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  • Fate la nanna... con la mamma

     

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     Quando ero incinta di Sofia, la mia prima bimba, ho comperato Fate la Nanna di Eduard Estivill, su consiglio di una amica che me lo descriveva come miracoloso. L'ho letto due volte: in gravidanza e dopo il parto. Lo trovai interessante e praticabile.

    Alcune cose in effetti sono interessanti, come ad esempio il fatto che ai neonati vada insegnato a distinguere fra giorno e notte, ovvero la nanna diurna può essere fatta con la luce, con rumori, con musica, mentre la nanna notturna deve essere fatta in un ambiente silenzioso, buio. 

Un'educatrice da educare - Pagina 2 PDF Stampa E-mail
Cucciolandia
Scritto da Cristina Visentin   
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Un'educatrice da educare
Pagina 2
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Finiti i vari laboratori, in base alla programmazione c'è un altro momento topico: dopo le mille e una avventure in bagno (al grido di "forza bambini… pipì, mani e bavaglino!" sperando di dirle sempre nell'ordine giusto) entriamo in sala da pranzo.
Il nido sta finendo il suo pasto. Butto un occhio a mio figlio. Con la testa appoggiata a una mano e la forchetta nell'altra sta fagocitando i resti del pranzo. Non mi guarda nemmeno e un po' mi spiace. Una volta l'ho beccato imboccare una bimba più piccola, non so cosa mi abbia trattenuto dall'andare da lui a sbaciucchiarlo.

Con la collega li mettiamo a tavola. In sei per tavolo stando attenti a una serie di fattori: mangioni con schizzinosi, giusto equilibrio di 3-4-5 anni per tavolo, amiconi separati ma non troppo, allergici in vista.
Mentre porzioni il cibo sui piatti dalla grande pentolona sul carrello sembra che i tuoi occhi si camaleontizzino: uno guarda il destinatario e l'altro la porzione: "Questo è Patrizio? Ah allora tanto! Questa Cristina? Solo brodo. Edoardo? Che moccolo!". Fuori dal cinturone la cartuccia più preziosa, l'amico di tutte le insegnanti che vogliono usare i pantaloni almeno due giorni di fila (eh certo dove credete che vengano a pulirselo il naso i nostri figli se non ce ne accorgiamo in tempo?): il fazzoletto di carta!

Quando, alla fine, la cuoca ti fa fretta perché poi è il turno della mensa del doposcuola e deve preparare, mentre i bimbi vogliono bis e tris e tu stai raccogliendo i piatti con le mani appiccicaticce e il pranzo che sta tutto tra l'esofago e il premolare superiore sinistro, ti senti prendere la mano: è Mariano che con aria seria, come se ti dovesse confessare un omicidio mi dice: "Maestra lo sai che a casa ho tuuuuutta l'isola dei gormiti con la nave dei pirati e io faccio finta che Batman è il loro nemico e li sconfigge tutti?". Un giorno mentre mi diceva una cosa di questo tipo mi ha pure sputato un riso allo zafferano sulla maglietta. Penso di non aver mai riso tanto.

A loro non interessa se hai 15 piatti in mano e per parlargli devi curvarti in posizione yoga tipo "guru che medita" e nemmeno se hai la maglietta con le chiazze di pomodoro e i pantaloni con il moccolo.  Se li ascolti o strizzi l'occhio, sei bellissima. Purtroppo, tempi e ritmi sono stretti, i bambini sono tanti e anche il dedicare un'attenzione particolare a volte è un lusso che non puoi concedere a tutti.

Il pomeriggio, dopo l'agognata pausa pranzo, seguo i bambini più grandi al doposcuola, ma in più di qualche occasione mi è capitato di assistere alla fase della nanna.
A parte il fatto che avrei voluto mettermi io in quei lettini con le buffe coperte colorate e tutti i loro peluche, è sorprendente come possano dormire insieme fino a 20 bambini quando a casa anche solo lo squillo del telefono ne sveglierebbe uno solo.
Eppure è così. Si tolgono le scarpe quasi tutti da soli, ti chiedono il bacino (i più grandi, per non sembrare piccini, vengono a dartelo loro), si infilano nelle brandine colorate e dopo pochi minuti senti il colpo di tosse, i respiri regolari e pesanti, forse senti Mirco che tenta di svegliare il vicino di brandina e allora provi a portartelo sul divanetto della maestra (qualche lusso pure a noi vah!) finché non inizia a sbadigliare... perdi la cognizione del tempo, fino a che la luce che entra dalle fessure delle persiane non inizia ad attenuarsi o fino a che non senti i bambini dei 5 anni che tornano dall'aula di pre-requisiti.
La giornata sta per finire.
La loro, perché la mia comprende ancora due ore: merenda, pastrocchiamenti vari, poi gioco libero in salone. Qui le età si mescolano meravigliosamente. I pochi rimasti dal doposcuola convivono più o meno tranquillamente con i pochi supersititi della Scuola dell'Infanzia o del Nido (che sono solo due, uno dei quali è mio figlio).

Alle 18 ci prepariamo a tornare a casa. Finalmente soli.
La scuola è silenziosa. C'è solo Luana che ripone lo spazzolone nel sottoscala.
Stefano corre a nascondersi per tutta la scuola. Io non ho più voglia di fare la maestra, sono esausta. E così torno a essere mamma, stanca, irritabile, ma tutta sua. Mentre cucino mi faccio raccontare cos'ha fatto a scuola, anche perché in realtà non ci siamo visti molto. Sono felice perché mentre ripiego e appendo il giaccone mi chiede: "Mamma andiamo a scuola?". Lui ci tornerebbe, io lo guardo un po’ sconvolta... Vorrei dirgli: "Ma sei fuori?", ma gli rispondo: "Domani amore!".

E così mi convinco ogni giorno di più che l'essere mamma aiuta il mio essere educatrice e che il mio essere educatrice arricchisce il mio essere mamma.

La cosa che più mi sorprende, quando la mattina entro nel piccolo mondo fatto di piccoli visi e piccoli cuori, è come possa essere così ironica la vita: sono una donna che programmerebbe anche il numero di sbadigli giornalieri e mi trovo a ricevere le più grosse soddisfazioni della mia vita in due cose che non avevo vagamente nemmeno sognato potessero essere così appaganti e indissolubilmente legate: mio figlio e il mio lavoro.

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