Addormentamento e risvegli notturni: come gestirli al meglio


 

Gentile dottoressa,

sono la mamma di Alessia, 8 mesi, svezzata (pranzo e cena) da un mese.

Fin dall’inizio ha avuto difficoltà ad addormentarsi (fino ai tre mesi l’unico modo era tenersela addosso o cullarla per ore) e fino ad oggi l’ho allattata al seno ben tre volte di notte (ogni tre ore circa, come di giorno).

In questi giorni sto estinguendo le poppate notturne e fortunatamente non sembra lamentarsi troppo. Permangono però i frequenti (quattro o cinque) risvegli notturni (per riaddormentarsi la devo cullare cinque minuti) e per addormentarsi la sera la devo cullare una decina di minuti.

In realtà dai tre ai cinque mesi aveva imparato ad addormentarsi nel lettino con me accanto (con qualche pianto), ma dopo una bronchite, che rendeva necessario tenerla in braccio per farla respirare, ora vuole addormentarsi in braccio.

Tra l’altro ora è in grado di alzarsi in piedi nel lettino e sembra impossibile che possa prendere sonno li se non vuole! Perché è cosi dannoso addormentarla in braccio? Come può condizionare il sonno notturno? È comunque sbagliato addormentarla nel lettino e starle accanto mentre si addormenta?

Grazie, Elisa

Abituare un bambino ad addormentarsi tra le braccia della mamma non è né dannoso né tantomeno pericoloso, al contrario, il senso di benessere e di rilassamento che la sensazione di contenimento data dalle braccia materne procura è da considerarsi un bisogno fisiologico del lattante, però la mancanza di esperienze di autonomia allunga i tempi di acquisizione di alcune abitudini come l’addormentamento autonomo e così via.

Quindi, se una mamma non è interessata o desiderosa che il suo bambino sviluppi piuttosto precocemente una certa indipendenza rispetto a certe acquisizioni, può comportarsi come crede fino a quando crede.

La nostra società, però, di solito impone ritmi veloci: se la madre lavora, il distacco dal suo bambino dovrà necessariamente essere piuttosto precoce, quindi diventa quasi inevitabile preoccuparsi di sviluppare questa autonomia nel bambino in tempi piuttosto rapidi.

Prevedendo ciò, vi è l’abitudine di consigliare sin dai primi mesi alcuni metodi educativi che favoriscano almeno l’addormentamento autonomo, metodi che, se ben gestiti, risultano efficaci e non certo traumatizzanti, potendo, il bambino, godere del contatto fisico con la madre in moltissime altre occasioni diurne.

Durante l’allattamento al seno, però, specie se costituito ancora da frequenti poppate, la simbiosi del bimbo con la madre si mantiene forte e spesso ogni bel discorso e buona intenzione a proposito dei riti di addormentamento confligge con il rapporto strettissimo tra madre e figlio e con il bisogno di contatto fisico quasi continuo e possono emergere delle ambivalenze e delle contraddizioni nell’animo della mamma che disorientano il bambino e sviluppano sensi di colpa nella mamma.

L’equilibrio, la coerenza nei comportamenti e i tempi di inizio di alcune procedure di "svezzamento" psicologico dovrebbero essere lasciati alla mamma o a chi gestisce la situazione sul campo, però è esperienza comune che una abitudine viene imparata meglio quando il bimbo è piccolo e a detta di molti i sei mesi sono l’età ideale per iniziare a dare alcune regole ai lattanti che risulteranno poi funzionali allo stile e ai ritmi di vita che la mamma dovrà presto riprendere.

Le modalità di addormentamento non influiscono in modo particolare sul sonno notturno che viene soprattutto condizionato, oltre che da una costituzionalità, dal tipo di allattamento, dalla presenza di alcuni piccoli disturbi come reflusso o coliche, a volte da un problema di alimentazione incongrua, cioè eccessiva o troppo scarsa, dalla presenza di alcune intolleranze, dall’adattamento ad alcuni cambiamenti come lo svezzamento, da situazioni ambientali come rumore, caldo eccessivo, ecc., nonché dalla persistenza dell’allattamento al seno libero a richiesta.

E l’abitudine di addormentare il bambino nel suo lettino standogli accanto è giustissima: il sonno del bimbo, dal suo inizio in poi, dovrebbe essere concepito come un viaggio che egli è chiamato a compiere in un altro mondo, in un’altra dimensione; viaggio che deve necessariamente compiere da solo, con tutta l’ansia che questo può comportare, ansia che può essere mitigata dalla consolazione di una presenza che veglia accanto al bimbo, ma solo nel delicato momento del traghettamento da uno stato di veglia ad uno stato di sonno.

Dopo, dovrà cavarsela da solo, come fosse accompagnato al treno, alla nave o semplicemente a scuola dove poi verrà ripreso al risveglio, per la gioia di un nuovo incontro. L’esperienza di ritrovarsi da solo in un luogo non familiare (la dimensione del sonno e anche del sogno) è inevitabilmente fonte di apprensione le prime volte, ma l’esperienza di essere poi riuscito a cavarsela bene e di ritrovare sempre inevitabilmente la madre o una figura rassicurante all’arrivo, cioè al risveglio, renderà il bambino via via più fiducioso nel viaggio e in se stesso, meno preoccupato di quanto potrà succedergli e felice della certezza di ritrovare la mamma al risveglio: a questo punto, il gioco sarà fatto e il sonno diventerà una dimensione familiare alla quale abbandonarsi senza resistenze o titubanze.

Ma è difficile pensare che questo succeda sin dalle prime volte. Quindi, la resistenza e i capricci che un bambino attua per impedire che il sonno abbia la meglio su di sé sono da considerarsi fisiologici, quindi una esperienza non negativa e sta alla mamma gestire questa fase con pazienza ed equilibrio, senza eccessivi rigori ma senza nemmeno cedere ad atteggiamenti troppo compassionevoli che si rivelerebbero di scarsa utilità per entrambi.

L’atteggiamento del bambino saprà suggerire alla mamma i tempi giusti da rispettare.

Un caro saluto, Daniela

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