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  • Fate la nanna... con la mamma

     

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     Quando ero incinta di Sofia, la mia prima bimba, ho comperato Fate la Nanna di Eduard Estivill, su consiglio di una amica che me lo descriveva come miracoloso. L'ho letto due volte: in gravidanza e dopo il parto. Lo trovai interessante e praticabile.

    Alcune cose in effetti sono interessanti, come ad esempio il fatto che ai neonati vada insegnato a distinguere fra giorno e notte, ovvero la nanna diurna può essere fatta con la luce, con rumori, con musica, mentre la nanna notturna deve essere fatta in un ambiente silenzioso, buio. 

Come una barchetta di carta - Carolina Peciola PDF Stampa E-mail
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Scritto da Rossana Manassero   
carolina_peciola.jpgScrivere sulla maternità, quando tutto va bene, non è difficile: si pesca negli abissi del cuore, dove i sentimenti sono più teneri e vellutati, e si buttano sul foglio emozioni a manciate, come lustrini su carta ruvida.
Un po' meno facile è scrivere quando la maternità arriva come una fitta dolente, quando le cose non vanno come si sognava, quando il bambino tanto desiderato non è sano come lo si era immaginato, quando il seme che diventa battito non è della persona che ami, ma frutto di violenza.


Come una barchetta di carta è il libro d'esordio di Carolina Peciola, giornalista, traduttrice e consulente editoriale, che con questa raccolta di racconti affronta una sfida difficile mettendo nero su bianco una serie di situazioni ipotetiche relative alla maternità e alla "non maternità": non si accontenta infatti di sviluppare il tema parlando della grazia del dono, ma scandaglia prospettive insolite e non per questo meno sincere, approfondendo risvolti psicologici senza punti di luce, drammi e dolori incancellabili.

Il momento dell'attesa che arriva a compimento di un percorso di necessità e desiderio e quello che invece giunge come un treno impazzito in un centro abitato, che scombussola e sconforta; il sogno di riempire una pancia piatta da tanti anni e la barbara consapevolezza di una vita impervia e "cattiva" che non permette di fare progetti; l'amaro dolore di chi ha perso un figlio e i sensi di colpa che brulicano senza sosta.

E ancora, la paura di fronte alla nascita di un bimbo diversamente abile; il peso di una vita costruita, mattone su mattone, da impegni che pesano oltremodo, che portano a distrazioni fatali, troppo gravi da riuscire a perdonare. La stanchezza infinita del dopo parto, delle notti insonni, dell'incomprensione per il pianto di un neonato, incalzante e ossessivo, che diventa pericolo per una mamma che viene lasciata eccessivamente sola a preoccuparsi di tutto... Sono solo esempi di situazioni legate alla maternità, intesa forse nel senso più ampio e meno retorico, che l'autrice illustra, dal punto di vista della protagonista, anche nelle sfaccettature più buie e in quelle che spesso non si confessano per vergogna, per paura del giudizio altrui.

Carolina Peciola prende in mano diversi aspetti di questa condizione e li stende sulle pagine come panni al sole: infinitamente lucidi, a volte feroci, a tratti talmente veritieri da apparire agghiaccianti.
Nella scrittura non c'è compassione, non c'è critica: al contrario, piuttosto, un'apertura descrittiva profonda, pulita, che contempla analisi psicologiche e approfondimenti intimi trascritti senza filtro.

Di fronte allo scenario composto e poliedrico che ogni gravidanza contempla, pur nella sua unicità, ci si chiede se davvero si fa abbastanza per la donna che diventa madre o se, piuttosto, non la si lasci spesso navigare senza scialuppa di salvataggio, come la barchetta di carta del titolo, così fragile da essere aggredita, così semplice da affondare.
È un libro che suscita sensazioni molto forti: inasprimenti di sdegno, svuotamenti da amarezza e intense speranze racchiuse in spermatozoi che nuotano verso la vita, a dispetto di un mondo che non sempre è pronto ad accogliere e abbracciare questi scrigni caldi e complessi: le mamme.
 
 

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