Ricordo quel Primo Maggio, il mio pancione orgoglioso a spasso per il paese. Alla domanda ricorrente, “Quanto manca?”, rispondevo con un sorriso fiero: “Questione di giorni!”, senza sapere che in realtà si trattava di ore. Un’attesa carica di emozioni, tipica della gravidanza, che stava per giungere al suo culmine con l’arrivo della nostra seconda bambina.

Era una notte come tante, o almeno così sembrava. Carla, la nostra primogenita, si svegliò piangendo, vittima di un brutto sogno. La presi, la portai nel lettone e poi andai in bagno. L’orologio segnava le due. Tornai a letto, ma strani “movimenti intestinali” iniziarono a farsi sentire. Di nuovo in bagno. Erano le due e venti.
Gianni si svegliò, con la sua solita calma: “Che facciamo? Dobbiamo andare a Maddaloni?”. Non ero ancora sicura. “Non lo so”, risposi, cercando di decifrare i segnali del mio corpo.
“Se dobbiamo andare, metti a fare il caffè”, suggerì, con una praticità disarmante.
In quel momento, fantasticavo su un’esperienza di parto diversa. Avrei voluto essere una di quelle donne che vivono la gravidanza in un contesto di supporto totale, magari in una grande famiglia matriarcale, coccolata e venerata. Quelle che, al primo segnale, corrono in clinica con un intero “comitato di accoglienza” e magari tornano a casa senza doglie ma con le loro paure legittimate. A me, invece, quel lusso non era concesso. Per me, andare in clinica significava una cosa sola: partorire. Un po’ per la mia indole pragmatica, un po’ perché con Carla dovevo minimizzare ogni possibile disagio. Questo approccio rifletteva la mia personale preparazione al parto, sempre orientata all’efficienza.
Fortunatamente, c’era lui, Gianni. Il vero, inaspettato protagonista di questa buffa e sacra avventura della nascita.
“Dai, metti a fare il caffè. Vado in bagno e poi vediamo”, disse. Non ero del tutto convinta, ma mi lasciai guidare dalla sua placida flemma. Le sue battute stupide mi facevano sorridere, e quella notte la sua presenza era particolarmente confortante. Non sentivo dolori acuti, ma un freddo strano, lo stesso brivido che avevo provato la notte in cui si ruppe il sacco di Carla. Un segno inconfondibile che l’esperienza del parto era vicina.
Preparai il caffè, come se fosse un lunedì mattina qualunque. Mi vestii con calma, preparai la colazione per Carla, ancora indecisa sul da farsi. “Dai, se ci rimandano indietro ti regalo un tapiro. Intanto chiama Maria”, scherzò Gianni, cercando di allentare la tensione.
Guardai l’orologio: le 2:40. Chiamai mia cugina Maria, pronta in sette minuti. La sua prontezza fu un sollievo in quel momento di incertezza.
Gianni aveva già preso il suo caffè, sigarettina inclusa. Si era fatto la barba e la doccia. Erano le tre, ed era pronto come per andare a lavorare. “Dai, facciamoci una foto”, propose.
Scattammo l’ultima foto con Mena ancora al sicuro nel mio ventre. Eravamo sorridenti, ignari, ma soprattutto, felici. Un momento di pura gioia prima dell’inizio di un nuovo capitolo di maternità.
Salimmo in macchina, e ancora non ero del tutto convinta di quel “film” che stavamo costruendo. Poi, la prima contrazione. Secca, netta, dolorosa. Guardai l’orologio del cruscotto: segnava le 3:20, ma era avanti di quindici minuti (una delle “fisse” di mio marito, tutti i suoi orologi viaggiano in anticipo per non arrivare mai in ritardo). Capii che eravamo sulla strada giusta per la clinica maternità. Arrivò la seconda, identica. L’orologio segnava le 3:25. “Sarà un caso”, pensammo, sperando. Tra la prima e la seconda, e per tutto il mio breve travaglio, regnava una pace surreale. La terza contrazione fu dolorosissima. I led scintillanti nella notte segnavano ancora le 3:25. Iniziai ad aver paura. “Gianni, quanto manca?”, chiesi. E lui, con la sua inconfondibile flemma: “Tre contrazioni e siamo arrivati”.
Arrivammo in soli 22 minuti (con Carla ne avevamo impiegati quasi il triplo, un segno di quanto ogni parto naturale sia unico!). Di turno c’era Marilina Paccone, una giovane ginecologa che conoscevamo. Marilina mi visitò: il sacco era tesissimo. Direttamente in sala travaglio. Non seppi mai di quanto fossi dilatata, ma l’urgenza era palpabile. Arrivai in sala travaglio, mi spogliai con calma, mi sdraiai, andai in bagno. Poi si ripeté un momento magico, la vigilatrice che mi chiese il corredino neonato per il cambio della piccola. Un alternarsi di dolori e di emozioni vecchie e nuove, di fotogrammi che si sovrapponevano, di paure per un parto imminente. Mi applicarono un cardiotocografo gemellare. Ogni tanto, il “gemello fantasma” di Mena sembrava spegnersi, e quel suono d’allarme era abbastanza funesto… ma sotto quel tono di cessato battito, c’era sempre il cuoricino forte di Mena. Erano le 3:50. Arrivarono Marilina e Gianni, l’ostetrica e l’infermiera. La squadra era al completo, mancava solo il “pezzo forte”, il “ginemummia” – il primario, già allertato, che viveva praticamente in clinica e vi accedeva da un cancello separato.
