15 ottobre 2008 – Appartenenza


Un pomeriggio qualunque.
Anna e Daniel stanno giocando tranquilli, a un certo punto un bisticcio.
Lui, broncio e faccia scura, le braccia conserte in segno di chiusura, parafrasando il classico d’asilo e-allora-non-sono-più-tuo-amico, le grida:
"E allora non sono più tuo fratello!!"
Lei, dall’alto dei suoi otto anni, senza scomporsi ribatte:
"Non puoi, un fratello è per sempre."
Pausa.
"Come la mamma e il papà."
È un episodio banale, tutt’altro che raro nella loro quotidianità di bambini.
La logica infantile di questi litigi mi fa sorridere, ma mi fa anche pensare…
Per loro l’appartenenza è scontata.
Sia l’appartenenza a noi, che l’appartenenza l’uno all’altro.

Fin da quando Daniel, a tre mesi, già (ahimè) rompiballe all’ennesima potenza, piangeva tutto il giorno e smetteva solo quando Anna – lei e solo lei – faceva il pagliaccio, saltando e buttandosi a terra, apposta per strappargli un sorriso.
Fin da quando lui, a soli cinque mesi, si disperava se pensava che qualcuno stesse facendo del male a sua sorella – una finta lotta con il papà, o anche solo un po’ di solletico – e cercava in tutti i modi di difenderla (non potendo ancora muoversi, strillava a perdifiato, con degli acuti che i vicini si ricordano ancora adesso).

Per il nuovo bimbo sarà tutt’altro che scontata, questa appartenenza.
Sarà qualcosa da conquistare con fatica, da costruire piano piano,
ricucendola sopra la cicatrice di un’appartenenza precedente, finita, e finita male.

Ce la faremo?

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