Aspettando la tempesta


Manca un mese giusto giusto alla scadenza della mia pancia.
È un giro di boa al quale non pensavo di arrivare angosciata com’ero da un parto super prematuro. E invece eccomi ancora qui a lamentarmi per il mal di schiena, per il fiato corto, perché è arrivato il caldo e ho i piedi come due salcicce…
Sento la malinconia della fine di un viaggio che mai più rifarò… mai più con la pancia.
Sento la malinconia di questa fine che non è ancora diventata inizio…

Sono seduta sulla veranda di una casa immaginaria, su una scogliera, il cielo è grigio, le nuvole basse minacciano pioggia e tempesta, il mare si schianta contro le roccie e risale in spruzzi salmastri quasi a voler entrare in casa. Mi inumidisce il volto, ma non mi va di entrare in casa. La forza degli elementi che si sta per scatenare m’incatena alla sedia, mi affascina, sorrido divertita tra le lacrime di malinconia. In lontananza, in mezzo al mare, c’è un cerchio di luce, il sole si è fatto spazio tra le fitte nuvole e illumina una inconsapevole barchetta. Quello è il mio futuro che si avvicina.
La tempesta si scatenerà e io rimarrò lì a godere di ogni goccia, di ogni raffica di vento, di ogni spruzzo di mare. Poi si placherà, e il raggio di sole accompagnerà a riva la mia inconsapevole barchetta. E allora sarà veramente l’inizio di tutto.

Guardo Cecilia mezzo addormentata, la fisso negli occhi sornioni e mi ci specchio. E sogno altri quattro occhi nei quali tuffarmi.
Sento Cecilia che corre per casa, a piedi nudi, e poi sento altri piedini che la seguono, con passi più brevi e incerti.
Godo dei baci di Cecilia, dei suoi abbracci e sogno altre piccole dolci labbra, altre tenere manine.
Mi mancheranno questi sogni, anche se diventeranno realtà; mi mancherà questo sensazione di essere “portatrice sana di miracolo”.

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