La mia mattinata fantozziana


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Come ogni lunedì mattina, la dispensa è vuota. Urge spesa. 
Stamattina però siamo a un livello pietoso: niente latte, niente pane. Quindi, per una volta, nell’uscire in macchina passiamo dal MuzzBuzz, una specie di McDrive che serve caffè, biscotti e quant’altro. 
Arrivo, ordino un cappuccino e due biscottoni, faccio per pagare col bancomat: “Codice errato”. Rifaccio. Di nuovo sbagliato. Oddio, vuoi vedere che non me lo ricordo più? Era 0358… Oppure 0853? No, forse era 8035. Cazzarola, più ci penso e più mi incasino, e prova che ti prova, si blocca. 

Dietro ho ormai quattro macchine e il tipo del bar mi lancia delle occhiate allucinate. Mi verrebbe da dirgli “Hai poco da guardarmi così, tu sfigato che indossi un cappello viola con su scritto MuzzBuzz”, ma sto zitta, anche perché mi accorgo che nel portafoglio ho 20 centesimi. Bordeaux in faccia gli dico che vado a sistemare la cosa e gli ridò i biscotti umiliata. 

Il cappuccino me lo tengo perché ormai ne avevo già bevuto un po’. Mi prende la targa per cautela: cacchio, mo’ mi arrestano per tre dollari. I bimbi sclerano: Miriam nel vedersi sparire il biscotto al cioccolato da davanti agli occhi ha un attacco isterico; Elia inizia a lamentarsi:”Sto morendo di fame, penso che ora svengherò“. 

Andiamo in banca: è la carta ad avere problemi. Sistemano la cosa in 10 minuti, con efficienza tipica australiana. Torniamo al MuzzBuzz: gli lascio i soldi, mi ripiglio i biscotti, nutro le creature. 

Devo andare dal dottore, tanto per cambiare. Infilo la mano nella borsa: si è aperta la borraccia di Miriam, inzuppandone tutto il contenuto, impegnativa compresa. Bene. Presento ‘sta cosa ormai quasi illeggibile alla segretaria, che con nonchalance la accetta senza favellare, e faccio quello per cui ero venuta, ovviamente con i nani che si ammazzano a vicenda sotto i miei occhi. 

Ormai sono abbastanza provata, quindi decido che ci fermeremo al bar. C’è un vecchietto bellino bellino, seduto al suo tavolino, col suo giornale e la sua tazzona-misura-australiana di cappuccino. Niente può perturbare la sua tranquillità pensionata in questa pigra e afosa mattinata di lunedì. 

La scena si svolge al rallentatore. 
Io sono seduta al mio tavolo, ormai spettinata all’inverosimile e con l’ascella pezzatissima, mentre i bimbi ravanano nella cesta dei giochi del bar. Miriam trova una lavagnetta, dice “Guadda, mamma” e fa per portarmela, ma nell’avvicinarsi a me (moviola) urta la tazzona del signore, la quale cade per terra, non prima di rilasciare il bollente liquido sui pantaloni del povero nonnino, nonché sul suo giornale. 
Gesummaria che figura colossale… Inizio a tamponare con i tovaglioli: “Sorry, sorry... glielo ricompro…”. Per fortuna il signore è simpatico e ci ride sopra “Nonnò, il caffè non dovrei neanche berlo, mi fa male, non preoccuparti”. 

A me viene da piangere.
Siamo solo a metà giornata. Del primo giorno della settimana. 
Ne mancano ancora quattro e mezzo.

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