Piccolo sole africano


browseSono le quattro del mattino, e non riesco a dormire. Ci sono 40 gradi nella stanzetta che ci hanno prestato qua nell’orfanotrofio e da ore ho dolori alla schiena e al ventre. So che sono le prime contrazioni, ma so anche che non è ancora il momento di svegliare Mauri che, chissà come, riesce a dormire anche se galleggia in un lago di sudore accanto a me. 

Siamo qui da due settimane ad aspettare che arrivi il nostro bimbo: abitiamo nella savana dello Zambia e non potevamo certo aspettare l’ultimo minuto per farci i 300 Km che distano dal primo ospedale degno di questo nome. Sono state due settimane di attesa, ma anche molto intense, perché qui ci sono 25 bimbi sotto i cinque anni che si sono lasciati coccolare ininterrottamente. Ora sento che finalmente ci siamo, il fagiolo sta davvero bussando. 

Aspetto le prime luci dell’alba, aspetto di sentire i primi schiamazzi dei bambini, poi mi alzo e mi faccio una doccia ghiacciata. Mauri si sveglia, gli dico che ci siamo: un attimo il panico nei suoi occhi, che subito sparisce quando mi vede, stranamente, serena e tranquilla. 



Durante la mattinata le contrazioni si fanno regolari, adesso arrivano ogni 5 minuti, e quindi decidiamo che è meglio partire. L’ospedale altro non è che tre stanze, pulitissime e anche attrezzate per (quasi) ogni evenienza. Mi aspetta Charity, l’ostetrica che mi aiuterà a partorire: mi visita e conferma che sono dilatata di 2 cm. I dolori ci sono ma mi sembrano più che sopportabili, tra una contrazione e l’altra mi mangio addirittura un panino. 

Per ore e ore non cambia niente, io cammino avanti indietro, mi dondolo, cerco di restare rilassata e di non innervosirmi. Poi, verso le 17:00, le contrazioni si fanno più forti, più frequenti, mi si rompono le acque, anzi, scoppiano con violenza! Sono stanca, non parlo più, non faccio altro che camminare concentrata e buttarmi in ginocchio con la testa sul letto ad ogni ondata. Mi sembra di andare avanti secoli… L’ostetrica, discreta, mi visita solo due volte durante tutta la giornata, ogni tanto mi massaggia la schiena, e mi costringe a bere bicchiere su bicchiere di un succo all’arancia di una dolcezza nauseabonda: “Devi avere forza”. 

Verso le 19:30 cambia qualcosa: sento un’energia tutta nuova, devo assolutamente spingere! Mauri mi aiuta ad andare in sala parto, dove Charity mi costringe a star sdraiata! Io voglio restare in ginocchio, ma no, qua non si fa così, DEVO stare sdraiata! Mi visita e mi dice che no, è presto, ma io devo spingere, spingere, spingere! Inizio a gridare, spingo per mezz’ora, tre quarti d’ora, un’ora, sono distrutta e spaventata… L’ostetrica a questo punto estrae delle forbici e cerca di praticarmi l’episiotomia ma…. siamo sempre in Africa… dopo un paio di sforbiciate (ovviamente senza anestesia) dichiara: “Non tagliano!” Vedo Mauri che sbianca ma sinceramente non mi rendo molto conto di cosa stia succedendo. Fortunatamente il secondo paio di forbici funziona meglio… 

Charity inizia a guardare l’orologio: sono le 21:00. “Lidia, il bambino deve uscire.” Non capisco più niente, non so nemmeno se sento più il dolore, sono solo stanca, grido che non ce la faccio, non ce la faccio più, voglio morire, tiratemelo fuori! “Sì che ce la fai”. E allora raccolgo tutta la forza che mi rimane, caccio un grido animalesco che non sospettavo nemmeno di poter produrre con il mio corpo minuto e spingo fortissimo. Ce l’ho fatta, la testa è fuori! Ancora una spinta e il corpo del mio bimbo scivola fuori da me. È tutto blu e ha gli occhi completamente spalancati, ha già uno sguardo saggio e intenso… 

L’ostetrica lo porta via, gli dà ossigeno, io non riesco a vederlo, ma Mauri gli parla dolcemente, piangendo di sollievo e di gioia: “Ciao piccino, sono il tuo papà”. Dopo quella che mi sembra un’eternità me lo mettono tra le braccia, io lo guardo stupita e incredula, lo accarezzo, lo annuso, lo riconosco. Sono pervasa da mille emozioni: amore incondizionato, senso di responsabilità, euforia, paura. “Come si chiama?” mi chiede Charity. “Si chiama Elia. E il suo nome kaonde (della “nostra” tribù) sarà Kajuuba, piccolo sole“. 

Fuori il cielo africano risplende di stelle e profuma di fiori. 
Elia è veramente un piccolo sole, che illumina e riscalda le nostre vite.

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