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  • Fate la nanna... con la mamma

     

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     Quando ero incinta di Sofia, la mia prima bimba, ho comperato Fate la Nanna di Eduard Estivill, su consiglio di una amica che me lo descriveva come miracoloso. L'ho letto due volte: in gravidanza e dopo il parto. Lo trovai interessante e praticabile.

    Alcune cose in effetti sono interessanti, come ad esempio il fatto che ai neonati vada insegnato a distinguere fra giorno e notte, ovvero la nanna diurna può essere fatta con la luce, con rumori, con musica, mentre la nanna notturna deve essere fatta in un ambiente silenzioso, buio. 

Il mito di Edipo si ripete PDF Stampa E-mail
Cucciolandia - Dispense di pediatria
Scritto da Daniela Sannicandro - Pediatra   
Indice
Il mito di Edipo si ripete
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edipoelasfingeNuovamente il mito di Edipo, o meglio, il mito di Laio e Giocasta, ovvero, la tragedia si ripete… ma forse, chissà? le nuove generazioni si salveranno…

 

Edipo era figlio di Laio, re di Tebe. Laio era sposato con Giocasta, ma il loro rapporto non era felice perché non riuscivano a concepire un figlio. Laio, allora, consultò l'oracolo di Delfi il quale gli preannunciò la grande sciagura: se un figlio fosse nato avrebbe ucciso suo padre e avrebbe sposato la propria madre. Laio, allora, terrorizzato, non osò più giacere con Giocasta. Ma Giocasta voleva fortemente questo figlio: ubriacò Laio e giacque con lui con l'inganno. Dopo nove mesi nacque Edipo. Per impedire l'avverarsi della profezia, Laio lo prese, lo allontanò dalla madre, gli trapassò le caviglie con un grosso ago per appenderlo ad un ramo (da qui il nome Edipo che significa piedi gonfi) e lo consegnò ad un servo affinché lo lasciasse morire su un monte, nel deserto.

Laio aveva tra i suoi servi un giovane al quale insegnava come imbrigliare un cavallo per domarlo e cavalcarlo (domare un cavallo = imbrigliare gli istinti). Un giorno gli si avvicinò e ne abusò sessualmente. Questa unione, ovviamente, non produsse frutti (non produsse consapevolezza). Laio, per questa sua azione riprovevole, fu punito, appunto, con la maledizione predetta dall’oracolo.

Ma il servo non ebbe il coraggio di abbandonare il neonato e lo affidò ad un pastore che, a sua volta, pensò bene di consegnarlo al re di Corinto la cui moglie non aveva figli propri.

Gli anni passarono e Edipo cresceva senza conoscere le sue vere origini, finché, un giorno, incontrò il pastore che lo aveva raccolto da piccolo: era ubriaco e raccontò a Edipo la sua vera storia e la profezia. Edipo allora lasciò quella che aveva sempre creduto essere la sua  famiglia e fece ritorno a Tebe. Cammin facendo, ad un crocevia, incontrò due viandanti a cavallo: litigarono per una questione di precedenza perché gli uomini a cavallo non volevano lasciarlo passare e neanche Edipo voleva cedere. Edipo uccise i due che si rivelarono poi essere Laio, il suo vero padre e il suo servo. Edipo raggiunse Tebe senza sapere di avere ucciso il padre. Trovò la città in stato d’assedio e si recò dalla sfinge, essere mitologico metà leone e metà donna, che gli promise in sposa Giocasta, la regina di Tebe ormai vedova, se lui avesse risolto l’enigma da lei formulato, cioè se avesse indovinato chi fosse quell’essere che appena nato ha quattro gambe, poi, crescendo, solo due, poi, invecchiando e facendosi più debole,  tre? Edipo rispose giustamente e disse: l’uomo. Sposò quindi Giocasta, inconsapevole del fatto che era sua madre e divenne re di Tebe. Dalla loro unione nacquero quattro figli, due maschi e due femmine.

Come castigo per l’uccisione di Laio, Tebe fu colpita da una pestilenza. Per porre fine a questa maledizione, Edipo si mise alla ricerca dell’assassino di Laio e, per trovarlo, si rivolse a Tiresia, il veggente cieco. Questi, pur riluttante, in seguito alle insistenze di Edipo, svelò la verità. Udendola, Edipo si adirò a tal punto che decise di uccidere Giocasta, ma quando arrivò nella sua stanza la trovò impiccata. Allora, pieno di rabbia e di rimorso, si accecò e fuggì da Tebe accompagnato dalla figlia Antigone.

 

Cosa ci insegna questa storia?

 

Laio ha il compito di insegnare al servo a cavalcare, cioè ha il compito di insegnare il superamento degli istinti per imparare a comportarsi da uomo maturo. Fallisce perché, oltre a non riuscire ad insegnare al suo servo a cavalcare, cede alla tentazione di dare spazio al suo narcisismo seducendolo e dando così vita ad una unione incapace di dare frutti, cioè incapace di creare consapevolezza.

Per punire questo atteggiamento sterile e insensato nasce la maledizione di Edipo, figlio che lo avrebbe ucciso per sposare la sua stessa sposa, cioè sua madre.

Il matrimonio di Edipo con la madre è la proiezione che un uomo e una donna, quasi inevitabilmente, fanno l’uno nell’altra delle loro rispettive madri: inconsciamente, sia l’uomo che la donna, quando si uniscono, tendono, infatti, a proiettare, anche solo in parte, la figura delle loro rispettive madri sul partner.

Quando Edipo, conosciuta la verità, diventa finalmente adulto e pronto ad “uccidere” la sua vera madre per affrancarsi dalla figura materna, cioè, quando ha finalmente il coraggio di crescere ed aprire gli occhi sulla realtà rinunciando al suo ego (al suo egocentrismo), si ritira da Tebe, prende, cioè, le distanze dalle lusinghe del mondo, rinuncia al potere come re di Tebe e, accecandosi, presta finalmente attenzione al suo mondo interiore e, per la prima volta, “vede”, diventa, cioè, uomo maturo.

Le difficoltà incontrate da Edipo in questo processo di affrancamento dalla figura materna sono dovute alla forzata separazione che a poche ore di vita ha dovuto subire essendo stato allontanato da Giocasta per volere del padre e affidato ad altri.

Lo stesso succedeva qualche secolo fa con la consuetudine dei ceti ricchi di dare i figli a balia, lo stesso è successo dagli anni cinquanta del secolo scorso in poi (molto meno ultimamente, per fortuna), ai bambini nati in ospedali dove vigeva la consuetudine di separare la madre dal figlio sin dalla nascita per pretesi motivi di opportunità, di igiene e di miglior assistenza, privando i neonati del loro bisogno prioritario: il contatto corporeo con la madre. Abitudine che veniva perpetrata durante l’allattamento con la vecchia teoria delle poppate a orario fisso, pianga o non pianga il bambino, difficilissima da sradicare, per non parlare delle teorie femministe che sostenevano l’allattamento artificiale migliore per il bambino e più opportuno per svincolare la madre dall’impegno gravoso e totalizzante dell’allattamento al seno, tanto più se a richiesta e non a orario!

I giovani di oggi, per fortuna, non ricordano queste filosofie di pensiero, ma le loro nonne, se non le loro madri, si: e loro sono i nipoti di queste generazioni ancora in vita.

 

Ogni bambino, separato precocemente dalla madre per qualsiasi motivo, si trova nel ruolo di Edipo.

 


 

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