Dall’altra parte..


Non vi racconto i dettagli tecnici del mio parto, non vi racconto com’è andato o quanto è durato il travaglio o quanti punti mi hanno dato. Voglio raccontarvi solamente le emozioni che ho provato quel 30 maggio. Di bambini ne ho visti nascere decine lavorando, ho accompagnato le donne in sala parto e mi sono fatta stritolare le mani durante le spinte, dicendo loro “Dai che ce la fai!” mentre diventavano mamme, emozionandomi ogni volta che vedevo una nuova vita venire alla luce. Tutte le mie amiche ripetevano quanto fossi fortunata a fare il mio lavoro, così sarei arrivata preparatissima al travaglio. Beh, al travaglio ci sono arrivata come tutte: spaventata ed impaziente. Nove mesi ad aspettare quel momento per poi vedermi piccola piccola tra le braccia di mio marito ad esclamare “Amore, non so se sono pronta” e poi, spaventata dal dolore, “Non ce la faccio”. Quanti “Non ce la faccio” ho sentito dire, e quanto è vero che ci si sente così. Il dolore, la paura di quello che sta per succedere, che qualcosa vada storto, la paura del’ignoto (anche se tanto noto sui libri o stando dall’altra parte). Come le capisco adesso quelle parole, quelle paure così irrazionali ma così umane. Il tempo sembrava non passare mai e anche poche ore sono sembrate lunghissme. Poi ecco che arriva il momento: anche se la testa è vuota da qualunque tipo di pensiero, ecco che ti ricordi come devi spingere. Il tuo corpo ti insegna come fare. Non saprei descrivere cosa si prova in quei minuti, un misto di rabbia, fatica, dolore, stanchezza, emozione. Poi senti il tuo piccolo che nasce e sei pervasa da un enorme senso di liberazione: il dolore è finito. Un istante e tutto cambia. Ti rendi conto che niente sarà mai più come prima. Eccola, tua figlia, che piange: un pianto che dalle sue corde vocali arriva dritto al tuo cuore e si imprime nel profondo, lo riconosci tra altri centomila e provoca in te una gioia che ti scuote dalla testa ai piedi. Ho pianto, pianto tanto come mai prima. Un pianto di gioia, di liberazione, di paura, quasi come un bisogno primario di liberare il tumulto interiore di quel momento. E ho guardato negli occhi mio marito, occhi pieni di lacrime come i miei, lacrime con lo stesso sapore. Non mi sono mai sentita così unita a lui come in quel momento. Anche adesso solo a ripensarci mi vengono gli occhi lucidi. Poi mi hanno messo sul petto la mia Lucia. Ho guardato quegli occhietti e quelle manine quasi incredula, quasi incredula ho conosciuto mia figlia. Non mi sono innamorata subito di lei, lo devo ammettere, ma ho sentito quel legame profondo, quel qualcosa di incredibile che ha fatto si che lei smettesse di piangere non appena l’hanno messa tra le mie braccia e che io mi sentissi mamma. Mia figlia. Ci ho messo un po’ ad abituarmi. Il primo giorno in ospedale continuavo a guardarla e a ripetermi “Ecco mia figlia”…. Già, li senti muovere dentro di te per mesi, ma mica li conosci. Cerchi di immaginarti che visetto avranno e poi eccoli lì, tra le tue braccia. Di lei mi sono innamorata poi, giorno per giorno, facendo conoscenza reciproca, imparando il suo carattere, amando i suoi sorrisi. Ma l’emozione di quando è nata rimane indubbiamente la più forte e intensa di tutta la mia vita. A tutte le future mamme dico solo di vivere appieno quei momenti, con tutte le emozioni che portano con sé, perché dare alla luce un nuova vita è veramente, nonostante tutto, una cosa meravigliosa.

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