessa non devi essere condizionata da un ambiente che magari non ti facilita né la concentrazione né – fattore ancora più importante – la fiducia in te stessa come persona e come madre.

Cerca quindi di fare una disamina delle influenze positive o negative che tutti i membri della tua numerosa famiglia esercitano verso di te. Se pensi che tutta la tua famiglia sia per te un sostegno reale in questo momento impegnativo della tua vita, allora non avere timore a chiedere aiuto e consiglio. Se ti senti sfinita, affida pure per alcune ore al giorno il tuo bimbo a una persona di riferimento dalla personalità solida e non contrapposta a te o che pretende di darti consigli a tutti i costi. In quelle ore riposati fisicamente e soprattutto mentalmente per essere al meglio quando il bimbo tornerà da te.

Se invece pensi che, nonostante la presenza di tanti famigliari e di tuo marito, in fondo in fondo continui a sentirti sola, allora rimboccati le maniche con determinazione e cerca aiuto fuori: un’amica, il medico di base, il pediatra, una persona che stimi e che ti infonde benessere. Il percorso di tranquillizzazione che auspichi al tuo bimbo, lo devi fare tu per prima, perché ancora tra voi due la simbiosi è fortissima e quello che prova lui lo provi tu e viceversa. Se gli stati d’animo sono positivi e gratificanti la simbiosi è fonte di grande gioia e benessere, altrimenti diventa un piccolo gioco al massacro che non giova a nessuno. In questo caso, l’inserimento di una terza persona che metta ordine nel caos diventa necessario e fondamentale. La prima persona, anzi le prime persone, dovrebbero essere il marito e, come consulente e consigliere esterno, il pediatra curante o la propria madre, ma se non si rivelassero idonee non bisogna avere scrupolo di rivolgersi altrove. Basta non rimanere da soli davanti al problema, questo mai.

Io, da lontano e senza conoscerti, non posso fare molto di più se non consigliarti di prendere in considerazione prima tutti i motivi di salute che possono alterare il sonno del tuo bimbo, cambiando magari medico se percepisci il tuo pediatra un po distratto e magari poco empatico; poi i motivi che, magari, possono farti percepire questi primi mesi di vita del tuo piccolo come troppo impegnativi, come se ci fosse una sproporzione tra le tue energie e le richieste di energia che ti fa il tuo bimbo; infine capire cosa, nel tuo ambiente quotidiano è facilitante il tuo compito di madre e cosa, invece, tende a renderlo più gravoso e perché. Sono convinta che, una volta trovata la risposta a questi quesiti, la soluzione ai problemi che mi esponi arriverà, inaspettatamente da sola. Un caro saluto, Daniela

P.S. Esci con il tuo bimbo; portalo fuori il più possibile a contatto con l’aria pulita e la natura. Fagli conoscere il mondo e tutte le meraviglie del creato cominciando dai dettagli, dai piccoli fiori, dai fili dell’erba, dalla schiuma fresca dell’onda, dal rumore della cascatella. Riscopri il mondo assieme a lui, con i suoi tempi lenti, i suoi silenzi, il suo accadere di mille cose anche quando sembra che non succeda nulla. Sentirsi parte di un tutto infinitamente più grande di noi ci da modo di provare uno "sgomento buono", uno stupore che non ci fa sentire soli. Imparare a guardare il mondo con gli occhi dei bimbi ci permette di restare sempre giovani, di rinascere ogni giorno. Una Pasqua continua.

Cara Roberta, oggi desidero completare la prima risposta che ti ho inviato e che, per mancanza di tempo, ho concluso prima di affrontare alcuni altri aspetti dei problemi pianto e sonno. Il tuo bambino, infatti, ha sei mesi: suppongo quindi che si trovi all’inizio della fase di separazione psicologica dalla mamma. Comincia a rendersi conto che non è più esattamente una cosa sola con l’oggetto dei suoi desideri e delle sue consolazioni, ma sta realizzando di essere lui stesso un individuo a se, e quindi si rende conto che la mamma sta diventando "altro" da se. Questa particolare fase evolutiva può creare angoscia di separazione e, a sua volta, crisi di ansia che si manifestano con pianto dalla motivazione incomprensibile (soprattutto davanti ad un viso estraneo) e frequenti risvegli notturni. In questo caso, l’unico rimedio è l’amorevole e rassicurante presenza materna, con la pazienza derivante dalla consapevolezza che tutto, prima o poi, passerà, solo che si sappia aspettare.
Un altro motivo di pianto e risvegli frequenti nel lattante è la mancata o ritardata acquisizione di tutte quelle strategie di autoconsolazione che servono al bambino per conquistarsi la sua autonomia: per esempio provare gusto per un oggetto sostitutivo e consolatorio come il ciuccio o il dito in bocca o la manipolazione di un oggetto transizionale come un pupazzetto o un lembo di lenzuolo. Se a un bambino queste strategie non hanno effetto potrebbe essere il caso di ripensare alle modalità educative messe in atto e valutare se, fin’ora, hanno teso soltanto ad assecondarlo per non sentirlo piangere, magari credendo di dover soddisfare un bisogno che, in realtà, in quel momento, non aveva, oppure si sono realmente sforzate di trasformare un bambino "dalla richiesta facile" in un bambino "dalla consolazione facile".
Va poi chiesto alla mamma qualcosa di non facile da chiedere: e cioè come giudica il suo personale rapporto con la madre, cioè con la nonna del bimbo in questione: c’è sufficiente autonomia e la mamma si sente sufficientemente matura per svolgere il suo ruolo, oppure il cordone ombelicale non è ancora stato del tutto reciso e rimane una dipendenza "figliale" che riduce l’autonomia e la capacità decisionale della neomamma?
Non ultimo da chiedere: qual’è il ruolo del papà in questo preciso momento? Si sente partecipe? Si dimostra comprensivo e interessato al problema? Sostiene la sua compagna nei momenti di maggiore stanchezza? Si mostra disponibile a collaborare e a sostenere la mamma stanca e provata o pensa di doversene tirare fuori magari con la scusa che la notte deve riposare perché di giorno deve lavorare?
E, dal punto di vista clinico, il pediatra ha scartato l’ipotesi di otite cronica o otite ricorrente?
Il bambino, inoltre, fa una vita sufficientemente "interessante" per le sue capacità di interessarsi all’ambiente e al mondo? Esce tutti i giorni? Lo si las ia libero di muoversi e di rotolare a sufficienza o lo si tiene troppo in braccio per paura che si faccia male?
Consuma i pasti nello stesso ambiente  con le stesse modalità e a orari regolari o regna un po di anarchia nell’economia della sua giornata?
Durante i suoi numerosi risvegli notturni gli si propongono spesso tisane o acqua o latte? Soffre di apnee notturne oppure ha un respiro rumoroso?
Il medico, spesso, è un vero impiccione, lo so, e spesso fa più domande di quanto non dia risposte. Ma rispondendo, anche solo mentalmente, alle domande, spesso le risposte arrivano: e in questo caso non saranno mai precostituite e standardizzate. Di nuovo un saluto, Daniela

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