Marilina guardò fuori dalla finestra: “Ora sentiremo il cancello aprirsi”.
Mi sembrava di essere in un libro di Italo Calvino. Si sentì la cerniera povera d’olio del cancello. Stava arrivando. Salì, in ordine e lucido come sempre. Niente cravatta, ma una camicia verde sotto la giacca a quadri. Pettinato, ordinato, sveglio. Come dal 1929, sua madre lo avrà partorito così. Erano le quattro. Mi visitò, mi ruppe il sacco senza dire una parola. Sentii il calore delle acque di Amnios, ancora fotogrammi che si sovrapponevano, come quelli di due anni prima. Ogni nascita porta con sé echi del passato.
“Andiamo in sala parto.”
“No, non sono pronta, non ho ancora voglia di spingere” (con Carla, la spinta era venuta naturale).
Lui non rispose. Gianni mi sollecitava a fare in fretta; era chiaro – a loro – che non c’era tempo nemmeno per aspettare la spinta spontanea.
Aspettai che finisse una nuova contrazione e con i miei piedi raggiunsi la sala parto. Ad attendermi c’era lui, sulla soglia, come un maître. Si infilò il suo camice da macellaio (altri fotogrammi del 4 dicembre), e intanto mi accorsi che la sala parto era tutta nuova. High tech. Bellissima. “Dottore, è cambiato tutto… tranne il suo guanciale!”, esclamai, un tentativo di alleggerire la tensione.
Scoppiarono a ridere, anche lui mi sorrise. Ma c’era poco da ridere. Vidi Gianni indossare il suo camice verde. Erano tutti pronti ai posti di comando. Io ero stesa, con la paura che iniziava a farmi perdere lucidità. Gianni alla mia sinistra, a bloccarmi la mano e il bacino, offrendomi la sua pelle per i miei morsi di dolore. L’infermiera e l’ostetrica alla mia destra. Marilina e il “Ginemummia” nel comitato d’accoglienza per mia figlia. Ho urlato. Forte. Una prima spinta dolorosissima portò la testa di Mena verso il mondo. Solo i capelli erano affacciati. Ho urlato, imprecato, detto le mie solite “cazzate” contro chi non capiva il mio dolore. “Dottore mi aiuti, la prego, Gianni, Marilina… fate qualcosa!”. Niente, altri fotogrammi che si sovrapponevano. La platea è un filtro passalamento. Nessuno ti ascolta, nessuno ti crede. Sei lì e “devi COLLABORARE”. Collaborare? Ora ci vorrebbe Silviettorum a dirmi la genesi di questo verbo. Scommetto però che CO-laborare è una presa per i fondelli. Il panico da parto, almeno per me, risiede proprio nella consapevolezza che non c’è nessuna co-laborazione. Tutto dipende da te. Tutto dipendeva da me. Ho invocato l’aiuto di mia madre (che nel frattempo era in viaggio verso la clinica, ma non sarebbe mai potuta arrivare in tempo!) e ho spinto forte, mentre sentivo di spaccarmi in mille pezzi. Mena è uscita fuori d’un colpo, tanto che il “Ginemummia” ha emesso un suono (L’UNICO) all’ostetrica: “PRENDETELA!”. È approdata in grande stile, con irruenza, la stessa irruenza del suo pianto deciso nella notte. Guardai l’orologio. Erano solo le 4 e un quarto. Era finita. Era iniziata. L’infermiera me l’ha portata avvolta nel suo telo verde. Ho pianto come non mai: era viva, era sana, era piccola, era forte, era mia. Un momento indimenticabile, l’apice di ogni parto naturale e l’inizio di una nuova vita.
Da quel momento, si sono alternate emozioni antiche e nuove, incatenate per sempre al mio passato e al mio futuro. Mia madre che torna dal nido, trasportando trionfante e piangente la culla neonato di plexiglass con dentro sua nipote. Gianni che la guarda e ride di un amore profondo e ritrovato. Tutta la flemma e la comicità che si fondono in un amore consapevole per lei, per noi tutte. La famiglia che si stringe attorno a una nuova vita e sua sorella, la piccola e grande Carla che la guarda, ride e la chiama forte: “MENA!”. Questo è il vero significato della maternità: amore, famiglia e la gioia di una nuova nascita.
“…non sono mai stato tanto attaccato alla vita.”
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